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Roberta Fantozzi
Rodotà: «No a leggi restrittive, sì a regole dal basso»
4 Dicembre 2008
Articoli del 2008
A proposito della minaccia di Berlusconi di regolamentare i siti in internet. L’Unità, 4 dicembre 2008

L’ex Garante della Privacy è impegnato per una “carta dei diritti” della Rete: «Ma si devono garantire le libertà, non limitarle».

Della dichiarazione di intenti fatta dal premier Berlusconi Stefano Rodotà non è al corrente: si trova in India proprio per partecipare all’”Internet Governance Forum” promosso nell’ambito delle Nazioni Unite. L’ex Garante della Privacy, giurista e docente universitario, è uno dei “padri” della proposta di dotare la Rete di una “carta dei diritti” a garanzia della stessa comunità internettiana. Nel 2006 l’iniziativa è stata presentata al Parlamento Europeo con la partecipazione del ministro della Cultura brasiliano Gilberto Gil.

Professore, il tema di regolamentare Internet esiste?

«Esiste da anni il tema di una Costituzione per Internet. Una sorta di bill of rights, come lanciato nel 2005 dalla Conferenza di Tunisi. Ma lo spirito deve essere quello di garantire le libertà fondamentali e non di introdurre forme di controllo».

Non sembra la stessa forma mentale che anima il premier.

«Infatti si tratta di due visioni profondamente diverse. Noi discutiamo da tempo per rafforzare le “coalizioni dinamiche” che si creano in modo spontaneo in Rete a garanzia di tutti e perché il bill of rights passi attraverso una discussione della comunità internettiana».

Quindi, le regole devono provenire dal basso?

«Esattamente. Anche se io non parlerei di regole che fanno pensare all’”ingabbiare”. Due sono i punti fermi. Il primo è che si deve intervenire non per restringere bensì per garantire le libertà. Il secondo è di non imporre regole dall’alto ma conformemente alla natura della Rete attraverso un processo aperto e condiviso».

E una legge del Parlamento servirebbe allo scopo?

«Ora non ci sono le condizioni. Oggi vedo molti tentativi di ridurre le libertà online per motivi economici, commerciali, di sicurezza...»

O, come in Cina, per motivi repressivi.

«Infatti. Ed è tanto più necessario tutelare la libertà di espressione. La dichiarazione dei cyber-diritti deve rafforzarsi con un processo a partecipazione allargata».

Quale deve essere dunque l’impostazione corretta per stabilizzare il mondo virtuale?

«Ritengo che la via corretta sia quella che stiamo seguendo. Un’impostazione che pensi Internet come un luogo pericoloso sarebbe da un lato un errore e dall’altro provocherebbe fortissime reazioni del popolo di Internet».

Ci sono già. Siti autoscurati, blog in fibrillazione.

«Nel momento in cui c’è un movimento che si va consolidando e sta acquistando riconoscibilità da parte dell’Onu e della Ue, non dobbiamo andare in direzione opposta. È importantissimo convincere la comunità di Internet che servono regole positive».

A cosa porterebbe una legislazione globale sulla Rete?

«La dimensione in cui ci muoviamo è uno spazio globale dove la legislazione nazionale non basta. L’attitudine tipica di tutti i regimi autoritari è frenare le manifestazioni di libertà su Internet. Da Pechino a Singapore, gli stati che cercano di mettere le mani su Internet lo fanno perché offre al dissenso possibilità inedite. Non dimentichiamo che dalla Birmania, nei giorni della repressione, filtravano online notizie superando la rigida censura. Andare in senso opposto sarebbe assolutamente inaccettabile».

L’Italia non è la Cina. Quali sono i rischi di regolamentare Internet per un paese democratico?

«Certo che non lo è. Ma proprio perché l’Italia è in primissima linea nel rafforzare le garanzie per chi naviga, dico che va benissimo se il governo vuole unirsi a questo fronte. Andare in senso opposto invece sarebbe assolutamente inaccettabile».

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