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"Scrive giustamente Melograni..."
20 Luglio 2004
Lettere e Interventi
Fabrizio Bottini MI 16.07.2004

Caro Eddyburg,

Il testo a firma di Carlo Melograni proposto dal sito nell’ambito del dibattito sulle recenti trasformazioni di Milano, mi è sembrato molto stimolante: perché parla elegantemente male di Fuksas senza darla troppo a vedere, ma soprattutto perché tocca in modo complesso e inusuale il ruolo sociale dell’architettura moderna. Vorrei aggiungere, in nota alle sue condivisibilissime riflessioni, alcuni miei più modesti e vaghi pensieri. Lo farò nello stile semiserio che mi viene spontaneo, anche se ritengo il tema serissimo.

Quando è morta l’architettura moderna, alle tre del pomeriggio il 15 luglio 1972, io festeggiavo il mio diciottesimo compleanno sulla spiaggia Grotticelle (o forse vista l’ora davanti a una fetta di cocomero), a Capo Vaticano (CZ). Non ricordo di aver visto pescatori calabresi stracciarsi le vesti quel giorno, e del resto anche Charles Jencks ci impiegò cinque anni a certificare la morte della cultura CIAM su Architectural Forum nel 1977, e a datarla proprio a quel pomeriggio del mio compleanno in cui le mine facevano crollare le torri di case popolari del complesso Pruitt-Igoe di St. Louis, progettato tre lustri prima da Minoru Yamasaki (it followed the planning principles of Le Corbusier).

E il fatto che si tratti dello stesso Minoru Yamasaki progettista delle Twin Towers mi pare, detto terra terra, meno di una coincidenza. Nemmeno gli estroversi chiacchieroni dei forum americani di internet ci spendono più di tre parole, a notare la coincidenza. Pare a tutti molto più importante che il crollo delle torri Pruitt-Igoe coincida con la nascita della multimedialità di massa, visto che il collasso di quelle case popolari è una delle chicche più note di Koyaanisqatsi, il film di Godfrey Reggio reso famosissimo dalle musiche di Philip Glass.

Meno noto, se non agli addetti ai lavori, è che la cosiddetta morte dell’architettura moderna coincide, nelle parole del suo fondatore, con la nascita di una nuova disciplina dello spazio costruito: la “prevenzione del crimine attraverso il progetto dell’ambiente”. È infatti proprio assistendo al degrado prima, e alla demolizione poi, delle Pruitt-Igoe, che Oscar Newman inizia gli studi sistematici sugli Spazi di Autodifesa ( Defensible Spaces), che fino ai nostri giorni avranno varie declinazioni, più o meno ragionevoli o paranoiche, anche dalle nostre parti.

Newman, a modo suo e con parole meno enfatiche, ci racconta così la sua autopsia sul cadavere dell’architettura moderna: “Camminando attraverso le Pruitt-Igoe nei giorni in cui vandalismo pervasivo e criminalità avevano raggiunto il massimo, ci si poteva solo chiedere: ma che razza di gente abita, qui? Escludendo le aree pubbliche interne, c’erano occasionali sacche di pulizia, sicurezza, buona manutenzione. Dove due sole famiglie condividevano un pianerottolo, questo era pulito e in buono stato. Se si riusciva a farsi invitare in un appartamento, lo si scopriva pulito e in buono stato: ammobiliato in modo modesto, forse, ma con grande dignità. Perché tutta questa differenza fra l’interno dell’appartamento e gli spazi comuni all’esterno? Si poteva concludere, solo, che gli abitanti mantenevano e controllavano solo le zone che erano chiaramente definite come proprie”.

Proprie. Non della lontana St. Louis Housing Authority, o di Minoru Yamasaki, o chissà di chi altro. Sembra di riascoltare, oggi, gli slogan degli architetti new urbanism, quando si sbracciano a convincere palazzinari, bottegai e zoning boards, che senza sense of place dovranno spendere molto di più, molto di più, in sicurezza e servizi di manutenzione e pulizia. Questa, forse, simboli a parte, è la “morte dell’architettura moderna”, ovvero la più o meno estesa (totale mi pare un po’ troppo, anche in una logica retorica e polemica) difficoltà a costruire ambiti di identificazione sociale diffusa, o ad anticipare e/o orientare con successo questa identificazione.

Viene da chiedersi, invece, se l’architettura moderna sia mai stata “viva”, perlomeno nel senso in cui nel 1972/77 è stata dichiarata morta. Viva nel senso di interpretare pervasivamente e con ampio consenso la modernità, convogliandone entro i propri spazi desideri, ambizioni, sino al punto di contenere e riassumere anche quelli di approcci e discipline diverse. L’esempio dell’urbanistica è abbastanza significativo in questo senso: dal ruolo tutto sommato comprimario degli architetti del XIX secolo, cultori dell’arte e dell’estetica contro la brutalità della macchina e degli sventramenti, a quello di primo piano nei movimenti Garden City e City Beautiful, fino alla grande stagione fra le due guerre mondiali e all’apoteosi della ricostruzione postbellica. Le Corbusier, senza tema di smentita, nel 1947 spiega semplicemente così tutta la storia dell’urbanistica: “ l’architecture eut besoin d’étendre ses effets à l’entour”. Non è affatto così, come tentano all’inizio senza troppo successo di spiegare le nascenti discipline sociali applicate al territorio. Ma si tratta di discipline ancora poco prestigiose, e senza farci troppo caso Minoru Yamasaki e i suoi colleghi progetteranno per lustri i propri spazi CIAM-style, certi di una legittimazione sociale implicita nelle proprie forme.

Sembrano lontani, ora quei tempi. Ora che filosofi, guru della socioeconomia, teorici della città tanto infinita che non si sa bene da dove cominci, tutti giudicano, legittimano, approvano “rinascimenti urbani” il cui rigoglio sembra direttamente proporzionale ai metri cubi aggiunti. Ed è ovvio che le migliori teste pensanti nel campo dell’architettura si interroghino su “dove siamo andati mai a finire”.

Benvenuti (senza ironia) in questa valle di lacrime.

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