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Furio Colombo
Punto di non ritorno
11 Aprile 2004
I tempi del cavalier B.
L’editoriale di Furio Colombo, sull’Unità del 20 luglio 2003, richiama l’attenzione sulla questione del conflitto d’interessi, colpa originaria del regime e dei responsabili , attivi e passivi, del suo avvento.

Alcuni giorni fa il Presidente della Camera Pierferdiando Casini ha detto, riflettendo sulla situazione italiana durante un viaggio in Europa: «Che Berlusconi fosse proprietario di televisioni gli italiani lo sapevano anche prima delle elezioni e lo hanno votato. In democrazia il padrone è il popolo».

L’affermazione, giusta e fondata com’è, ha bisogno di una correzione, lieve nella forma e fondamentale nelle conseguenze. Mi permetto di dire al Presidente della Camera, sulla base di quella parte della nostra Costituzione che non è stata ancora manomessa: tutto il popolo è padrone della democrazia, chi ha votato a favore e chi ha votato contro. Il vincitore non è un proprietario. È un gestore a termine tenuto continuamente sotto la sorveglianza e il controllo di chi, non essendo maggioranza, diventa opposizione.

Se lasciamo la frase senza questo chiarimento facciamo cadere nel nulla il lungo lavoro svolto dai padri fondatori della prima democrazia moderna, quella americana, quando Alexander Hamilton, John Jay e James Madison si sono uniti per dire: «La democrazia finisce sùbito se cade sotto la tirannia della maggioranza». E hanno stabilito due ordini di principi, che poi sono diventati sacri per tutte le Costituzioni democratiche del mondo: i poteri costitutivi della democrazia sono l’esecutivo, il legislativo e il giudiziario. Toglierne, limitarne o umiliarne uno, ferisce a morte il sistema. E anche: la protezione del diritto della minoranza al dissenso, alla opposizione, alla libera e piena circolazione della sua voce, delle sue proposte, delle sue obiezioni, delle sue censure, nonostante la sconfitta al voto, è condizione indispensabile perché un Paese possa definirsi democratico.

Molti vincitori non democratici hanno trovato, in certi momenti storici, una maggioranza che li ha eletti. Ciò che segna la democrazia è che essa appartiene anche alla parte di popolo che ha votato contro e che non ha vinto. La democrazia consiste nel fatto che essi, gli sconfitti, l’opposizione, restano padroni della democrazia alla pari con i vincitori. Non governano ma controllano, obiettano, contrappongono la loro diversa visione.

Sono garantiti dalla rigorosa separazione dei poteri e la loro forza (la forza del sistema democratico) è che non si può far tacere o oscurare l’opposizione.

Non esiste una minoranza buona che coopera, e lavora all’interno di certe regole per il bene del Paese. Il bene del Paese, stabiliscono tutte le Costituzioni, e quella italiana con particolare enfasi, dato il brutto periodo storico da cui è nata, è la libertà.

Perciò quando la minoranza torna a dire con passione che il conflitto di interessi inquina la politica e minaccia la democrazia, non solo ha diritto di dirlo ancora e ancora, nonostante il voto di chi ha approvato Berlusconi benché imputato, benché detentore di concessione governativa per l’esercizio delle sue televisioni (una volta nominato capo del governo, è diventato colui che concede a se stesso i benefici di cui gode). Ma sta segnalando anche a chi ha votato Berlusconi il pericolo Berlusconi. Il conflitto d’interessi intacca la democrazia, perciò riguarda tutti. Chi rispetta coloro che hanno deciso a suo tempo di votare per Berlusconi ha il dovere di tornare a dire loro: attenzione, il problema non è nel vostro voto. Il problema è nella decisione - assurda, illogica, e antidemocratica - di considerare quel voto non come una valutazione fatta in un dato tempo storico con riserva di giudizio, ma come un plebiscito che incorona un sovrano senza più alcun diritto di intervento e di critica.

