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Giuseppe D?Avanzo
Restituire l’onore al Parlamento
18 Marzo 2004
I tempi del cavalier B.
L’ignobile montatura organizzata dagli uomini B. contro Fassino, Dini, Prodi è arrivata al capolinea. Il commento su la Repubblica del 26 febbraio 2004.

PER i lettori di Repubblica non sarà una sorpresa apprendere che la commissione d’inchiesta parlamentare Telekom Serbia è stata ingranaggio di una Grande Trappola contro il presidente della Commissione europea, il leader del maggior partito di opposizione, un ex presidente del Consiglio. Di quel disegno politico, perché di questo si tratta, Repubblica ha provato a indicare, fin da settembre scorso, gli attori, i comprimari e le mosse. Ora uno dei protagonisti dell’affare - Antonio Volpe - è in carcere, con Igor Marini, accusato di calunnia contro Prodi, Fassino e Dini. La magistratura farà il suo lavoro, accerterà e attribuirà le responsabilità, ma la decisione del giudice di Torino pone fin da ora una domanda e due questioni. La domanda interpella il governo. Antonio Volpe non è un uomo senza storia. è la muffa di un sistema che si immaginava seppellito per sempre. La sua opaca biografia di frammassone, di manovale a cottimo dei servizi segreti, i contatti costanti e recenti con l’intelligence della Difesa, la rete di legami (Francesco Pazienza, Renato D’Andria) con circoli di depistaggio e diffamazione impongono di sapere se, dentro le strutture dello Stato, esiste ancora (organizzata da chi? controllata da chi? tollerata da chi?) un’area oscura che si mette in azione contro gli avversari politici armata di dossier falsi e false testimonianze. è una risposta che tocca al governo dare. Sono il sottosegretario con la delega ai servizi segreti, il ministro della Difesa e dell’Interno a dover spiegare che cosa è nascosto sotto il tappeto nelle «case» di cui hanno la responsabilità politica. A dover dire se qualcosa sanno; se qualcosa e che cosa faranno per sapere; se sono d’accordo che sia ragionevole e doveroso, a questo punto, che qualcosa si sappia. Quel che è accaduto è sufficientemente chiaro a tutti. Una accolita di brutti ceffi, noti alla cronache fin dagli Anni Ottanta, si è stretta intorno a una commissione d’inchiesta parlamentare per annientare con la calunnia l’intera leadership dell’opposizione lanciando in aria, sospesa, addirittura una minaccia contro il presidente della Repubblica. Questi brutti ceffi, scrive il giudice di Torino, si sono mossi nel solco di «un unico disegno criminoso». Si incontra qui una prima questione politica: dove sono e chi sono i mandanti politici di quell’azione. Neppure Candido crederebbe che, un giorno tra novembre e dicembre del 2002, una pattuglia di massoni piduisti, di spioni e di spiantati si propone al lavoro di una commissione d’inchiesta, così, tanto per ammazzare il tempo in mancanza di meglio. Per stare ai fatti, vediamo Antonio Volpe intorno alla commissione Telekom fin da dicembre del 2002 (i lavori non sono ancora entrati nel vivo). Lo ritroviamo, a sentir lui, nelle stanze di san Macuto (il palazzo dove la commissione si riunisce) nel gennaio 2003 quando il cacciaballe Igor Marini ancora fatica da facchino all’ortomercato di Brescia. Frammassone Antonio Volpe se ne va in giro da quel momento presentandosi come «consulente della commissione». Ne rintracciamo la presenza nello studio del presidente Trantino in luglio, in comunicazione via fax con il "commissario" di Forza Italia Alfredo Vito in agosto e ancora con Alfredo Vito in settembre. Che cosa e chi lo autorizza a muoversi con quell’autonomia e, diciamo così, autorevolezza? Quale ingaggio, quale incarico? Se fossimo in una situazione appena decente, o decentemente normale, dovrebbe essere la stessa commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Enzo Trantino a fare luce sulla manovra che l’ha condotta in un vicolo maleodorante di calunnie. è la seconda questione che occorre affrontare. è una questione che chiama in causa il Parlamento e i presidenti di Camera e Senato. è in grado quella commissione di lavorare con serenità ed equilibrio? è in grado di raccogliere il rispetto dell’opinione pubblica, di onorare il qualificato compito che le è stato assegnato. Stiamo ancora i fatti. Anzi, a un fatto accaduto ieri. Un "commissario", Giuseppe Consolo, senatore di Alleanza nazionale, tra i più entusiasti estimatori del cacciaballe Igor Marini, tra i più inflessibili accusatori di Prodi, Fassino e Dini, apprende la notizia dell’arresto di Volpe. Non viene sfiorato né dall’imbarazzo né dalla cautela. Dà alle agenzie una notizia: ho consegnato alla commissione un documento da cui «si evince l’obbligo per le società pubbliche come Telecom di informare preventivamente l’azionista». Consolo non pensa di chiedere scusa a chi è stato per mesi infangato dalla calunnie che la sua avventatezza ha contribuito a diffondere. Consolo rilancia. Sventola un documento sortito chi lo sa da dove e come (non lo spiega) e dice: l’azionista di Telecom, cioè il ministro del Tesoro, cioè Carlo Azeglio Ciampi, doveva sapere. Delle due, l’una: o ha saputo e ha taciuto; o non ha saputo perché ha chiuso gli occhi. Senza un’ombra di rossore nel volto, Consolo ripropone la tecnica che ha soffocato la credibilità della commissione in questi mesi. Una procedura costruita con "clamorose" dichiarazioni alla stampa, con messaggi oscuri e parole oblique. Non c’è da meravigliarsi: la commissione Telekom non è nata per accertare i modi dell’acquisizione dell’azienda telefonica serba (e fatti da accertare ce n’erano e ce ne sono, come i lettori di Repubblica sanno). Quella commissione è stata costruita per liquidare l’opposizione, per fare da "camera di scoppio" di una campagna di diffamazione e di violenza politica. è quel che è avvenuto con l’arrivo di Marini e di Volpe, con le lettere anonime, con falsi documenti inviati da malvissuti ricattati da vecchi arnesi della massoneria piduista. Sono Pera e Casini a dover interrompere questa spirale di strumentalizzazioni politiche. I presidenti di Camera e Senato non possono interferire nelle determinazioni della commissione né devono condizionare la sua autonomia. è scritto nei regolamenti, è giusto che sia così. Ma la seconda e la terza autorità dello Stato hanno anche l’obbligo di preservare la rispettabilità delle Camere, hanno il dovere di chiedere che si allontani spontaneamente dalla commissione chi per inettitudine non ha saputo difenderne la limpidezza. Dopo quanto accaduto a san Macuto, in un Paese civile sarebbero formulate scuse a chi è stato ingiustamente infangato e sarebbe restituito, perché interesse di tutti, l’onore al Parlamento.

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