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Rivoluzione viola
7 Dicembre 2009
Articoli del 2009
Un ampio servizio su l’Unità del 6 dicembre 2009 su un evento poco politichese e molto politico. Anche il viola puà essere il colore della speranza

Articoli di Mariagrazia Gerina, Pietro Spataro, Toni Jop, Maria Zegarelli

Rivoluzione viola, un milione per dire:

Berlusconi dimettiti

di Mariagrazia Gerina

C’è chi se l’è dipinto in faccia, chi ci scrive sopra la rabbia, chi la speranza. Chi lo sventola contro il cielo azzurro. E lo fa avanzare come una nuova bandiera, un desiderio di rivoluzione, per le vie di Roma, da piazza della Repubblica a piazza SanGiovanni. Quel colore viola, lasciato libero dai partiti in oltre sessant’anni di Repubblica. Che, nel linguaggio cromatico, sta tra cielo e terra, tra passione e intelligenza. E significa «metamorfosi, transizione, voglia di essere diversi». Nessuno l’aveva considerato fin qui. Se l’è preso il popolo del «no B. Day». E in un pomeriggio, dopo quindici anni di berlusconismo, antiberlusconismo, girotondi, lo ha fatto diventare «urlo, abbraccio, amore per questo paese », prova a prestargli le parole Roberto Vecchioni, «tutta la gamma dei sentimenti» che la politica è ancora in grado di suscitare. «Nessuna cupezza, nessuna aria di sconfitta», contempla la scena dal palco il grande vecchio del cinema italiano, Mario Monicelli. L’identikit più bello di quel popolo sceso in piazza a chiedere a Berlusconi di dimettersi, lo fa Francesca Grossi, da Massa Carrara, venuta a Roma con suo marito e con i suoi due bambini di 11 e 13 anni. «Siamo di sinistra, usiamo la democrazia con fiducia, non so ancora per quanto - dice -, ci diamo da fare persino nei consigli di classe, vogliamo far sentire la nostra voce, far sapere che siamo tanti, che c’è un’Italia che dà il benvenuto ai marocchini e tiene le porte aperte». E però, dice Francesca, sciarpa viola al collo: «Ci sentiamo poco rappresentati, il nostro essere presenti sventolando il colore viola di questa sinistra sguinzagliata cisembra l’unica forma di rappresentanza rimasta». Lo dice tutto d’un fiato, come si dicono le cose che stanno a cuore. Poi si ferma, guarda avanti. E si domanda: «Ci ascolteranno?».

L’altra Italia

Chissà. Ma mentre parla, alle sue spalle, prende corpo l’altra Italia scesa in piazza per essere «presente». L’Italia dell’antimafia e della Costituzione. «Abbassate le bandiere dei partiti», ripete almegafono unragazzo con i capelli biondi. Davanti a lui, un mare di agende rosse come quella del giudice Borsellino, portate in civile processione da ragazzi che quandoquell’agenda sparì erano appena bambini. Al posto delle bandiere, un gruppetto di signore sventola la Costituzione. «Bisogna ricominciare dalla base in questo paese». Su tutto giganteggiano le lettere cubitali di un verbo semplice, da rivolgere direttamente al premier, senza mediazioni: «Dimettiti». «Ridacci l’Ita- lia, vattene ad Hammamet». E poi: «Fuori la mafia dallo stato». «Caserta non è uguale a Cosentino». «Mangano e Dell’Utri a voi, i nostri eroi Falcone e Borsellino», scandisce il popolo «no B Day». Le stesse parole che il fratello Borsellino scandisce dal palco. Un intervento durissimo e applauditissimo. «A me delle escort non importa nulla, sono qui perché la mafia esca dallo stato, la presenza di Berlusconi e Schifani nelle istituzioni è un vilipendio».

