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Jean Paul Fitoussi
“Resto pessimista la perdita di lavoro è inaccettabile"
14 Agosto 2009
Articoli del 2009
Enrico Occorsio intervista l’economista francese su ciò che molti, grazie a un leggero probabile aumento del Pil, chiamano “l’avvio dalla fine della crisi, su la Repubblica, 14 agosto 2009

«Segnali di ripresa? Non ne vedo. A parte che un +0,3 di Pil non è una gran cosa, anche se ci si aspettavano valori negativi, non è certo a una cifra trimestrale puramente contabile che bisogna guardare. Il vero indicatore è la disoccupazione, e questa è disastrosa, in Europa come in America». Jean-Paul Fitoussi, uno dei più prestigiosi economisti europei, professore a Parigi e alla Luiss di Roma, non è per niente convinto che si stia imboccando la via virtuosa di uscita dal tunnel. «Le dirò di più: si stanno ripetendo gli stessi errori che hanno portato alla crisi: squilibri mondiali, disavanzo di bilancio americano, surplus della Cina, e via dicendo».

Eppure la stessa Bce ha fatto un’inconsueta professione di ottimismo.

«Sono sorpreso. La crisi non è passata, né in America né in Europa né in nessun paese. Il dato del Pil trimestrale non significa nulla. Primo, perché è destinato ad essere continuamente rivisto, e diventa affidabile ben cinque trimestri più tardi. Secondo, perché è composto di elementi palesemente forzati come i sussidi pubblici che non si sa quando finiranno ma non potranno essere eterni. Terzo, perché non tiene conto dell’indicatore principale, appunto il tasso di disoccuazione, che è sotto gli occhi di tutti. E non voglio parlare delle banche».

Le banche?

«I loro bilanci entrano nel Pil, e questo è il paradosso più irritante. A parte i contributi pubblici, le banche hanno bilanci fantastici solo perché prestano soldi alle imprese, che hanno disperate esigenze di finanziamento, a condizioni durissime».

Ma la politica della Bce e della Fed non tiene sotto controllo l’insieme degli interessi?

«Macché, il prime rate non lo applicano per nessuno. Riescono sempre per un motivo o l’altro ad applicare dei "risk premium" da capogiro. Altrimenti non si spiegherebbe perché le aziende ricorrono in misura crescente al mercato obbligazionario, emettendo titoli che costano loro il 6 o 7% ma sono sempre più convenienti del credito bancario».

Sta di fatto che la Germania ha ripreso ad esportare. Non è un segno di buona salute?

«No, è uno degli squilibri di cui parlavo all’inizio. La Germania esporta solo perché ha ridotto i costi in modo spietato, comprimendo di fatto la domanda interna perché ha un mare di disoccupati e di sottopagati, fenomeno che inevitabilmente si allarga all’intera comunità europea».

Fin quando continueranno, allora, le difficoltà?

«Ripeto, fin quando non cesserà di aumentare la disoccupazione, il che non è in vista. In Europa ci siamo assuefatti ad una disoccupazione di massa, ma è inaccettabile».

Servirebbero grandi investimenti pubblici, ma le risorse?

«Un po’ più di coraggio sull’indebitamento pubblico non guasta. L’America avrà anche spalle più forti, ma a fine anno avrà un rapporto deficit/Pil del 12%. E l’Europa?»

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