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Fabrizio Bottini
Quel pomeriggio in uno sprawl da cani
6 Maggio 2012
Scritti ricevuti
Il sequestro di persona all’agenzia delle entrate a Romano di Lombardia ci butta di colpo in uno spietato paesaggio della crisi davvero all’americana, nel senso peggiore

Seguendo la cronaca concitata di un qualunque pomeriggio padano di recessione, con il piccolo imprenditore indebitato che si barrica dentro gli uffici delle tasse in un piccolo centro della media pianura, sparando contro il soffitto con un fucile a pompa, non potevo fare a meno di ripensare a un’altra cronaca di alcuni mesi fa, probabilmente scivolata nel dimenticatoio. È un giorno di inizio gennaio 2011, e alla periferia di Tucson, Arizona, l’ennesimo ragazzo in stato di confusione mentale si presenta armato davanti a uno shopping mall, e apre il fuoco contro un piccolo comizio della deputata Gabrielle Giffords: sei morti, fra cui un importante magistrato, e la stessa Giffords ferita molto gravemente insieme ad altri. I resoconti della stampa, poi, si soffermavano abbastanza naturalmente sulle biografie dei protagonisti, andando a cercare amici, testimoni, gente del posto. E qui arrivava l’aspetto forse più interessante per il resto del mondo, incluse le medie pianure bergamasche.

La descrizione del quartiere North Soledad – dove abitava il ragazzo – immerso nello sprawl dell’Arizona, era piuttosto illuminante. File di villette con giardino, qualcuna un po’ mal messa, altre più in là pignorate e in attesa di improbabili nuovi occupanti, altre ancora con qualche abitante arrivato qui negli anni del boom trascinato dall’edilizia, e ora alle prese con la recessione e i conti da far quadrare, le rate del mutuo, la benzina sempre più cara ma indispensabile per far andare il furgoncino dell’impresa individuale, o per andare a far spesa al supermercato, una decina di chilometri minimo, intesi come dieci all’andata e dieci al ritorno. E torniamo invece a Romano di Lombardia … invece? Invece un accidente, verrebbe da dire: schiere di villette con la macchina parcheggiata sul viale di ghiaia, appena fuori dall’antico fossato che ancora cinge il centro storico praticamente non c’è altro, per chilometri e chilometri. I capannoni delle aree industriali-artigianali che chiudono comunque sempre l’orizzonte, salvo dalla parte delle Orobie a nord, in mezzo ai quali spesso spuntano curiose nuove attività, sempre capannoni con parcheggio ma bar o centri abbronzatura con tanto di palma finta illuminata, parecchi cartelli VENDESI o AFFITTASI.

Tanto lavoro operaio, tanta piccola impresa, edilizia coi furgoncini che ancora escono la mattina presto per andare magari fino a Milano, nei piccoli cantieri di riqualificazione commerciale del centro. Il sequestratore dell’ufficio tasse era titolare di una piccola attività di servizio nel settore pulizie. E centri commerciali che pullulano ovunque. Solo per citare geograficamente i più grossi, c’è il Borgo giusto sulla rotatoria appena fuori Romano, poi le Acciaierie a Santa Maria del Sasso, nel vuoto pneumatico della pianura dove pascolano le vacche, e giù a cavallo della Padana, anche lui in trepida attesa del serpentone Bre.Be.Mi., l’ultimo arrivato di Antegnate, ancora circondato dal marasma di cantieri dell’autostrada spudoratamente concepita per lo “sviluppo del territorio locale”. Per adesso i cantieri arrancano, complice anche uno dei tanti guai giudiziari della Regione, quando si è scoperto che sotto il serpente d’asfalto volevano nasconderci e anzi ce li avevano già nascosti, dei micidiali veleni. Ma se l’autostrada non c’è ancora, i suoi cosiddetti prodotti collaterali abbondano, e del resto è per quello che è stata progettata sul nuovo percorso, ad accontentare gli appetiti locali di capannoni, svincoli, cinture, bretelle, varianti.

E adesso? Adesso i carabinieri si sono portati via il sequestratore di Romano, e il dibattito anche giustamente si sta concentrando per un verso o per l’altro sulla recessione, le tasse, il cittadino lasciato solo davanti alla crisi. Ma chissà cosa stanno combinando e macchinando i fat cats ai piani alti del Formigone, il monumento alla propria vanità fortemente voluto dal cosiddetto “Celeste”, che da una quarantina di chilometri scrutano la pianura che considerano proprio possedimento e dominio. Di sicuro non hanno alcuna intenzione di rinunciare al loro modello di “eccellenza” a base appunto di sprawl che si autoalimenta, e trasformazioni territoriali in un modo o nell’altro a carico del contribuente. Magari, come cantava Johnny Cash, quegli alti papaveri stanno lì “probably drinking coffee, and smoking big cigars”. Mentre l’altro lo trascinano via, e già qualche ufficio stampa prepara gli inevitabili profili da psicopatico, il gesto sconsiderato, o magari lo slogan contro il fisco in genere.

Resta il fatto che, da un piccolo modesto punto di vista, quando si usano certi criteri di giudizio, magari anche certi termini come il solito sprawl, non si vuol fare nessun esotismo, ma solo provare a ricordare che ormai davvero tutto il mondo è paese, tutto ciò che capita sta capitando anche a noi, “altrove” è un concetto geografico che va sempre spiegato. Il fucile a pompa che spara sul soffitto nel pomeriggio di un giorno da cani, davanti al parcheggio di un centro commerciale, ormai ce lo dobbiamo tenere. E forse sarebbe meglio prendere però anche sul serio gli anticorpi culturali che certe situazioni hanno già prodotto: quelli sono tutt’altro che esotici, e invece utilissimi per esempio a sbugiardare gli ideologi del finto ovvio.

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