«Dovevamo essere trecentomila, siamo più di un milione», esultano gli organizzatori. Una lezione per tutti i partiti, non solo per Berlusconi. Per l’Idv che corre a prendersi la prima fila. Per le tante bandiere rosse. E per il Pd che arriva in ordine sparso». «A cui ricorda che il Pd - dice Vecchioni - è un progetto vasto, nonsolo partitico». Il popolo del «No B Day» li ha votati un po’ tutti, con delusione e speranza. C’è persino chi incoraggia l’alternativa a destra: «Meno male che Gianfranco c’è». «Guarda se in piazza oggi ci sono io vuol dire che questo paese può cambiare davvero», dice Riccardo Fabbri, 38 anni, impiegato. «Io - spiega - ero l’italiano medio, miimportava solo del calcio, della tv e delle donne, poi però a vedere come hanno distrutto questo paese mi sono inc... anche io».

Tanti giovani, molti lavoratori

«Tiriamo l’Italia fuori dal fango»

di Pietro Spataro

Francesco ha 17 anni, Angelica 65. Davide è disoccupato, Manuela è precaria, Amedeoè piccolo imprenditore. Violetta e Ilaria sono studentesse, Valeria un’insegnante. Storie diverse che si incontrano in questo bellissimo corteo: si toccano, si mischiano, si danno forza stando insieme. Tante persone che hanno un tratto comune: vogliono un’altra Italia. Più giusta, più uguale, più libera, più democratica. Antiberlusconismo? Forse. Ma non basta a spiegare l’esplosione di gioia e di colori, i canti, gli slogan, le parole. Questa è gente che ha voglia di futuro. Di un futuro in cui nonci sia più Berlusconi. Già si definiscono il «popolo viola» e portano la freschezza e la velocità di un movimentonato sulwebche accetta la presenza, ingombrante, delle troppe bandiere di partito. Fanno pensare ai “girotondi”masono davvero un’altra cosa.

La meglio gioventù. Gioiosi ed esuberanti, inventano gli slogan migliori e sono dappertutto. Francesco Blaganò ha 17 anni, studente, è arrivato da Lamezia Terme. Tiene lo striscione che apre il corteo: “Berlusconi dimissioni”. Dice: «Il problema è questa Italia colpita al cuore dal malaffare. Non vogliamo arrenderci, ci siamo per smuovere le coscienze». Poco distante Davide, 20 anni, romano, si fa fotografare sotto la locandina di un film intitolato «L’intoccabile» il cui attore protagonista è Berlusconi. «Che faccio? Mi chiamano inoccupato. Sono qui perché mi dissocio e non solo per Berlusconimaper quello che ci sta dietro: le nubi chimiche, i veleni, la nostra vita rovinata». Arianna sventola una delle poche bandiere del Pd.Ha29 anni. E’ unpo’ arrabbiata. Spiega: «L’opposizione si fa in Parlamento ma anche in piazza. Noi siamo qui, speriamo che il Pd se ne accorga ». Fulvio e Giuseppe, studenti ventenni, vengono da Lecce. «Siamo qui per stanchezza, per sofferenza. Nonne possiamo più. Vogliamo vedere un’altra scena.Ce la faremo?». Violetta ha 18 anni e fa la ragazza sandwich: denuncia la disuguaglianza della vita. Dice: «Se sei figlio di papà vai avanti, altrimenti ti fermi. E’ il senso della riforma Gelmini. I miei genitori sono impiegati, indovina un po’ che speranze avrò?». Urlano, nessuno riuscirà ad ammutolirli.

Lavoratori d’Italia.