Il voto del 13 maggio 2001 non era un plebiscito. Era una normale elezione democratica che non spegne obiezioni e critiche e non cancella reati. È compito e mandato dell’opposizione far notare in ogni momento e senza sosta le anomalie non dell’elezione, ma dell’eletto, che, proprio perché eletto, deve essere giudicato da tutti.

***

Se dovessimo usare un riferimento ad altre democrazie del mondo, faremmo l’esempio di Richard Nixon. Quando Nixon è stato rieletto con un buon margine di voti nel 1972, la brutta storia del Watergate (furto con scasso compiuto di notte nella sede del partito avversario in cerca di documenti compromettenti da usare contro il candidato rivale) era già esplosa, già nota a tutti gli americani. Gli elettori di Nixon hanno deciso di non prestarvi attenzione. Legittimo.

Se si fosse trattato di un plebiscito che manda al potere un personaggio autoritario, quel voto lo avrebbe salvato. Ma in democrazia nessuno è salvo dalle proprie malefatte. Ciò che non ha notato la maggioranza degli elettori, è stato tenuto vivo e sbandierato come grave violazione della legge dalla opposizione, fino a quando un altro potere della democrazia, quello giudiziario, ha deciso di guardare a fondo nell’evento. Ed è andato così a fondo da incriminare tutte le persone vicine a Nixon e infine, se non si fosse dimesso, lo stesso presidente. Nessuno ha mai pensato che fossero stati offesi gli elettori di Nixon. Al contrario, molti di essi (forse tutti) si sono sentiti difesi dalla forza straordinaria di un sistema che abbatte il proprio presidente quando scopre che agisce e si muove al di fuori della legge. Se la legge non fosse arrivata alla porta dello Studio ovale (vedi l'indimenticabile film di Oliver Stone) il messaggio sarebbe stato: la legge non è uguale per tutti. Quel messaggio avrebbe offeso gli elettori e screditato il loro Paese. Gli Stati Uniti hanno avuto la fortuna e il privilegio di scampare a quel pericolo, che è come un’infezione: quando comincia, è probabile che si espanda.

Da noi si espande quando Silvio Berlusconi va dai giudici di Milano per le cosidette «dichiarazioni spontanee» (un comizio che difficilmente sarebbe tollerato dall’opinione pubblica informata di altri Paesi) e dice: «State gettando fango sull’Italia». È una frase gravissima. Come il Napoleone di tante cliniche psichiatriche, Berlusconi crede, forse sinceramente, di essere l’Italia. Si può essere visionari o soffrire di percezioni distorte che non hanno niente a che fare con la realtà. Non si ricorda alcun capo di governo di Paesi democratici che abbia mai preteso di essere il simbolo vivente del Paese che governa. Se attaccare un governo equivalesse a infangare un Paese, l’opposizione sarebbe impossibile. E infatti questo è stato il percorso del fascismo per impiantare il regime. Nel nostro caso, se mai, è l’imputato che, diventando primo ministro nonostante tutte le imputazioni a suo carico, in una situazione unica al mondo (i reati sono stati compiuti prima di essere stato eletto) disonora il suo Paese.

* * *

Il fatto è che siamo molto avanti lungo questa strada che contraddice i principi fondamentali di ogni democrazia e - in particolare - nega o viola o manomette la nostra Costituzione.

Appena pochi giorni fa i più eminenti costituzionalisti italiani riuniti all’Accademia dei Lincei, hanno dichiarato che «Quando la maggioranza diviene tirannia tocca alla società civile far sentire la propria voce e al mondo accademico uscire dall’inerzia. I giuristi devono reagire agli attacchi contro la Costituzione mediante un coordinamento continuo non più limitato a sporadici appelli al Presidente della Repubblica».

E ancora «C’è un consapevole scavalcamento della Costituzione nei casi in cui si attribuisce a qualcuno immunità personale e controllo quasi completo delle informazioni».

