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Bruno Gravagnuolo
Questione morale: la memoria di ieri da applicare all’oggi?
7 Dicembre 2008
Articoli del 2008
Minucci, Macaluso, Tortorella, Reichlin, Ingrao¨i “vecchi” del PCI dicono la loro sulla crisi del PD. L’Unità, 7 dicembre 2008

Ventisette anni fa, il mondo capovolto, ma in Italia non è ancora finita. E tutto comincia con quella famosa intervista di Berlinguer a Scalfari su Repubblica, il 28 luglio 1981: «I partiti hanno occupato lo stato...tutte le operazioni che le diverse istituzioni e i loro dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste in fuzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan...». Era il manifesto della «Questione morale», innovazione rivoluzionaria fin dal lessico, visto che le «questioni» erano state altre: operaia, sociale, femminile, meridionale, etc. Bene, quanto di giusto vi era in quella denuncia? Da dove nasceva? E quanto s’attaglia al nostro presente e all’«allarme rosso» (su Pd e dintorni) da più parti evocato? Facciamocelo raccontare dalla vecchia guardia Pci. Dagli uomini che stavano attorno a Berlinguer, magari dissentendo.

Adalberto Minucci, ad esempio, ex direttore de l’Unità, allora membro della segreteria. «Era un momento cruciale - dice - c’era stato il terremoto dell’Irpinia, la polemica di Pertini sullo sfascio dei soccorsi. E sullo sfondo, la polemica col Psi di Craxi che virava verso la Dc contro di noi, e poi la P2...». Berlinguer aveva decretato la «svolta di Salerno», e Minucci era stato il più duro avversario del nuovo corso craxiano («Ucci Ucci- scriveva Craxi sull’Avanti! - sento odore di Minucci...»).

Minucci, Dalla, Craxi

La «questione morale» per Minucci era un modo per «spezzare l’assedio, dopo la crisi dell’unità nazionale e il delitto Moro. E contro la modernità degenerata di Craxi. Già alleato con Berlusconi, e con Forlani e Andreotti». In sintesi, valenza politica e morale della denuncia, in anticipo sulla politica lobbistica di oggi. Sul berlusconismo, e sulla commistione politica-affari. Linea che Minucci difende. «Una volta - racconta - mi chiamò Lucio Dalla, che il 9 settembre 1981 mi organizzò nel suo camper, al concerto di Castel S. Angelo, un incontro con Craxi. Lui mi disse: “lasciatemi sgomitare contro la Dc e contro di voi, poi verrà anche il vostro turno al governo”. Gli dissi di no e non mi pento».

Macaluso: giusto, ma a metà

Parla Emanuele Macaluso, anche lui in segreteria, responsabile del Mezzogiorno. La sua idea era un’altra: condizionare Craxi, favorendo la sua ascesa a premier. Oggi dice: «La denuncia di Enrico era giusta, coglieva nel segno ma solo a metà. V’era anche un lato positivo nei ceti emergenti che si ribellavano alla Dc. E il limite della questione morale stava nella sua mancanza di sbocchi. L’alternativa democratica non chiariva con chi ci si alleava: con la Dc, col Psi o con entrambi?».

Quindi? «Era un tentativo di rigenerazione per rompere l’isolamento, e mostrare che senza il Pci non si governava». E qui il ragionamento di Macaluso plana sul presente. «Cambiava la società italiana, entravano in crisi i partiti e i blocchi sociali. C’era una spinta anche degenerata al consumismo e al particolarismo. Ci voleva una proposta istituzionale e di alternativa riformista a sinistra. Che superasse l’identità comunista senza buttare a mare i legami di massa ma rinnovando il nostro blocco. E sconfiggendo lo stallo del predominio Dc».

