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Roberto Pace
Rischi di de-abitazione nei poli di marketing urbano (Ceci n'est pas un habitant)
11 Dicembre 2005
Articoli del 2004
Una breve ricognizione sociologica su alcuni aspetti di crisi identitaria di Venezia, le cui particolarità vengono estese alla generalità del diffuso "marketing urbano". Con speciale riferimnento alla cittò storica di Venezia. Da Dedalo, maggio 2004 (fb)

La fatica di cercare e di trovare casa per chi è privo di altre risorse finanziarie oltre al suo lavoro (massime ora che si parla sempre più spesso di rischio povertà per i ceti medi) può con- figurarsi come un'allegoria della nostra società, non solo perché, come un campione stratigrafico, nei suoi percorsi ne svela, insieme a durezze nei rapporti d'interesse e d'affari che l'innervano e la sospingono, anche inefficienze e incertezze delle istituzioni: ma soprattutto per la continua scoperta della scarsa attenzione che la comunità urbana pare ancora dedicare alle varie specificazioni dell'esclusione abitativa, e alle loro oggettive interferenze con la cifra demografica delle città.

Questa condizione è resa più evidente in molte città d'arte, o turistiche, o in certi quartieri degli affari, o cittadelle della cultura di grandi città, precipuo oggetto di marketing urbano, dove si assiste al cosiddetto processo di de- abitazione, consistente nella sostituzione, in quei luoghi, di abitanti originari con abitanti sopravvenuti, in gran parte a loro volta provvisori, portatori di radici culturali e spirituali diverse e pertanto non in grado di conservare il preesistente ambiente urbano, né di fondersi in una nuova comunità funzionante ed efficiente.

La figura-chiave di questo fenomeno è il residente non presente e non rappresentato, che, se non fosse vera, non sfigurerebbe nel repertorio delle invenzioni letterarie di Italo Calvino, accanto a cavalieri inesistenti e a visconti dimezzati.

Sono quei nuovi proprietari che alloggiano in città per pochi giorni al mese, o all'anno, o quelle persone molto importanti che amano viverci in incognito: e che pertanto non esprimono bisogni, né interessi urbani, né esigenze di rappresentanza istituzionale, preferendo modi individuali di fruizione che non implicano rapporti con altri nella città.

Viene alla mente il soggetto di molti quadri di Rene Magritte: "l'homme au chapeau melon", cioè quell'uomo in bombetta, ma dal volto nascosto o assente, e insieme l' aforisma magrittiano "ceci n 'est pas une pipe" a significare che ciò che appare non sempre è quel che è: che qui diventa "ceci n'est pas un habitant".

La non coincidenza tra abitante formale e abitante reale, cioè la disgregazione dell'equivalenza di significato tra abitante e "colui che risiede abitualmente in un luogo" a favore di altre sintassi urbane, assume nelle moderne società forme diverse.

Nelle città non caratterizzate esistenzialmente dal fenomeno delle seconde case oda prevalente residenzialità turistica stagionale, o poli d'attrazione culturale o economica, la difficoltà di far quadrare il conto tra abitanti formali e abitanti reali si manifesta, per così dire, in eccesso rispetto alla capacità insediativa: gli invisibili, cioè la fascia non censita, quelli che il Comune fatica a intercettare e a rappresentare sono in sovrappiù rispetto ai residenti.

Nelle città oggetto di marketing urbano, specie se a scala internazionale, il fenomeno della de-abitazione pare realizzare, invece, l'effetto opposto, in quanto la residenzialità stimata deve essere sempre valutata al netto delle numerosissime seconde case, e dei vuoti abitativi per inabitazione o per invenduto: gli invisibili cioè quelli che il Comune fatica ad intercettare e a rappresentare non "abitano qui".

Questo effetto, che pare intrinseco al disegno commerciale di mettere sul mercato esterno ed estero fruizioni temporanee o permanenti di una città, o di suoi quartieri, pone il problema, finora non esplorato, del limite di questa funzione profit: se cioè essa debba rallentare dinanzi a segni di inequivocabile smobilitazione demografica dei luoghi, o se invece questi possano essere benissimo considerati un habitat d'impiego, per così dire tecnico, indifferente agli stessi fondamenti biologici necessari per l'esistenza di una communitas urbana.

Di questa condizione problematica Venezia insulare, contenitore di pregio in cui si producono opere e eventi che sembrano avere rapporti sempre meno diretti con le vicende e la sorte della sua popolazione, appare insieme caso di studio e laboratorio in divenire.

La lenta trasformazione della città insulare in luogo per terzi (in atto già molto prima della locuzione urban marketing) fa capo a un modo d'intendere e di agire di retaggio privato e individualista geneticamente analogo allo spirito commerciale risalente ai tempi antichi, ma, a differenza di quello ostensivamente indifferente a qualsiasi dubbio etico su guadagni a scapito della vita nella città d'acqua, e della sua stessa sopravvivenza.

Chi oggi vende case veneziane sul mercato nazionale e internazionale dello status-symbol o del buen retiro, o le trasforma incessantemente in multiformi strutture di turismo di visitazione, di sosta, di studio, congressuale, di shopping, ecc. ripete, non solo simbolicamente, il gesto mercantile dei veneziani di un tempo: anticamente commercianti di spezie, o di viaggi in Palestina, o di reliquie di santi, via via fino a dealer di arredi e di servizi di famiglia, e oggi, the last business, di muri vuoti.