Pensi di trovare schiere di giustizialisti inferociti e invece raccogli decine di storie di lavoratori che sono qui soprattutto per difendere la loro dignità. Fabio Frati è uno di questi. Era impiegato Alitalia ora è in cassa integrazione con 850euro eun figlio invalido. «Noi siamola testimonianza della cura Berlusconi. Siamo 10 mila in tutta Italia, un vero massacro sociale». Ida ha 47 anni, lavora in un’azienda ceramica in crisi vicino Reggio Emilia. «Sono separata con due figli e sono in contratto di solidarietà. Ma secondo voi ce la posso fare con poco più di mille euro al mese?». Il lavoro che non c’è, quello che si rischia di perdere, quello precario. Nicola ha 27 anni e viene dalla Sardegna. Fa il ferroviere. «Ho un contratto precario, lavoro 12 ore per900 euro. Eloro pensano allo scudo fiscale e ai processi di Berlusconi». Dice uno striscione: “Sono casertano non sono Cosentino”. Manuela ha 34 anni, è precaria in aeroporto. «Ma tu ti fideresti di uno come Cosentino? Io però sono qui anche per altro: per unmio amico che la Gelmini ha cacciato via dalla scuola, per mia cugina che è senza stipendio da cinque mesi». Chi ascolterà questa Italia? Protesta civile. Ci sono anche loro, quelli che pensano che il regime sia alle porte. Roberto ha 63 anni, pensionato, faceva il dirigente in un’azienda petrolifera. Marcia con un cartello che dice “Come Veronica nun te regghe più”. Spiega: «Ho finito le parole, non ce la faccio più. Non sopporto la volgarità e l’incultura di questi signori». Davide si è sistemato sulla scalinata di una Chiesa con un cartello che recita “Berlusconi vattene, per fare politica servono mani pulite”. E’ vestito di grigio e lo scambiano tutti per il parroco. Gli urlano “grazie”. Lui sta al gioco. Poi dice: «Sono semplicemente unc ittadino incazzato contro Berlusconi che vuole fare il monarca». C’è spazio anche per la poesia. Angelica, 65 anni, viene da Milano. Innalza un cartellino sui cui sono scritti versi di Giuliano Scabia: «Svegliati Italia / scrollati dal fango che ti ammalia ». Dice: «E’ la verità: siamo immersi nel fango». Ormai è buio. Piazza San Giovanni è strapiena e il corteo è ancora in via Merulana. Si balla, si canta. Ragazzi e anziani insieme, generazioni diverse in cerca del “colore della libertà”. Una signora in unangolo tiene altoun cartello minuscolo come tanti fatti in casa. Dice: «Quando la tigre è nella tua casa non discutere come cacciarla». Il «no B day» è finito. Oggi comincia il dopo. Chi caccerà la tigre? V

Pensieri e parole sul palco

«Siamo cuore e cervello dell’ Italia che vogliamo»

di Toni Jop

«Madov’è la sinistra? Dov’è il Pd? Dov’è l’opposizione? Dov’è la Chiesa rispetto alle molte isole di schiavitù che oggi fioriscono in Italia?»: Ulderico Pesce, attore, lo chiede a una piazza sterminata di teste e bandierementre cala la sera su San Giovanni. E la piazza s’infiamma firmando un non-sense meraviglioso, poiché tra i marmi vaticani, il verde e l’asfalto c’è proprio l’anima della sinistra, l’anima dell’opposizione, moltissimi cattolici, l’anima del Pd, per non parlar dei suoi leader, in buon numero scesi in strada col popolo della rete. Così, quel palco allestisce una sorta di drammaturgia analitica, una «doccia » emozionale in cui «vuotare il sacco », i bisogni frustrati, le pulsioni troppo a lungo mediate. Pesce sa il fatto suo quando urla: «Senza il cuore la sinistra è niente, senza emozioni è niente». E racconta dei lager italiani in cui vengono rinchiusi gli emigrati, dei caporali che smistano le «risorse umane» da un campo di mele a uno di pomodori, a una strada lungo cui prostituire il corpo. Chiede aiuto; dice che, per far qualcosa di utile, basta appoggiare la sua richiesta di rendere riconoscibile, come avviene in altri paesi europei, il nome del produttore, adesempio, su ciascun barattolo di pelati. Sembrerà strano, ma questo piccolo accorgimento burocratico sarebbe in grado di sventare trucchi e truffe ai danni dello Stato, della popolazione, dell’Europa, dei lavoratori trattati come schiavi. Ovazione per lui, come, poco prima, per Salvatore Borsellino che aveva chiesto all’Italia di rivendicare il suo diritto di mandare a casa il premier, sottraendo questo potere alle cosche che ora potrebbero considerarlo un insufficiente. Niente, sul palco, accade secondo una liturgia convenzionale, tranne forse lo stile dei due giovani conduttori che fanno quel che possono per aggraziare di maniera una scena di suo così anomala. Due ragazze ventenni che raccontano della loro esperienza in una cooperativa attiva sui terreni fino a poco fa appartenuti alla mafia, a Corleone. Dario Fo che vola surreale sul mare di bandiere, giurando di non aver quasi camminato per arrivare in piazza, perché trascinato sospeso dall’onda di quel milione di persone, per lui sono la certezza che le cose cambieranno; Franca Rame che recita una stanza dedicata soprattutto alle donne, a quelle inchiodate dalla cultura del premier come a quelle offese dalla violenza maschile mentre qualche asta, nei pressi del palco, porta in alto le coppe di un reggiseno. Moni Ovadia, che tuona sul tradimento, sullo scippo, sul furto del nostro vocabolario democratico ad opera di unsolo uomoin grado oggi di controllare e decidere le nostre esistenze. Di fronte, aggiunge Moni, ad una opposizione incerta, malferma. Due messaggi video, uno con lo sdegno verso i nostri tempi di Antonio Tabucchi; un altro per Giorgio Bocca che chiede, anche lui, all’opposizione e al Pddi fare delle scelte di campo. Aveva aperto Monicelli, unresistente di lungo corso e di lunga memoria che ha avuto l’«impudenza» di salutare la classe. Operaia. «Viva l’Italia», canta Vecchioni, bello e discreto, e la piazza gli fa eco e balla, perché era festa grande. Di liberazione.v