La casta diffusa

E oggi? «Situazione aggravata, non abbiamo saputo rinnovare i partiti. Né la sinistra, in senso socialista e riformista. Così, sulle ceneri della prima repubblica hanno vinto il populismo e l’aziendalismo di Berlusconi. Mentre il Pd è un post-partito, formato da una sommatoria di interessi e culture in conflitto». Ovvio - questa la conclusione di Macaluso - «che all’ombra del Pd proliferino fenomeni di trasformismo e corrutela locale. Una casta diffusa, che occupa i rami bassi di enti locali e sotto enti. Una mezza borghesi parassitaria, che amministra e spartisce risorse coi potentanti economici».

Che deve fare il Pd? «Confido in una crisi virtuosa, non nello sfascio. Devono chiarire la loro identità, il loro tipo di opposizione, la collocazione in Europa. Ripristinare un’idea di partito. E un baricentro degli interessi di riferimento da privilegiare. Dal lavoro alle imprese». Altrimenti? «Prevarrà lo spappolamento. La questione morale è politica».

Tortorella: era una sfida

Aldo Tortorella invece, ex cordinatore della segreteria, non ci sta - come Minucci - a criticare la scelta politico-morale del Berlinguer di allora: «La “rigenerazione” di Enrico - spiega - era una sfida rivolta a tutto il sistema politico. Scelta espansiva, per costringere tutti a mutare, a partire dal ruolo delle donne, dalle emergenze del pianeta, dai movimenti. Craxi? Aveva chiuso i giochi a destra, impossibile dialogarci». E la svolta Pci-Pds? «Andava fatta, ma non liquidando ogni legame di massa verso un partito radicale indefinito, come quello di Occhetto».

Aggiunge Tortorella: «Siamo stati subalterni a un’idea populistica di maggioritario, in vista di partiti plebiscitari e d’opinione: Berlusconi da una parte, e il “post-partito” Pd dall’altra». Per Tortorella il «mito del maggioritario a tutti i costi» ha aggravato i problemi denunciati da Berlinguer. Fino a quella «partitocrazia senza partiti che ne ha fatto una confederazione di notabilati e di gruppi, in periferia e al centro. Notabilati che coincidono col potere locale e l’intermediazione di risorse. E realtà che verrebbe aggravata da un partito del Nord, del Centro e del Sud».

Reichlin: ora ricominciamo

Anche Alfredo Reichlin, dirigente storico Pci e anima pensante del Pd, è d’accordo sull’attualità di quel Berlinguer: «Era tutta altra epoca, ma lui capì in tempo che l’economia e la finanza espropriavano la politica». Oggi però, dice Reichlin, la battaglia «deve ricominciare dal contrasto al potere finanziario, una questione a scala mondiale. Ma rimettendo al centro la grande politica, il potere democratico oggi svuotato. E reinnestando la cittadinanza sul lavoro, sulla produzione della ricchezza reale. Questi sono i veri problemi per il Pd, pressato dal lobbismo in alto e dal localismo in basso. In tal senso la questione morale è politica».

Ingrao: dove va il Pd?

Infine, sentiamo un vecchio leone: Pietro Ingrao. Voce un po’ fuori registro. Ci confida al telefono che non s’è mai scaldato troppo per la «questione morale», abitutato com’è a vedere i processi sociali, dietro l’etica e il costume. Sì, anche per lui «la questione morale resta politica. E oggi riguarda prima di tutto la direzione di marcia del Pd». Ci chiede Ingrao e si chiede: «Dove vuole andare il Pd? Quali i suoi veri contrasti interni? Vuole ancora un’intesa con Berlusconi o ci ha rinunciato del tutto?». E chiude il vecchio leone ultranovantenne, con due considerazioni in una. Eccola: «D’accordo, la questione morale. E però mi supisco che mentre si torna a parlare di una crisi epocale del capitalismo come quella del 1929, il Pd su questo non abbia granché da dire. Così come non ho sentito nulla sull’India, sulla Cina, e sull’ordine mondiale da rifare. Mentre in Asia si riaccendono questioni esplosive...».

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