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Punta Perotti: condannata l’Italia
21 Gennaio 2009
Articoli del 2009
I paradossi della legge italiana alla base dell’incredibile sentenza sull’ecomostro pugliese. Un articolo e un’intervista sul Corriere della Sera, 21 gennaio 2009 (m.p.g.)

La Corte europea dei diritti dell'uomo:

“illegittima la confisca dei terreni”

di Luigi Offeddu

Ci sono 3.300 denunce di violenze commesse in Georgia e in Ossezia del Sud, fra i casi di cui si sta occupando ora la Corte europea dei diritti dell'uomo, a Strasburgo. E invece non c'è più il pasticcione dell'«ecomostro », i 300.000 metri cubi di cemento distribuiti su 3 palazzoni, a Punta Perotti in Puglia, abbattuti dalle ruspe nel 2006 perché sfregiavano la costa: la Corte ha bollato come «arbitraria» e senza base legale «ai sensi della Convenzione dei diritti dell'uomo» la confisca dei terreni su cui sorgevano i falansteri, perché non preceduta da una condanna, e perché contrastante appunto con uno dei diritti fondamentali della persona, quello alla protezione della proprietà privata.

In soldoni: i costruttori e proprietari dei terreni, anche se tutto quel cemento era un obbrobrio ambientale (ma non «abusivo», come stabilì una sentenza della Cassazione, che li assolse tutti) avevano il diritto a goderseli. Di più: la stessa Convenzione europea, all'articolo 7, precisa che non può esservi una pena, se non c'è una colpa accertata.

Per tutti questi motivi la Corte ha condannato l'Italia, invitandola ad accordarsi con i costruttori sull'entità del risarcimento: le loro 3 società la Sud Fondi, la Mabar e la Iema - avevano chiesto nel 2001 circa 350 milioni, ora si tratterà. E intanto, la Corte ha imposto all'Italia di rifondere comunque i danni morali: 40 mila euro a ciascuna società (10 mila di danni morali veri e propri, 30 mila di spese). Attraverso i loro legali, i costruttori si sono detti «soddisfatti, fiduciosi e speranzosi».

Ma chi pagherà, alla fine? Il sindaco di Bari Michele Emiliano ha già annunciato che non sarà il suo Comune, «che non è mai stato processato e non può essere condannato ad alcun risarcimento». E lo Stato, per ora, tace.

Nella sentenza, la Corte mette sotto la lente d'ingrandimento le bizantinerie delle norme italiane: e osserva per esempio che «il comune di Bari, responsabile di aver concesso i permessi di costruzione abusiva, è l'organismo che è diventato proprietario dei beni confiscati, il che è paradossale ». La sentenza è «ingiusta», commenta il deputato Fabio Rampelli, dell'esecutivo di An: «L'ecomostro andava abbattuto e mi auguro che si faccia ricorso contro questa paradossale condanna che limita gli Stati membri nella tutela del loro territorio». Per Ermete Realacci, ministro dell'ambiente nel governo-ombra, «l' esproprio dei terreni fu necessario per demolire un edificio costruito aggirando le leggi e che la proprietà non intendeva abbattere».

Bari La sequenza dell'abbattimento dell'ecomostro di Punta Perotti. Il crollo, durato pochi secondi, era stato seguito dalla folla e accompagnato da applausi

Giuliano Urbani - «Firmai io,

rivedo con orgoglio il dvd della demolizione»

di Virginia Piccolillo

«Conservo il dvd della distruzione di Punta Perotti con orgoglio: lo considero una delle cose migliori del mio ministero». Giuliano Urbani, che da ministro dei Beni Culturali dette la parola definitiva per far saltare in aria l'ecomostro, ride alla notizia della bocciatura della Corte dei diritti Europea.

Perché?

«Condannati addirittura per violazione dei diritti umani? Ma andiamo!».

Pensa che la corte abbia preso un abbaglio?

«Convengo che il ginepraio delle leggi regionali, confuse e confusamente applicate, è tale che è davvero difficile capire. Però da ministro dovevo applicare la legge in materia di tutela del paesaggio. Lo considero un mio merito. Anche perché ho indicato una strada».

Mai più percorsa né da altri, né da lei.

«Il coraggio non è diffuso nel nostro Paese, don Abbondio ce l'ha insegnato. Io però la lista degli ecomostri da abbattere l'avevo presentata. E quando ho lasciato la politica alzando la voce, uno dei motivi che mi hanno fatto considerare compiuto il mio lavoro era proprio questo: non c'era la disponibilità alle demolizioni».

Chi si opponeva?

«Soprattutto i poteri locali. Eppure con il codice dei Beni Culturali gli avevamo dato uno strumento per resistere agli appetiti. E questo, ora che si va verso un federalismo più marcato, dovrebbe far riflettere».

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