Rosy superstar tra i viola

Il Pd c’è, sfila l’opposizione

di Maria Zegarelli

«Rosy, per fortuna ci siamo. Hai sentito quanta gente ha detto “se non foste stati qui ci saremmo sentiti orfani”? ». Dialogo fra Giovanna Melandri e Rosy Bindi, alle sei del pomeriggio. Per fortuna ci sono andati i leader del Pd, si ripetono tra di loro, perché questa rivoluzione viola che è arrivata dal mondo virtuale e si è imposta in quello reale è imponente, molto di più di quanto si aspettavano gli organizzatori, molto di più di quanto vi racconteranno i tg e il bollettini della questura e del Viminale. Per fortuna che c’erano i leader del Pd, dal suo presidente, Bindi, al vice Scalfarotto, all’ex segretario attuale capogruppo alla Camera Dario Franceschini, a Ignazio Marino, Paola Concia, e tanti altri ancora. Perché quando attraversano il corteo il popolo Pd - un sacco di gente - li riconosce e va a ringraziarli. IL POPOLO E LE BANDIERE Un popolo discreto e rispettoso della manifestazione «che non è dei partiti ma della società civile», arrivato senza le bandiere perché così era stato deciso e invece una volta qui si accorge che l’Italia dei valori ne ha portate a pacchi, come i cappellini. Idem Rifondazione comunista, Sl, i Verdi. E così capita che Silvana, del circolo Pd di Trastevere, cuore rosso di Roma, fa un cenno ai suoi ed ecco che ne spuntano una trentina, salta quel telo viola dallo striscione e campeggia la scritta Pd. Rosy Bindi fatica a farsi largo, la fermano ad ogni passo. «Rosy sei l’unica con le palle», le grida unragazzo, e lei «lo prendo come un complimento ».Duegiovani stranieri le offrono una birra, ragazzi di Bergamo vogliono le foto. «Sei grande presidente, però certo Bersani poteva pure esserci... ». «Bersani è qui», porta la mano sul cuore, «non c’è, non c’è» le risponde un gruppo di donne. Il «partito è qui, c’è n’è tanto in questo corteo », risponde una, due, cento volte. Nonle piacciono tutte queste bandiere, «non è giusto che i partiti siano arrivati con le loro bandiere, dovevano venire con il viola o fare come me, un nocciola neutro. Bisogna avere rispetto di questo popolo, di tutta questa società civile che oggi è qui». Poco più indietro Ivan Scalfarotto dice che non ci sono polemiche perché, è stato giusto così: esserci senza metterci il cappello. E però che fatica trovare la collocazione senza rischiare di finire sotto le bandiere dell’Idv o di Rifondazione. Così capita anche che la Bindi per sfuggire la falce e il martello finisca tra i «viola» - «perchè sono di sinistramanon comunista» -senza accorgersi in tempo che dietro c’èuncartello con su scritto «Berlusconi tromba meno». Atletico scatto in avanti. Applausi quando arriva Dario France- schini che si piazza affianco a Marino, «il congresso è finito», scherzano. «Ci sono tantissimi giovani, è una novità straordinaria», commenta Franceschini con Jean Leonard Tuadì. «Per fortuna che ci siete»: se lo sentono dire un’infinità di volte. Perché loro, quelli che vogliono ancora credere sia possibile mandare a casa il premier ci sono e hanno invaso