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Dario Stefàno
Quale dimensione economica per la nuova PAC
22 Gennaio 2012
Scritti ricevuti
Un intervento a proposito delle nuove sclelte in materia di politiche agrarie comunitarie. Scritto per eddyburg, con postilla

Mi riferisco all’interessante e puntuale articolo di Francesco Erbani Ue, soldi ai contadini che salvano il paesaggio, pubblicato da Repubblica e ripreso da eddyburg

La PAC nasce come politica settoriale, come intervento di stampo prettamente economico: erano gli anni immediatamente successivi alla guerra e il deficit alimentare dei sei Paesi fondatori della Comunità Europea rappresentava una emergenza, così come la necessità di sostenere un settore che aveva un peso economico e occupazionale ancora molto significativo.

Da allora le cose sono radicalmente cambiate: il contributo al Pil dell’agricoltura è calato, cosi come la quota degli occupati. In più la filosofia dell’intervento pensato all’indomani della stipula del trattato di Roma si era resa manifestamente inadeguata già nei primi anni settanta quando il tema delle eccedenze prese la ribalta anche mediatica e divenne il simbolo dell’insostenibilità ambientale, finanziaria e commerciale di quel progetto di politica agricola. Il progresso tecnico aveva aumentato le rese e svuotato le campagne, le politiche che schermavano gli agricoltori dal mercato consideravano l’agricoltura più un sistema assistito che una branca produttiva.

Cosi, all’inizio degli anni Novanta, il cambio di rotta e l’affermarsi dell’idea di una politica agricola che associasse alla sua funzione di politica economica, anche quella di politica ambientale e territoriale. Si apre un ciclo di riforme che progressivamente riduce l’importanza degli obiettivi economici, riducendo enormemente la distorsività dell’intervento, ed enfatizza quelli territoriali e ambientali.

Oggi entriamo in un’era diversa, in cui i mercati sono più turbolenti che in passato, in cui il cibo torna a divenire risorsa strategica, in cui l’agricoltore è esposto a rischi imprenditoriali maggiori che in passato. I censimenti ci indicano una riduzione importante delle superfici coltivate e in molte aree il rischio di disattivazione di porzioni importanti di tessuto agricolo è un rischio reale.

L’agricoltura sta rischiando di diventare più debole, nella stessa competizione nell’uso dei suoli che l’articolo richiama come una delle principali cause di degrado paesaggistico e ambientale del nostro territorio. I fenomeni che Erbani nel suo articolo addita come principali nemici della biodiversità e della tenuta ecologica e idrogeologica di ampie porzioni del nostro territorio nazionale.

Credo che la particolare condizione dell’agricoltore, anello debole della catena alimentare su cui spesso si scaricano le grandi incertezze che stanno caratterizzando i mercati agroalimentari in questi ultimi anni, richieda ancora una politica agricola che sia anche politica economica. Sposare una visione della PAC come politica ambientale, rischia di pregiudicare la continuità della funzione economico - produttiva dell'agricoltura, che pure è indispensabile per assicurare le funzioni ambientali richiamate dallo stesso Erbani. Va bene promuovere la produzione di beni ambientali da parte dell'agricoltore, ma perché ciò avvenga in maniera continuativa e diffusa l'attività agricola deve essere sostenibile anche sotto il profilo economico. Altrimenti il rischio è quello di perdere le preziose funzioni, dalla lotta al cambiamento climatico alla salvaguardia ambientale e paesaggistica, sempre richiamate dall’articolo.

La linea deve essere quella di perseguire un duplice obiettivo: sostenibilità economica e sostenibilità ambientale. Un concetto che oggi viene tradotto nello slogan "producing more polluting less" (produrre di più inquinando meno) anche nella prospettiva di una riedizione, a distanza di quasi mezzo secolo, dell'emergenza della sicurezza alimentare.

Quindi si alla promozione di una agricoltura più verde, ma si anche a strumenti che possano continuare a sostenere la funzione economica del settore agricolo. Attorno alla sua vitalità ruota la possibilità di tenere e valorizzare quel mosaico paesaggistico, territoriale e quel patrimonio di tradizioni e culture locali che trova espressione nel nostro paesaggio rurale e nella nostra offerta di ricchezze agroalimentari.

postilla

Il problema sotteso alla domanda conclusiva della nota (l’Autore è assessore alle Risorse agroalimentari Regione Puglia e coordinatore della Commissione politiche pgricole nazionale) è davvero gigantesco. Ci troviamo in un mondo dominato da un’economia (e un sistema di valori) che si basa sulla riduzione d’ogni bene a merce, e quindi sull’asservimento integrale del valore d’uso al valore di scambio. Il valore d’uso (la regione per cui determinati prodotti e servizi sono utili all’uomo e alla SUA crescita) è utile solo perché è laa base necessaria del valore di scambio. A tal punto che si inducono i consumatori a desiderare prodotti che non servono perché possano comprarli, e quindi permettere ai padroni dell’economia di ottenere valore di scambio (danaro). La leva che comanda l’insieme degli eventi economici (e sociali) è il massimo arricchimento di chi detiene il potere. In questo quadro lo spazio delle attività che si riferiscono in modod essenziale al valor d’uso è particolarmente difficile. Come trovare spazio, nell’uuso dei territori rurali, all’agricoltura che serve ad alimentare (e ad allietare) le popolazioni, quando sono più convenienti, sulla base del valore di scambio e dei profitti percepibiil, le colture sostitutive della benzina dei carburatori delle automobili , o quelle esportabili nel mercato internazionale? Per non parlare dell’altro aspetto della sottrazione di suolo ai bisogni vitali dell’umanità, che è la sovrapproduzione di aree urbanizzate.

Occorre cercare, con pazienza, le basi teoriche e pratiche di un’altra economia rispetto a quella capitalistica: questa non è stata l’unica a regolare i rapporti tra l’uomo e il suo ambiente, non è detto che sia l’ultima. Può non esserlo, se l’uomo di oggi impiega meglio il suo pensiero e le sue pratiche. Tra queste, anche quella di incoraggiare (e pagare) un uso dell’agricoltura finalizzato a valori (quali il paesaggio, la bellezza, la salute) che nell’economia di oggi non sono riconosciuti tali. Certo, perché questo accada è necessario che la Politica torni a comandare sull’Economia: occorre che gli obiettivi della società siano dettati dalla crescita dell’uomo e non del so portafogli (meglio, del portafoglio di pochi).

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