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Edoardo Salzano
Se fossi il principe
15 Maggio 2013
Scritti ricevuti
Replica a Marco Ponti, a proposito di un articolo sulla mobilità a Milano pubblicata dalla rivista online Arcipelago Milano

In in recente articolo pubblicato sulla rivista online Arcipelago Milano il collega e amico Marco Ponti, nel quale ho moltissima stima per l’onestà intellettuale e la generosità con la quale mette il suo sapere al servizio delle cause giuste, nell'articolo "chi paga è irrilevante: paga il principe"ha sostenuto la necessità di guardare alle proposte in materia di mobilità (è il suo specialismo) in termini massimamente razionali, sforzandosi di superare i luoghi comuni e le apparenze. E’ un atteggiamento che condivido. Però mi sembra criticabile chiudersi nel recinto di un solo settore della realtà. Avrei voluto limitarmi a chiosare l’articolo di Marco con una breve postilla, ma poi la penna mi è sfuggita ed è nato questo articolo

Marco Ponti conclude il suo articolo con queste parole:«Ma già, dimenticavo: cosa importa chi paga? Decide il principe….». D’accordo Marco. Ma su che base deve decidere il principe? Se fossi il principe mi rifiuterei di decidere in relazione a un solo settore senza considerare il resto del mio dominio. Se fossi il principe , e fossi anche saggio, saprei che certi capitoli del mio bilancio saranno in deficit e altri in attivo. Se fossi il principe, e anche un economista, saprei che l’importante è che sia in pareggio il bilancio nel suo complesso. Se fossi il principe saprei anche che una parte dell’attivo del bilancio è costituito dalle tasse. Se fossi un principe che vuole essere equo, quindi privilegiare i più deboli saprei che alcuni capitoli del bilancio saranno in passivo, e non solo parchè bisogna essere buoni e fare beneficenza ai poveri ma perché ci sono determinati diritti che devo rispettare(diritto a un’abitazione adeguata, all’istruzione, alla salute e così via); per tutti, e non solo per chi può ricorrere al “mercato”. Se fossi il principe saprei che nel bilancio che mi propongono i miei contabili ci sono spese che non servono per garantire i diritti della maggioranza dei cittadini. Ernesto Nathan, che prima di essere sindaco di Roma agli inizi del secolo scorso era assessore al bilancio , spulciando i bilanci degli esercizi precedenti scoprì che c'era un cespite troppo oneroso in relazione al resto: le spese per l’alimentazione dei gatti del Campidoglio. da buon politico (di quei tempi) esclamò: non c’è trippa per gatti e depennò la voce relativa. Forse se fosse principe oggi direbbe: “non c’è trippa per gli armamenti”

Infine, se fossi principe saprei che secoli fa, per far quadrare il bilancio, hanno inventato le tasse: cioè il prelievo di una parte della ricchezza che alcuni hanno accumulato. Poiché sono un principe, saprei che posso decidere se prelevare dalla ricchezza dei meno dotato (da cui posso spremere poco, ma sono tanti) o dai più dotati (che sono pochi, ma ciascuno dei quali ha tanto o tantissimo). Insomma, hai capito dove voglio andare a parare. Pensiamo non solo alla tassazione dei grossi patrimoni privati (la nostra Costituzione non parla di “progressività”) ma pensiamo anche che, oltre allatassazione dei redditi da lavoro o da profitto (cioè dall’attività imprenditoriale) ci sono anche i rdedditi che non derivano da nessuna attività socialmente utile. Poiché, sei un economista sai che sto parlando della rendita. Mettiamo anche questa, e la sua tassazione, nelle voci attive del bilancio di un principe equo.

E per finire davvero, caro Marco, poiché sono un urbanista devo fermarmi su un punto particolare del tuo articolo. Tu dici: « A proposito di socialità, come si può ignorare la ricerca del CENSIS sui pendolari, che testimonia che il 10% va in treno, il 20% in bus, e il 70% in auto, ma non solo: gli operai vanno molto di più in auto, gli impiegati e gli studenti, lavorando e studiando in aree più centrali, usano molto di più i mezzi pubblici. L’argomentazione che con i soldi pubblici si potrebbe fornire più servizi anche alla mobilità operaia, e più in generale nelle aree a bassa densità, è indifendibile: per motivi di reddito, infatti gli operai risiedono e lavorano in tanta malora (cioè generano una mobilità estremamente frammentata), che non è servibile dai trasporti collettivi se non in piccola parte». Poiché sono, come dicevo, un urbanista, so anche che il fatto che l’operaio e l’impiegato siano obbigati a utilizzare l’automobile e non il tram o il treno dipende dal fatto che l’insediamento sul territorio è stato organizzato male: certo anche per colpa degli urbanisti, ma anche dai pruncipi succubi di una certa idea dell’economia. Perciò, se fossi un principe mi adopererei perché olti bravi urbanisti lavorassero, con tutti gli altri attori della vita cittadina, perche l’habitat dell’uomo venisse organizzato per il ben-vivere, e non per arricchire gli usurpatori del bene comune chiamato terra.

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