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Paolo Grassi
Progetto Fori: una grande idea e molti piccoli nemici
11 Dicembre 2009
Scritti ricevuti
Un documentato atto d’accusa che ricostruisce la storia del sogno di Cederna e Petroselli osteggiato dalle ideologie e dagli interessi speculativi. Scritto per eddyburg, (m.p.g.)

Ho seguito con molto interesse, il 16 giugno scorso, il convegno "Progettare la memoria - L’archeologia nella città contemporanea" e sono veramente lieto per questa iniziativa che Italia Nostra (nazionale) ha voluto intraprendere.

C’era gran bisogno di un approfondimento di quel tema e auguro che, com’è avvenuto per altri fondamentali atti dell’Associazione, anche questo possa costituire un valido riferimento unificante per tutte le sezioni, un messaggio illuminante per tanti cittadini volenterosi ed uno stimolo efficace per le istituzioni d’ogni livello.

Ho apprezzato in particolare due segnali ritrovati proprio sulla linea di partenza e su quella d’arrivo del convegno, come due cardini indispensabili su cui far girare una porta socchiusa, per riaprirla ad una questione particolare e decisiva accantonata da troppo tempo. Il primo riguarda l’immagine che fa da sfondo al cartoncino d’invito con il programma: il complesso dei Fori Imperiali spaccato dal superdiscusso stradone littorio. Il secondo sta nell’intervento finale del presidente nazionale di Italia Nostra, Giovanni Losavio, il quale ha detto senza mezzi termini che il rilancio del Progetto Fori è un obiettivo dichiarato e convinto di Italia Nostra, che va rilanciato e su cui ricominciare a lavorare con impegno. Appunto: ricominciare.

Allora c’è da chiedersi come questo obiettivo si sia offuscato e perso non solo nella linea del Comune di Roma, a partire dall’improvvisa morte del sindaco Petroselli, ma anche nella stessa Italia Nostra e soprattutto nella sua Sezione romana, che l’ha praticamente sepolto.

Con Antonio Cederna la Sezione romana aveva avuto il privilegio di essere la più agguerrita paladina del Progetto Fori ed anche in parte madrina attraverso il Piano per il Parco dell’Appia Antica coordinato da Vittoria Calzolari. Inoltre il pregevole Studio per la sistemazione dell’Area Archeologica Centrale promosso dalla Soprintendenza archeologica di Roma ebbe come coordinatore Leonardo Benevolo, che era stato il primo presidente della Sezione stessa all’atto della sua costituzione nel 1959. Ma negli ultimi tempi in questa sede si è parlato sempre meno del Progetto Fori. Di fatto prima lo si è accantonato, ma poi qualcuno l’ha anche avversato ritenendo bella e intoccabile via dei Fori Imperiali, mentre si ritrovava perfino una presunta difficoltà per la sua chiusura al traffico automobilistico. Tutto ciò usufruendo di quella gelosa autonomia e della tendenza all’esclusiva assoluta sui problemi cittadini che si è sviluppata sempre più nell’ultimo decennio e ne ha fatto una repubblica indipendente governata da un minidirettorio con poteri esclusivi.

Si è trattato, a mio giudizio, di un errore strategico che, abolendo un quadro generale, ha favorito le tante ricadute negative che stanno avvenendo e alle quali è sempre più difficile opporsi. Proprio Italia Nostra non avrebbe dovuto mettere nel cassetto quel grandioso programma di unificazione tra l’area archeologica centrale e il cuneo verde dall’Appia ai Castelli che avrebbe dovuto essere il fulcro culturale e operativo per un capovolgimento delle devastanti linee urbanistiche già operate e future operanti sulla capitale. Sicuramente il più grande intervento di archeologia urbana nazionale e mondiale mai ideato.

Vezio De Lucia, nel suo intervento al convegno, ha detto efficacemente che oggi c’è più che mai bisogno di assumere l’archeologia urbana come unidirezionalità culturale e di darle un forte ruolo di protagonismo "altrimenti l’esito non può essere che quello disastrante e disastroso del Progetto Fori". Un esito capovolto rispetto alle aspettative che aveva suscitato e al successo straordinario che aveva invece conseguito inizialmente nella cultura italiana ed europea, rafforzato dal forte apprezzamento e coinvolgimento dei cittadini romani di ogni ceto sociale.

