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Andrea Mario; Rossi Agostinelli
Quando la politica del “si può fare” cancella quella del “si deve fare”
1 Maggio 2008
Padania
Una critica alle teorie e alle pratiche territoriali del neoliberismo bipartisan, e una proposta, non solo per la Lombardia

In un recente articolo su Liberazione l’urbanista Sergio Brenna, a proposito dell’Expo 2015, citava le parole pronunciate nel ’43 da De Finetti in uno dei suoi saggi riguardanti la pianificazione della città e del territorio. Una citazione che ci sentiamo di riprendere per la sua impressionante attualità e viste le proposte contenute nei programmi dei due maggiori schieramenti politici in materia di governo del territorio e tutela dell’ambiente. De Finetti avvertiva “di non lasciar prendere la mano ai praticoni o ai cosiddetti uomini d’azione che si battono per il sistema del fare pur di fare perché il tempo stringe e la necessità è grande”. E sì, perché se da un lato conosciamo molto bene le scelte di politica urbanistica promosse dalle destre, dall’altro scopriamo nel programma riformista del Pd affermazioni in materia di governo del territorio che rasentano il paradosso. In linea con la politica del “ma anche” e del “più”, troviamo quella del “basta” poiché la crescita economica richiede che si “debba fare”. In tema di ambiente si dice allora: “…basta con l’ambientalismo che cavalca ogni movimento di protesta e impedisce la crescita dell’Italia…” e si ribadisce che per modernizzare il Paese c’è bisogno “del nostro ambientalismo del fare”.

Date queste prospettive ed utilizzando ancora le riflessioni di De Finetti ritengo che “…conviene precederli e cercar di fissare qualche concetto fondamentale per lo sviluppo della città” e, aggiungiamo noi, anche del territorio, “…che valga anche a difenderli dagli improvvisatori”.

Il presupposto fondante della linea politica comune a entrambi gli schieramenti è la dottrina neoliberista che affida al mercato anche la definizione degli assetti territoriali ed allo Stato l’assunzione di un ruolo minimale. I neoliberisti non sono contro l’intervento dello Stato nel mercato ma ritengono che esso debba operare per integrarlo ed aiutarlo (Hayek). In quest’ottica il decisore pubblico dovrebbe intervenire solo per sostenere l’interesse privato, considerato il vero motore dello sviluppo economico. Secondo gli apologeti del neoliberismo la pianificazione dovrebbe pertanto rinunciare definitivamente alla pretesa di svolgere, a qualunque livello ed in qualunque modo, un ruolo di “sistema” nei confronti delle attività private. Da qui il fatto che il governo del territorio, a loro avviso, dovrebbe essere affidato ad una strumentazione minimale, altamente flessibile che liberi il mercato dai “lacci e laccioli” della politica, considerati un freno all’obiettivo primario della crescita economica. Esplicativo a questo proposito è il progetto di legge che era stato presentato sotto il governo Berlusconi dall’ex Assessore lombardo Lupi che, approvato alla Camera grazieanche ai voti ed alle convergenze di Margherita e DS, fortunatamente non è andato in porto per la scadenza della legislatura. Si trattava di un progetto neoliberista che in nome della “regola aurea” per cui il bene pubblico deve essere conseguito con il minimo sacrificio della proprietà privata, privatizzava di fatto l’urbanistica ponendo al centro dell’agire pubblico l’interesse ed il ruolo dei privati, ossia quello delle rendite immobiliari. Si trattava di un disegno di legge ispirato alla legge lombarda per “il governo del territorio” (LR 12/2005), una legge in cui alle rendite fondiarie si riconoscono il diritto “naturale ad edificare” ed un ruolo “sociale” oltre che economico. In questa legge regionale, che interpreta in chiave leghista il principio di “sussidiarietà”, si pongono forti limiti ai poteri di pianificazione di “area vasta” delle Province e li si devolvono ai Comuni, i quali se ne servono per far quadrare i propri bilanci mettendo a disposizione delle rendite immobiliari vaste aree del proprio territorio non ancora urbanizzato. É una legge che fa propria la politica del “pianificar facendo” già in essere da diversi anni e praticata dai Comuni ricorrendo astrumenti urbanistici che hanno consentito di aggirare i PRG vigenti. Un recentissimo studio (Legambiente – DIAP) ha evidenziato che in Lombardia, nel solo periodo 1999-2004, ogni anno sono stati sottratti all’agricoltura ed alla campagna ben 4.950 ettari. Ogni giorno sono stati coperti di cemento e asfalto ben 135.600 mq. E poiché questo non basta, da alcuni mesi l’Assessore lümbard all’urbanistica Boni sta profondendo tutto il suo impegno per peggiorare la legge regionale vigente, proponendo emendamenti che prevedono di dare ai Comuni la possibilità di urbanizzare anche nei Parchi. Fin’ora l’Assessore è stato stoppato grazie ad una massiccia mobilitazione che ha visto impegnati Associazioni ambientaliste, urbanisti, cittadini e l’opposizione di centro-sinistra in regione Lombardia. Ciò nonostante il caparbio Assessore ha promesso che ci riproverà, con buona pace delle direttive dell’U.E. che invitano gli Stati membri a dar corso a politiche per lo “sviluppo urbano sostenibile” che pongano al centro il contenimento del consumo di suolo, la tutela della biodiversità e degli spazi verdi. E, se questi sono i prodromi, ne vedremo delle belle quando si presenteranno i progetti relativi all’Expo 2015! Sotto il governo Prodi si è tentato di dare al Paese una legge quadro che ponesse un freno al dilagare di leggi regionali neoliberiste ed a politiche di urbanizzazioni prive di limiti. Purtroppo l’interruzione della legislatura non ha permesso al Parlamento di approvare un testo unico in cui anteporre l’interesse pubblico e generale a quello privato affidando la responsabilità del governo del territorio e delle città esclusivamente ai poteri pubblici, i quali la devono esercitare impiegando il metodo e gli strumenti della pianificazione. Ora, visti i programmi dei due maggiori schieramenti il rischio di vedere riesumato il progetto di legge Lupi è assai concreto.