In tempi normali la gravità estrema di queste affermazioni (sottoscritte da tutti i più illustri costituzionalisti italiani, da Leopoldo Elia e Mario Dogliani) avrebbe meritato le prime pagine dei giornali e le aperture dei telegiornali. Ma l’allarme che ha pervaso il Convegno della Accademia dei Lincei spiega le ragioni del silenzio. Grava sull’Italia una potente intimidazione, c’è una museruola nel mondo delle informazioni, c’è l’impunità personale del primo ministro, gravemente e vistosamente incostituzionale perché contrasta con tutti i principi democratici del mondo civile (e infatti ha sùbito creato allarme e scandalo in Europa).

Nell’Italia in cui viviamo le violazioni alla Costituzione si susseguono. I giuristi della Accademia dei Lincei stanno dicendo: dobbiamo fare da soli, dobbiamo fare appello ai cittadini, non abbiamo più alcun luogo o persona o istituzione a cui fare ricorso.

Difficile dire, quando si parla con colleghi giornalisti o politici europei, l’imbarazzo profondo per il silenzio italiano, per questo far finta che ci sia qualcosa di tollerabile, di normale, di regolarmente democratico negli eventi legislativi che si susseguono. Vengono votate e accettate, una dopo l’altra, leggi che devastano lo Stato di diritto. Contro di esse l’opposizione combatte tenacemente. Ma sono automaticamente approvate da una maggioranza passiva che non discute niente.

Qualcuno, fra i cittadini dei movimenti della società civile comincia a chiedersi: ma non stiamo andando in fretta verso un punto di non ritorno?

***

La legge sulle comunicazioni in discussione in queste ore al Senato lo fa pensare: è diretta a distruggere quel che resta dei giornali e della loro libertà, a concentrare tutto il potere nelle televisioni.

Lo scandalo si vede, l’indecenza è palpabile. Si vede persino l’interesse privato. La legge Gasparri, dettata a Gasparri da chi se ne intende, concentra tutta la pubblicità sulle televisioni, nel momento in cui presiede il governo uno che le televisioni le possiede tutte, o le controlla, ed è in grado di fare in modo che la parte pubblica del suo potere televisivo non rechi danno alla parte privata del suo impero, ma anzi che lasci alla parte privata sempre più spazio e più guadagno. L’Europa conosce anche le cifre del beneficio privato che sarà il frutto di quest’altro progetto-vergogna: sono alte e scandalose.

Poi il «business plan» che è stato dato a Gasparri da mani fidate, diventerà legge, un altro nodo scorsoio al collo del Paese, un’altra violazione al principio sacro di libertà, la libertà di informazione. Ma a chi lo vai a dire, nel Paese in cui la legge non è più uguale per tutti, e in cui tale aberrante principio è diventato legge, al punto che l’imputato adesso usa i suoi ministri per dare la caccia ai giudici che credevano di poterlo processare come in una repubblica normale, ai giudici che confidavano, nel momento del pericolo (adesso è vero pericolo) di essere autorevolmente difesi?

Noi - senza televisioni e quasi senza giornali (quelli che ci sono, sono strangolati dal blocco della pubblicità) - lo andremo a dire agli elettori, sopratutto a coloro che avevano votato Berlusconi aspettando il nuovo, e che adesso vedono l’Italia spinta indietro di decenni. Lo diremo a quegli elettori che avevano creduto a qualcosa di nuovo, nel mondo dell’impresa, e vedono l’intero Paese svilito e svalutato. Lo andremo a dire ai tanti cittadini che nella Costituzione italiana credono davvero e non capiscono perché la Costituzione non venga fermamente difesa.

Lo andremo a dire, anzi, cominciamo a dirlo già adesso, ogni giorno, sperando con tutto il cuore e tutte le forze, che non sia stato superato il punto di non ritorno nella devastazione delle leggi della Repubblica, nello smantellamento della Costituzione repubblicana.

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