La vendita di alloggi e di edifici sul mercato nazionale e internazionale non rappresenta, in sé, un problema: tutte le belle città del mondo, impronta dell'intelligenza creativa dei loro architetti, pervase di storia e di cultura, sorgente continua d'urbano stupore, sono da sempre oggetto di desiderio di viverci: e il mercato delle residenze che nasce da questo amore è una legittima fonte di ricchezza per la città, e anche buona occasione di continua manutenzione edilizia.

Si tocca il livello di guardia quando questo mercato, come a Venezia insulare, nel suo progredire mostra d'indurre o sostenere effetti mutageni sui supporti socioeconomici e sul capitale demografico della città, anche in rapporto alle dotazioni di servizi essenziali.

Più che in altre città antiche, la forzosa compresenza in Venezia insulare di differenti modi d'impiego della città e la progressiva obliterazione degli abitanti originari (dei quali permane soltanto un'esigua colonia, o riserva) hanno reso possibile l'ingresso di nuovi usi e stili di vita. Questa mescolanza, pèle-mèle, di persone e di gruppi, anche in forme di micro-invasioni (come quella dall'estremo oriente) rende difficile una reductio ad unum culturale e spirituale, e ostacola i tentativi d'identificazione e di quantificazione di una koinè urbana, confermando lo stereotipo e alimentando la condizione di "veneziani che non partecipano", di "città che non risponde", o come si dice: della "Venezia che non c'è".

A nessuno può sfuggire, per contro, come l'ordinario svolgersi della vita dei veneziani sia la ragione dell'acquisto di case, assicurando, con quella dell'alloggio, la proprietà di un pezzo di città vitale, e custodita in ogni stagione.

Non casualmente, nella réclame di un'immobiliare del gruppo Toscano, "Casa a Venezia non è più un sogno" esposta, con un certo sense of humour, proprio dentro gli autobus dei pendolari, si specifica più avanti che trattasi di un"'occasione unica a prezzi irripetibili" e, proprio: "nella Venezia dei Veneziani".

Ma nel contempo a nessuno sfugge come la progressiva alienazione degli alloggi a, o per, gente di fuori a prezzi insostenibili per persone a medio reddito che vivono o lavorano nella città antica ("Casa, un lusso irraggiungibile per i veneziani" titola il Gazzettino del 2 marzo u.s.!) riduce fisicamente le possibilità di permanenza e di sviluppo familiare degli autoctoni, costretti ad emigrare, con la conseguente progressiva erosione e dispersione di quella venezianità, supporto e presidio, appunto, dello stesso effetto città.

Tutti sembrano concordare, comunque, che Venezia insulare, come qualsiasi altro luogo in corso di de-abitazione, se letta riduttivamente soltanto come tracce murarie in funzione profit, non potrebbe aspirare se non ad un futuro da cenotafio urbano: cioè un monumento vuoto.

Il punto di rottura di un sistema bipolare come quello veneziano, già per molti aspetti compromesso nella condizione urbana della parte antica, sembra quindi collocarsi nell'imperativo della permanenza al suo interno di una membratura sociale consolidata, autosufficiente e in grado di progettare il proprio futuro.

Pare difficile credere che, in Venezia insulare, nella stessa ora in cui a S. Pietroburgo un solo esercizio commerciale vende trentaseimila libri al giorno, si leggano avvisi come: " la libreria è lieta di invitare la sua clientela più affezionata domenica 15 febbraio alle ore 11 per festeggiare (!) insieme il rinnovo del contratto d'affitto e il proseguimento dell'attività".

Forse è il momento d'escogitare qualche risposta alla domanda (immanente in molti pubblici e privati silenzi) se qualsiasi soluzione alla condizione antropologica di Venezia insulare (ma anche di ogni altra città oggetto di marketing urbano) debba essere attesa soltanto come il fall-out spontaneo della convocazione e dell'impianto di eventi straordinari, di opere rinomate e di impieghi internazionali e d'eccellenza, secondo l'implicito nel detto "prima i grandi affari, il resto seguirà".

O se piuttosto sia necessario un intervento della collettività per non affidare unicamente all'invisibile mano del mercato anche la cura residuale dell'assetto e del divenire della popolazione delle tanto concupite città storiche e turistiche.

Nel frattempo potrebbe essere utile e prudente, a Venezia come altrove, il preventivo utilizzo, nell'approvazione di progetti di opere e di strategie, di una prassi di procedura d'impatto sociale, anche soltanto sul tipo del questionario tuttora usato da Clifford Stoll (il padre putativo di internet) alla vigilia dell'adozione di nuovi codici: "Cosa si perde" si chiede Stoll "quando s'adotta una nuova tecnologia ? Chi viene emarginato? Quali preziosi aspetti della realtà rischiano di venire calpestati?".

Si veda l'articolo Il flop degli alloggi a metò prezzo, di Silvio Testa, , per comprendere alcuni elementi della dinamica analizzata da Pace

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