I soggetti e le associazioni che hanno concorso a dar vita a “La Sinistra l’Arcobaleno” e che nel corso di questi anni hanno sviluppato iniziative di lotta per la difesa dell’ambiente e del territorio hanno contribuito a diffondere una coscienza collettiva di essi quali “beni comuni”. Una consapevolezza necessaria e da cui bisogna partire per intraprendere il faticoso ma indispensabile percorso verso uno “sviluppo socialmente ed ambientalmente sostenibile”.

“La Sinistra l’Arcobaleno”, riconoscendo la valenza di queste pratiche e l’importanza del tema dello sviluppo sostenibile ne ha fatto un punto imprescindibile del proprio programma. Un obiettivo programmatico decisivo che presuppone una concezione del territorio e dell’ambiente diametralmente opposta a quella dominante. Si tratta di concepire il territorio non più come un mero supporto fisico da sfruttare in funzione dell’insediamento delle attività umane. Si tratta di concepire l’ambiente non come ricettacolo/pattumiera atta a raccogliere qualsiasi “scarto” di un modello di sviluppo che si fonda su una crescente produzione di merci ad alto contenuto energetico, di materie prime non facilmente riproducibili e difficilmente degradabili.

Territorio e ambiente sono beni necessari, indispensabili e soprattutto finiti. Ed è propria la coscienza del loro limite che deve spingere verso un radicale cambiamento di rotta nella loro gestione ed organizzazione. Ma per poterli gestire e governare in modo virtuoso e consapevole è necessario ridare centralità alla pianificazione pubblica. Solo entro un processo di pianificazione del territorio e di ciò che interagisce con esso è possibile recuperare un equilibrio ecologico da tempo compromesso.

Un processo che deve essere necessariamente affidato al potere pubblico poiché solo in questo ambito è possibile ricercare le risposte ai problemi che minacciano il clima e la vita sul pianeta. Pubblico e partecipato perché si tratta di gestire in modo efficace, trasparente e condiviso risorse che appartengono alla collettività. Soltanto entro questo processo che è anche un processo di apprendimento e crescita culturale, è possibile dare concretezza ad una diversa idea di società.

Mario Agostinelli è Capogruppo PRC–SE nel Consiglio regionale della Lombardia; Andrea Rossi è Consigliere PRC SE alla Provincia di Lodi

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