Di quei tempi esaltanti, purtroppo di breve durata, ricordo la mia esperienza nel Pci, che ho trascorso anche con incarichi di responsabilità in una zona di Roma comprendente cinquantasei sezioni di partito, collocate in un vasto territorio di quartieri e borgate esteso tra le Mura Aureliane e l’estrema periferia della città. Più di una volta si erano affrontati problemi ambientali e di tutela, anche mutuati dalle ottime elaborazioni di Italia Nostra, ma riscontrando spesso un certo distacco o sentendosi dire che c’erano altri più gravi problemi di carattere nazionale o internazionale a cui pensare: il solito e ripetuto "quadro politico", sempre sovrastante e incombente che non lasciava troppo spazio a questioni passibili di venir rubricate nel cosiddetto "problema della fontanella", che magari proprio "fontanella" non era.

Quando invece fu la volta di divulgare e discutere il Progetto Fori nella sua portata culturale ed urbanistica esso fu sintomaticamente recepito senza obiezioni di sorta, anzi con un sorprendente entusiasmo. Forse avranno pure giocato, in quello specifico contesto di militanti, l’antimilitarismo di chi non voleva vedere carri armati e cannoni sfilare nel centro della città e l’antifascismo di chi parteggiava visceralmente per lo smantellamento di una simbolica e nefasta Opera del Regime, luogo di tronfie esibizioni e di parate anticipatrici di una guerra rovinosa.

Ma, al di là delle riunioni e indicazioni di partito, fu la città a rispondere con grande partecipazione e lo si vide nelle domeniche ai Fori, affollatissime, con splendide lezioni dei nostri migliori urbanisti ed archeologi sul patrimonio archeologico che ci stava di fronte e sotto i piedi e, di fatto, su quella Nuova Idea per Roma che Petroselli aveva politicamente lanciato quando non era ancora sindaco ma solo segretario della Federazione romana del Pci.

Ci tengo nel merito a ricordare che proprio su tale base programmatica il Pci ebbe a Roma un notevole successo nelle elezioni della primavera del 1981, conquistando il 35% dei voti mentre la Dc scendeva al 30. Ciò in netta controtendenza rispetto ai negativi risultati nazionali e nonostante l’accanita campagna elettorale messa in atto dagli avversari contro la giunta di sinistra in piedi dal 1976, in cui da poco più di un anno all’intellettuale Argan era subentrato quel prototipo di dirigente comunista che era Petroselli. Una campagna molto infuocata su cui soffiarono in particolare gli strumentali e martellanti articoli del quotidiano Il Tempo, con toni agitatissimi per il sacrilegio che si poteva commettere anche su via dei Fori Imperiali dopo gli scavi intrapresi su via della Consolazione per riunificare Foro Romano e Campidoglio.

Tornando invece all’accantonamento del Progetto Fori da parte della Sezione romana di Italia Nostra, posso dire di essere stato diretto testimone della fase decisiva in cui si passò da una forma di desistenza a un vero e proprio strappo. Fu quando si sparsero le voci che, su pressione del nuovo governo di centrodestra insediatosi dopo le stravinte elezioni del maggio 2001, si stesse approntando uno specifico vincolo monumentale per via dei Fori Imperiali. Chiesi, come membro del direttivo della Sezione, che questa si informasse e ne discutesse ma furono fatte orecchie da mercante. Saputo poi che il decreto ministeriale di vincolo era stato emanato (20/12/2001), sollecitai la Sezione a richiederne il testo per prendere una posizione ufficiale, ma la proposta non fu minimamente presa in considerazione, anzi mi fu risposto seccamente di andare a cercarmi quel decreto da solo. Per l’esterno si preferì far finta che non fosse successo niente, suscitando ovviamente molte perplessità in chi alla questione stava più attento.

D’altra parte ritengo che in questa occasione giocarono in parte l’influenza di nuove posizioni culturali come quella di Giorgio Muratore, anche lui del direttivo della Sezione, al quale poi il Messaggero del 12 febbraio 2002, giorno seguente l’anniversario della Conciliazione, dedicò un grosso articolo titolato "L’architettura fascista va salvata. Giù le mani da via dei Fori" in cui di fatto assimilava un selciato ad un’opera d’arte e arrivava perfino a dichiarare che "eliminarvi la circolazione risponderebbe solo a un criterio di komeynismo archeologico"; in parte i rapporti molto amichevoli con l’allora soprintendente Ruggero Martines che, adeguandosi rapidamente alla richiesta del Ministro e del Governo di allora, aveva confezionato il decreto; in parte, infine, l’orientamento politico verso un centrodestra in grande volata che un gruppetto organizzato cercava di consolidare anche in vista di proprie occasioni professionali.

