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Fabrizio Bottini
Quore di Tenebra
8 Giugno 2006
Padania
Alfabeti scompigliati nella Megalopoli. Breve introduzione ad alcuni temi della Scuola Estiva di Eddyburg (f.b.)

Joseph Conrad la metteva esattamente così:

The tranquil waterway leading to the uttermost ends of the earth flowed sombre under an overcast sky – seemed to lead into the heart of an immense darkness.

E anche se il Po non è il Congo, ed è piuttosto difficile considerare Monselice – la nostra meta, quasi 400 km a est – come un posto che sta “agli estremi confini della terra”, si può comunque provare a sperimentare una sensazione del genere, partendo la mattina presto da Sassi, sulla sponda collinare del fiume a Torino. La strada Padana Inferiore risale rapidamente una valle con poche case sparse (poche considerato che siamo ancora in comune di Torino), poi taglia sotto il colle di Pino in tunnel, e scende rapidamente verso la pianura attraversando l’abitato di Chieri. Siamo in territorio aperto, con la padania spalancata davanti agli occhi nei primi rettifili tra le fasce verdi di prati e alberature ... ma è un’impressione sbagliata. Doppiamente sbagliata.


Perché tra qui, periferia orientale di Chieri, fascia esterna della conurbazione torinese, e “gli estremi confini della terra” acquattati là in fondo a Monselice, la padania è tutto fuorché spalancata, aperta, ariosa, libera. E non solo perché si devono attraversare posti come Alessandria, Voghera, Cremona o Legnago (senza offesa per gli altri), ma soprattutto per via delle scatole precompresse sparpagliate, via via più fitte di anno in anno, tra Alessandria e Voghera, tra Cremona e Legnago, e poi tra Castel San Giovanni e Sarmato, o Casteldario e Nogara. Insomma, dappertutto, sempre più vicine l’una all’altra, a soddisfare l’imperativo dello “sviluppo” produttivo, commerciale, di servizi vari, di sicuro doverosamente e solennemente deliberato dai vari sindaci di Sarmato, Piadena, Sanguinetto, eccetera.

Del resto, che altro potrebbero fare i sindaci, se non promuovere lo “sviluppo” locale, magari concentrando (o disperdendo) capannoni e scatole commerciali-espositive proprio su quello stradone? Stradone ben allacciato a qualche non lontano casello autostradale, che sembra messo lì apposta, (quasi) sempre lontano da piazze, sagrati, cortili della scuola, giardinetti.


Il fatto è, che quella strada scorre nell’ancora virtuosamente tenebroso cuore della padania, per lunghissimi tratti parallela e vicinissima al grande fiume, e il pur legittimo punto di vista dei singoli sindaci smette di essere tale se si salda a quello di tutti gli altri, così come si sta saldando via via la striscia continua degli scatoloni, rotatorie, insegne luminose, piazzali asfaltati, da Torino a Monselice. Sempre più simile all’altro, più noto, nastro trasportatore della Padana Superiore, che nessuna persona sana di mente si sognerebbe mai di considerare qualcosa di diverso da una immensa città lineare, e dove non c’è bisogno di evocare corridoi continentali Lisbona-Kiev per descrivere quello che salta agli occhi.

Il fatto è, che appunto ne abbiamo già una di città lineare continua, anzi due, se mettiamo nel conto anche l’asse Emilia. Che ce ne facciamo di un’altra? Vogliamo gestire il territorio e l’ambiente con la regola aurea del “non c’è il due senza il tre”? Pare proprio di si, a giudicare dal ritmo col quale nastri e nastrini cementizi spuntano dappertutto, e dappertutto doverosamente allineati lungo la Padana Inferiore, a saldare un centro abitato all’altro, con interruzioni sempre più brevi di prati, qualche ciuffo di alberi, campi coltivati a mais o cartelloni pubblicitari.

Certo, oltre le decisioni puntuali dei singoli comuni ci sarebbe la pianificazione provinciale, e qui in effetti leggendo relazioni, mappe, norme tecniche, si nota una certa attenzione, dalla periferia di Chieri alle pendici dei Colli Euganei, a contenere le esuberanze della biscia cementizia al neon. Ma se si confrontano, questi piani provinciali, messi in fila uno dopo l’altro come i territori che interessano, pare proprio che si rischi di ripetere la vecchia storia dei ciechi attorno all’elefante: uno tocca una gamba e giura che quello è un albero, un altro sbatte contro il fianco e ribatte macché, è una muraglia, eccetera. Insomma quello che emerge leggendo questi documenti della pianificazione provinciale sono a volte anche ottime intuizioni (a volte molto meno), ma che anche quando fotografano efficacemente il fenomeno, poi annaspano o si contraddicono in fase di proposta.


Succede così che nello stesso documento si legga in un capitolo descritta tutta la gravità della “conurbazione continua” (nell’Oltrepo pavese, da Voghera a Stradella), e poi si trovino magnificate le sorti di un futuro grande interporto, giusto in una delle poche aree libere rimaste. Oppure che si sviluppi una magnifica “macchina” scientifica di monitoraggio e decisioni, a contenere consumi di suolo agricolo e sprawl urbano da irrazionalità localizzativa (nella grande pianura cremonese e mantovana), salvo poi introdurre la stessa infrastruttura autostradale parallela alla Padana, che altrove ha già generato, appunto, consumi di suolo e sprawl.

Il tutto per tacere dei documenti che, salvo lodevoli richiami alla doverosa tutela di ambiente e spazi liberi, poi in realtà sono impostati tutti in una logica di crescita delle attività logistiche, produttive, commerciali, puntualmente concentrate sempre lì, nell’ex cuore verde della padania a cavallo dell’ex Statale n. 10 (da Tortona a Piadena anche ex Postumia Romana, per inciso).

Ma non è certo questa breve nota, la sede ideale per sviluppare un tema complesso come quello accennato, e per questo rinvio ai materiali utilizzati alla Scuola Estiva di Eddyburg, in corso di pubblicazione.

Resta solo l’ottimistica speranza che decisori e pianificatori sviluppisti, oltre a consultare sociomani e tuttologi televisivi (la cui idea di territorio sembra concentrata sugli immensi spazi interni della propria mente), provino magari a guardarsi attorno, durante gli spostamenti da un qualificato consesso all’altro. Magari potrebbe anche tornargli in mente quella battuta di Woody Allen letta tanti anni fa in treno: When you’re dead, it’s hard to find the light switch.

In altre parole, in padania e altrove, mille luci dello sviluppo e cuore di tenebra non sono armate contrapposte che si scrutano con odio dal rispettivo crinale. Possono convivere, purché dosate e governate.

Ne abbiamo parlato molto. Speriamo di continuare a parlarne, magari con qualche effetto in più sull'agire quotidiano.

Nota: oltre ai miei materiali per la Scuola Estiva di Eddyburg già citati, qui sul sito con riferimento diretto ad alcuni temi della Padana Inferiore, ci sono un paragrafo sul Centro Commerciale Montebello (nel testo su Borgarello), e soprattutto quello sull’autostrada ACME ; di qualche utilità generale anche il testo pubblicato a suo tempo da "il manifesto", sulla Città Ideale della Padania (f.b.)

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