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Ida Dominijanni
Ricominciamo da zero
6 Aprile 2006
Articoli del 2005
“Il massimo, sarebbe di azzerare almeno formalmente tutte - tutte - le candidature e ripresentarle da capo, sulla base di qualche idea riconoscibile”. Queste le conclusioni di un commento rigoroso ed equilibrato (il manifesto del 23 gennaio 2005) alla vexata quaestio delle primarie

Che la vittoria in Puglia di Nichi Vendola sia un segnale ottimo è certo. Che abbia dato una scossa più che salutare ai gelidi e perdenti bilancini elettorali dei vertici del centronistra pure. Altrettanto certo è che la decisione di Fausto Bertinotti di candidarsi alle cosiddette primarie nazionali del centrosinistra abbia dato un’altrettanto salutare scossa ai minuetti di riassetto della coalizione e delle sigle del centrosinistra, e che pertanto essa vada mantenuta ferma. Non è altrettanto certo però che da queste premesse - politiche - consegua che le primarie siano la chiave di volta per un radioso futuro - istituzionale - della democrazia italiana e di una rappresentanza com- promessa dalla crisi terminale dei partiti.

Allo stato attuale, com’è evidente, esse sono piuttosto il paravento di conflitti poco trasparenti, anche se decifrabilissimi, fra i leader del centrosinistra, fra diverse concezioni della (e diversi gradi di convinzione sulla) leadership di coalizione fin qui assegnata a Romano Prodi, fra diverse visioni strategiche della cosiddetta Fed riformista e del peso specifico che al suo interno dovrebbero avere Margherita e Ds. E in questa irritante opacità è difficile dividere con un taglio netto torti e ragioni. Bertinotti ha ragione a non recedere dalla sua decisione e ad affidarle un meritato guadagno di peso politico nella coalizione; ma ha torto a coprire questo ragionevole calcolo con una irragionevole mitizzazione delle primarie come decisiva cartina di tornasole del grado di democrazia del paese. I Ds hanno torto a volere delle finte primarie a candidato unico, cioè un’iniezione di sostegno popolare a un candidato deciso dai vertici e senza alternative; ma hanno ragione a temere che delle primarie in cui tutti i leader di partito si candidano tranne un leader Ds, e i Ds figurano solo come grandi elettori di un leader di coalizione della Margherita, finirebbero con lo stritolare quel che resta del loro partito (e, in un solo colpo, con l’assegnare alla Margherita, Prodi o Rutelli, la leadership politica della Fed oltre che quella della coalizione e del governo). Romano Prodi ha ragione a voler essere rincuorato dal consenso popolare; ma ha torto a voler risolvere il suo storico handicap di leader senza partito con una iniezione di plebiscitarismo che lascerebbe comunque un’impronta sulla vicenda futura del centrosinistra e del paese.

E qui siamo al punto. Al di là - ammesso che ci sia un al di là - di questi incastri tattici e di queste tattiche di potere (nessuno si meravigli, come fa Adriano Sofri su Repubblica di ieri, che non ci sono candidate donne: in queste condizioni va da sé), come si prefigurano, sul piano istituzionale, queste primarie all’italiana? E perché dovrebbero essere un sicuro rimedio ai mali della partitocrazia, della crisi della rappresentanza e della democrazia - come su queste colonne ha sostenuto pochi giorni fa Paolo Flores d’Arcais?

Intendiamoci. Può darsi che la degenerazione partitocratica in Italia sia arrivata a un punto tale da rendere obsolete le obiezioni di principio che molti fautori della democrazia dei partiti portano a questo strumento proprio di una democrazia senza partiti come quella americana (le ha illustrate limpidamente, qualche settimana fa, sempre su queste colonne Enrico Melchionda). Mettiamo pure che la crisi dei partiti sia arrivata in Italia a un punto di non ritorno; e che delle consultazioni dal basso aiuterebbero a sbloccare la deriva di autoreferenzialità in cui il ceto politico è caduto. Ma se così fosse, lo strumento delle primarie andrebbe quantomeno approntato e regolato in modo plausibile e convincente, senza le solite, improvvisate e confuse imitazioni di modelli altrui in cui la fantasia istituzionale italiana eccelle. Esempio, già portato alla discussione da Walter Veltroni: si possono importare le primarie americane, che servono a scegliere fra più candidati dello stesso partito in un sistema bipartitico, nella situazione italiana, dove servirebbero a scegliere fra i leader dei diversi partiti in un sistema a due coalizioni? Non si può. Come non si può non vedere la differenza fra le primarie pugliesi, che si sono svolte per decidere fra due possibili candidati sulla base di una platea di volontari, e quelle calabresi, dove la platea era convocata su base rappresentativa.

Quale platea voterebbe alle primarie nazionali? Si può sostenere che una platea convocata dall’alto su base rappresentativa sarebbe troppo controllata dai partiti. Ma si può anche sostenere che una platea di volontari sarebbe priva di qualunque potere legittimante. In tanta confusione solo due elementi sono relativamente chiari. Il primo è l’iniezione di plebiscitarismo che da uno strumento così indefinito di investitura popolare inevitabilmente verrebbe al sistema italiano, che poco ne ha bisogno dopo anni di berlusconismo. Il secondo è la deriva di deregulation istituzionale, se non di de-costituzionalizzazione, in cui questa innovazione andrebbe a collocarsi, assieme ad altre in corso di sperimentazione (giova ricordare che alle prossime regionali si voterà con sistemi diversi da regione a regione, sulla base dei nuovi statuti). Deriva sulla quale converrebbe mettere il freno piuttosto che l’acceleratore. Sostenere che le primarie non vanno più fatte equivarrebbe, a questo punto, a mettere il tappo su un’istanza di partecipazione e sabotaggio dal basso dei giochi di vertice che non può e non deve essere frustrata. Ma sostenere che possano essere fatte come capita, o come risultante dei giochi e dei rapporti di forza all’interno del centrosinistra, sarebbe devastante per la già devastata democrazia italiana. Il minimo che si possa fare è regolarle in maniera non politicamente conveniente, ma istituzionalmente plausibile. Il massimo, sarebbe di azzerare almeno formalmente tutte - tutte - le candidature e ripresentarle da capo, sulla base di qualche idea riconoscibile.

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