Per queste ultime il precedente si poteva ritrovare nel "Protocollo di consenso" sulla mobilità preparato all’insaputa del direttivo e improvvisamente siglato davanti a televisioni e giornali il 9 maggio 2001 (a soli quattro giorni dalle elezioni nazionali e amministrative) dal vicepresidente della Sezione romana Oreste Rutigliano "per Italia Nostra", quindi anche con un ambiguo coinvolgimento dell’Associazione a livello nazionale, e dal candidato sindaco Antonio Tajani, che quella firma "di Italia Nostra" se la cominciò a sbandierare per bene come ciliegina ambientalista sul suo programma. La Sede centrale intervenne sbigottita per chiedere chiarimenti e smentire il tutto, ma ormai la frittata era fatta. Anche la presidente della Sezione romana, Maria Antonelli Carandini, rimase sconcertata e mi telefonò preoccupata a tarda sera chiedendomi si intervenire in qualche modo, cosa che feci immediatamente con una diffida a strumentalizzare la sigla di Italia Nostra, che inviai in particolare al "Maurizio Costanzo Show" perché questo si doveva tenere eccezionalmente a piazza del Popolo come conclusione della campagna elettorale di Tajani e, almeno in questo caso, il comunicato sortì effetto deterrente.

Lo stesso gruppetto tra la fine del 2001 e l’inizio del 2002 fece ancora pressione per ottenere la copertura di Italia Nostra su un’operazione sottesa a quel protocollo, relativa a interventi infrastrutturali nel centro storico di Roma e nel Parco dell’Appia Antica. Tale operazione, intrapresa segretamente in un paio di studi professionali, contava su un piano generale portato avanti da una Fondazione per la ricerca e lo sviluppo dei trasporti, fatto proprio dalla Regione Lazio (Storace) e dal Governo (Berlusconi), già avviato attraverso un accordo di programma e fortemente finanziato. Se non avessi denunciato io la manovra, la quasi totalità del direttivo della Sezione ne sarebbe rimasta del tutto all’oscuro. Secondo la mia cultura politica queste cose si possono anche chiamare "comitati d’affari".

Evidentemente a chi, dentro l’Associazione, era immischiato in tale iniziativa imprenditorial-politica figuriamoci se poteva interessare più che niente l’ormai d’altronde sepolto Progetto Fori, che di una nuova mobilità cittadina avrebbe invece dovuto costituire l’elemento centrale. Personalmente avevo già maturato delle forti divergenze con le linee di quelle persone in tema di mobilità (e non solo), ma quando per giunta e per un caso scoprii la suddetta manovra la smascherai in un tesissimo Consiglio direttivo (11 aprile 2002) augurandomi che Italia Nostra potesse dare un taglio netto con quel modo di procedere. Ciò però non avvenne grazie ad una reticenza complessiva e alla copertura che fu stesa sull’episodio, così il gruppetto consolidò le sue posizioni e fu perfino premiato entrando al completo nel direttivo della Sezione. Da qui in seguito è anche diventato il cavallo di Troia per l’arrembaggio alla direzione nazionale di Italia Nostra, contribuendo a provocare le dimissioni della presidente Desideria Pasolini dall’Onda, stimatissima fondatrice storica, e la presa di possesso da parte di Carlo Ripa di Meana, personaggio dalle mutevoli casacche politiche, immediatamente datosi da fare per la discussa svendita della sede nazionale di via Porpora, il prestigioso villino che i coniugi Astaldi avevano donato all’Associazione perché ne facesse il suo luogo più rappresentativo e preservasse così anche la loro memoria..

Tutto ciò che ho scritto finora è premessa alla questione che mi sembra sia rimasta un po’ elusa nel convegno: come portare avanti la linea che ne è scaturita, in particolare la proposta di rilanciare il Progetto Fori?

Non c’è più purtroppo Antonio Cederna, ma non credo manchino personalità in grado di farsi sentire con grande competenza attraverso una campagna puntuale e sistematica che sappia riprendere le fila del suo pensiero, riproporre la sua irriducibile tenacia, insistere appropriatamente in relazione agli oppositori e alla situazione politica di oggi, trovare i giusti alleati. Non dimentichiamo che quelle idee a suo tempo uscirono da un ristretto gruppo di intellettuali per allargarsi poi a tanti cittadini e diventare prezioso patrimonio culturale della città. Confido quindi che interventi su giornali e riviste, ulteriori e specifici convegni, collegamenti col mondo politico e anche imprenditoriale (vista l’entità di un’opera sicuramente più allettante rispetto al congelamento dello stato attuale), possano raggiungere buon fine. Certo i tempi non sono i migliori, ma occorre comunque lavorare se non per l’immediato presente almeno per il futuro, quando finalmente si riterrà inconcepibile che la maggiore superficie delle antiche piazze imperiali possa avere meno dignità, valore e tutela della soletta di cemento e dei sampietrini che la sovrastano.

