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Antonio di Gennaro
Raffinate strategie verso l’ignoto
11 Dicembre 2005
Articoli del 2004
E' aperta la discussione sulla Proposta di Piano territorale della Regione Campania, appena presentato dalla Giunta Bassolino. Ma non sembra combattere il guasto peggiore del territorio regionale: l'assurdo spreco di suolo. Dal Corriere del Mezzogiorno del 6 ottobre 2004

La Campania continua a consumare i suoi suoli, e quindi il suo futuro, con vorace e irresponsabile accanimento. I risultati di una recente ricerca condotta per conto delle associazioni Coldiretti, Italia Nostra e WWF, evidenziano come le superfici urbanizzate campane siano più che quadruplicate nel quarantennio 1960-2000, passando da 22.500 a poco meno di 94.000 ettari, a fronte di un incremento demografico dell’ordine del 21%. In altri termini, la crescita della città è oramai totalmente svincolata da quella della popolazione. I dati tendenziali relativi all’ultimo decennio mostrano come i processi incontrollati di consumo di suolo siano tutt’ora fortemente attivi: nel periodo 1990-2000 l’incremento netto delle superfici urbane è stimabile in circa 13.000 ettari, una superficie urbanizzata pari a una volta e mezzo quella presente nel comune di Napoli. E’ come se nel corso di due soli lustri la Campania si fosse arricchita di un paio di nuove grandi città.

A fronte di questo preoccupante scenario, è veramente sorprendente constatare come, scorrendo le oltre mille pagine della Proposta di Piano territoriale regionale presentata di recente, non sia possibile rinvenire alcun dato circostanziato relativo alle dinamiche di consumo di suolo e, soprattutto, alla preoccupante tendenza dell’ultimo decennio. Si tratta di una incomprensibile omissione, che si accompagna all’assenza di ogni riferimento stringente alle misure regolative proposte dall’Unione europea per la tutela del territorio rurale ed aperto, imperniate sul riuso delle aree urbane esistenti.

Questa impostazione di tipo "debole" espone il territorio campano a rischi inimmaginabili. Così come attualmente formulati, gli obiettivi indicati dal Piano territoriale, di decongestionamento delle aree urbane a maggiore densità, e di riqualificazione delle periferie, adeguando gli standard urbanistici deficitari (servizi, attrezzature), rischiano inevitabilmente di attivare una domanda di suolo addirittura crescente. Proprio come si proponeva di fare il tanto contestato Piano territoriale di coordinamento provinciale di Napoli, che perseguiva l’obiettivo di riqualificazione urbana sacrificando 25.000 ettari di aree agricole pregiate, quasi la metà del territorio rurale ancora presente.

Insomma, la strada proposta dal piano regionale potrebbe essere definita di riequilibrio espansivo e rappresenta di fatto una contraddizione in termini (per migliorare la città, facciamola crescere ancora). Un colpo al freno ed uno all’acceleratore, dunque, in una di quelle politiche arrischiate che tanto piacciono al governo nazionale (meno tasse ma niente tagli alle prestazioni sociali), ma anche a quello regionale, che per la zona rossa del Vesuvio, prevede simultaneamente incentivi sia per chi va che per chi viene.

Altrettanto debole appare la scelta del Piano regionale di affidare la tutela ambientale e del paesaggio alla definizione della rete ecologica regionale, comprendente le aree montane, insieme agli spazi agricoli limitrofi con funzione di aree cuscinetto, ed ai corridoi ecologici di collegamento. Infatti, lo studio sulle trasformazioni territoriali in Campania, citato in precedenza, evidenzia come, per ogni 100 ettari di aree rurali che si urbanizzano, circa 96 siano costituiti da aree agricole altamente produttive, e solo 4 da aree boschive. Insomma, la difesa del territorio rurale nella sua interezza, non può privilegiare più di tanto la tutela delle aree a maggiore naturalità, che ricadono in prevalenza in quel 26% del territorio regionale già tutelato da aree protette e parchi. La battaglia si combatte altrove, nelle pianure e nelle aree vulcaniche, dove si localizza il 75% della crescita urbana dell’ultimo quarantennio. In tali contesti, la strategia proposta dal piano presenta un carattere ambiguamente flessibile, tecnicamente inadeguato a contenere l’espansione della città con misure regolative stringenti. A conferma di ciò, il famigerato Ptcp di Napoli denominava corridoi ecologici i lacerti residui di spazio rurale, fortunosamente scampati alla trasformazione urbana.

Insomma, se realmente la Regione intendesse basare su simili approcci la revisione dei piani paesistici, giudicati senza mezzi termini dal Piano superati ed eccessivamente vincolistici, si aprirebbe per il paesaggio campano una stagione difficile e carica di incertezze.

Infine, un altro aspetto che caratterizza il Piano territoriale, probabilmente il suo vero "motore", va ricercato nei 43 sistemi territoriali locali, che rappresentano il principale riferimento per le politiche regionali di sviluppo. La loro definizione è stata operata "… seguendo ‘dal basso’ la geografia dei processi di autoriconoscimento e di autorganizzazione presenti nel territorio". Più semplicemente, si tratta della perimetrazione dei patti territoriali, contratti d’area, piani integrati e quant’altro, in una sorta di catasto a scala regionale della programmazione negoziata. Anche qui, appare irta di incognite la scelta operata dal Piano di riconoscere un ruolo strutturale ad iniziative locali che, nell’ultimo quindicennio, hanno invece manifestato una propensione difficilmente contenibile allo spontaneismo, alla spinta derogativa rispetto agli strumenti ordinari di pianificazione urbanistica che le amministrazioni hanno faticosamente tentato di darsi. Contribuendo per di più in maniera insoddisfacente alla crescita regionale forse perché, come ricorda l’ultimo rapporto dell’Osservatorio economico regionale coordinato dal professor Giannola "… l’articolazione locale della contrattazione programmata, non annulla ma postula un indirizzo di politica industriale, della ricerca e dell’innovazione" e, ci sentiremmo di aggiungere, del territorio.

In conclusione, la strada indicata dal Piano territoriale – quella cioè di barattare ancora un po’ di consumo territoriale con l’aspettativa, in verità piuttosto indefinita, di un po’ più di sviluppo – appare francamente superata, ed esige un ripensamento. Come testimoniato anche dalla sfavorevole coincidenza, che vede la Campania contemporaneamente al vertice della classifica dei consumi di suolo, ma ancora malinconicamente al fondo di quella dei redditi regionali, recentemente stilata dall’ISTAT.

A proposito del PTC della Provincia di Napoli: un eddytoriale e molti articoli nella cartella S.O.S. - Campania Felix

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