la capitale per dimostrarlo. E non sono «un popolo di frustrati»,comequalcuno nel centro destra vorrebbe sostenere, «è un popolo di indignati», precisa Bindi. «Indignazione costruttiva », la definisce Debora Serracchiani. I PARTITI Parecchi striscioni più avanti, sotto il fiume di bandiere Idv, c’è Antonio Di Pietro. Dice che oggi non vuole fare polemica con il Pd e Pierluigi Bersani. Forse lo farà da domani perché le elezioni regionali sono alle porte, le alleanze ballano sul tavolo dei partiti. Idv o Udc con il Pd? Ecco, se ne riparla domani. «Oggi è la prima giornata di resistenza attiva prima di dare la spallata finale a un governo piduista e fascista», dice Tonino. Paolo Ferrero invece fa polemica con il Pd: «Hanno scelto di non aderire, mi sembra un errore grave, ormai l’opposizione la fa il paese». Oliviero Diliberto si gode la piazza «Se ci fosse tutta l’opposizione saremmo ancora più forti, forse il Pd si sarà pentito di nonaver aderito». No, Pierluigi Bersaninon si è pentito. Dice: «Questa gente dimostra che era giustononmetterci il cappello sopra. Al Pd come partito adesso spetta tradurre questa energia contro in un’alternativa a Berlusconi. Ed è quello che faremo». V Euforici i promotori «Ce l’abbiamo fatta» FRANCESCO COSTA La reteÈil giorno più felice della mia vita», dice Gianfranco Mascia ai piedi del palco. Probabilmente è stato anche uno dei più faticosi, e come per lui la stessa cosa si può dire delle tante persone che hanno lavorato all'organizzazione della manifestazione. Il loro 5 dicembre è cominciato quasi all’alba, ma probabilmente è fuorviante parlare di giornate che iniziano e finiscono: da un paio di settimane il lavoro è andato avanti in modo praticamente ininterrotto, tra riunioni, email e telefonate, senza momenti di cesura netta tra un giorno e l'altro. Il primo atto della giornata è stata la gestione degli arrivi: quasi un migliaio di pullman sono arrivati in mattinata da tutte le regioni d'Italia, e per facilitare le operazioni e gli spostamenti gli organizzatori avevano impartito nei giorni scorsi delle istruzioni precise sui luoghi di ritrovo, suddividendoli secondo la regione di provenienza. Unsuccesso anche la gestione del servizio d'ordine, che era stato costituito mettendo insieme un gruppo di volontari reclutati sul web e tra le associazioni e i partiti aderenti. Qualche riunione nei giorni scorsi, una struttura piramidale che assegnava un coordinatore per ogni venti persone e un determinato tratto del percorso per ogni squadra. Tutto tranquillo, comunque: «Non avevamo paura di disordini, ma sappiamo che potevano esserci dei provocatori». Il bilancio finale, naturalmente, è più che positivo. «Sapevamo che non avremmo potuto sbagliare nemmeno una virgola, ce l'abbiamofatta », dicono i promotori mentre scendono dal palco, euforici e senza più un filo di voce. «Quello che chiediamo adesso a tutti i politici che hanno aderito è un impegno concreto sul conflitto di interessi. Nonci fermiamo qui». Insomma, ci hanno preso gusto.

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