La cosa più assurda è che si cerca di gettare ombra sui sostenitori del Progetto Fori accusandoli di ideologismo, mentre è proprio questo il principale elemento che sta alla base della presunta intoccabilità di via dei Fori Imperiali, che qualcuno preferisce qualificare come "asse stradale storicizzato" e mummificarlo, come si è cercato di fare con lo stesso indecoroso vincolo.

Mi fa specie, al proposito, la posizione che ho sentito ribadire nel convegno da Giuseppe Strappa, di cui peraltro apprezzo gli interventi espressi su molti altri casi. Non mi convince non solo il suo riferimento al solito motivo della "storicizzazione", ma anche la giustificazione che dà alla costruzione di via dell’Impero come continuità dello sviluppo di Roma per assi stradali, perché a mio giudizio non si può minimamente paragonarla ai rettilinei papali, finalizzati a riorganizzare tutta la città, stretti, funzionali rispetto alle dimore più o meno nobiliari che vi si dovevano affacciare. Ma soprattutto mi sento di respingere il destino che profila per l’ampio stradone. Già a suo tempo scrisse (Corriere, 24-11-02) che esso doveva "essere salvato dalla furia del nuovo "piccone liberatore": per permettere ai romani di riappropriarsene trasformandolo, magari, in un luogo per spettacoli, manifestazioni, riti civili. Uno straordinario foro moderno capace di tramandare il monito e la nobiltà dei fori antichi sui quali è fondato". Non mi sembra corretto attribuire in tal modo la qualifica di spicconatori a coloro che vogliono sicuramente rigorosi scavi stratigrafici (che nessun vincolo peraltro può vietare) all’interno di un quadro unitario e su un obiettivo straordinario che generi un nuovo sistema archeologico ed urbano. Né credo sia esaltante parteggiare, più che per le marmoree piazze imperiali ritrovate e riunificate, per un cosiddetto "foro moderno" di sampietrini. E poi per farne che? Magari proprio quelle kermesse di pacchiani centurioni e altro, quegli spettacoli assordanti o quelle incongrue adunate e parate che più possono mortificare il valore delle antichità circostanti e contribuire anche a danneggiarle. Quanto alla proposta dello stesso Strappa di valorizzare gli attuali percorsi sotterranei già presenti ma trascurati, niente da eccepire, purché essa non intenda saldarsi e stabilizzarsi con l’ibrida "proposta Fuksas" che, a costi comunque elevati, vorrebbe conciliare l’inconciliabile: il mantenimento della strada e una presunta continuità dei Fori.

C’è infine da affrontare e risolvere un problema tutt’altro che secondario: la questione della Sezione romana di Italia Nostra, che peraltro non ha partecipato al convegno e che continua a manifestarsi oggettivamente contraria Progetto Fori, senza avere nemmeno il coraggio di dichiarare apertamente e ufficialmente che questa grande idea propugnata da Antonio Cederna è morta e sepolta. Certo occorre battere resistenze ed incrostazioni, ma una forte presa di posizione dell’Associazione a livello nazionale, unita ad un suo vivo protagonismo, potrà di sicuro risultare vincente. Sarà in ogni caso necessario infrangere anzitutto la barriera di quella specie di "sacro pomerio" in cui si vorrebbero gelosamente restringere, senza alcuna interferenza, tutte le azioni sul territorio romano. Non è assolutamente concepibile delegare una decisiva questione di portata nazionale e mondiale ad un piccolo gruppo che si avvale impropriamente di una più che illustre eredità passata. Ritengo pertinente, al proposito, quanto ha scritto Francesco Scoppola: "Ciò che più dispiace nel caso dei Fori, come in altri, è il proporre o addirittura realizzare idee opposte a quelle di Antonio Cederna fingendosi o davvero credendosi suoi discepoli devoti. Il fatto grave è contrabbandare ciò che Antonio non voleva come se fosse un compimento del suo pensiero o un omaggio a lui. Pare trattarsi di un fenomeno contagioso: sempre più numerosi sono quelli che lo contraddicono nei fatti e lo ricordano a parole". Su queste parole dovrebbe meditare soprattutto la Sezione romana di Italia Nostra, che pure le ha riportate nel recente libro pubblicato a propria cura "Antonio Cederna – archeologo giornalista uomo poeta", avendo costantemente presente che tuttora al nome di Cederna è titolato solo quel misero belvedere, o meglio mal-vedere, davanti al quale, come un insulto, continua a scorrere imperterrito e ad emettere gas di scarico il traffico automobilistico.

Roma, 4 luglio 2009

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