loader
menu
© 2022 Eddyburg

Progetti immobiliari per San Siro
16 Maggio 2007
Milano
Ritorna l’assalto all’arma bianca al verde di San Siro a Milano, spazio ricco di qualità che evidentemente non sono quelle più gradite dal solito pervertito “mercato”. Articoli di Maurizio Bono e di Giuseppina Piano da la Repubblica, edizione di Milano, 16 maggio 2007 (f.b.)

L’incubo del mattone senza regole

di Maurizio Bono,

Sarà che dopo quarant’anni il risveglio è brusco, ma sembra un incubo il modo in cui Milano, la grande città europea più incapace dalla fine del dopoguerra di mettere all’ordine del giorno il proprio rinnovamento urbano, adesso rischia di trasformarsi in un unico sfrenato cantiere. La proposta della società proprietaria dell’ippodromo di San Siro di lottizzare piste, trotto e scuderie, nella sua disarmante franchezza ha un pregio: non tira neppure in ballo (per adesso) il fascino dei grattacieli e della crescita metropolitana nel terzo millennio, si limita a fare quattro conti. L’ippica e le scommesse non vanno più bene come una volta? Pazienza, si cambia ramo. E se vuoi vendere 155 ettari di verde in piena città a chi offre di più, scartata la tentazione proibita delle coltivazioni di oppio, non ci vuole un genio per pensare al mercato del mattone. A questo punto, però, a qualunque latitudine abitata gli amministratori pubblici porrebbero un problema. E sarebbe bello poter essere certi che presto succederà anche da noi.

Gli argomenti per scartare anche la sola ipotesi (anziché buttare lì un "vedremo" che non può che far crescere le preoccupazioni) sono tanti e seri. Il primo è quello generale - ma vero - che a Milano il verde manca più dello spazio per costruire nuove case, e che è da folli distruggere il poco che c’è prima di aver risanato tutte le aree dismesse, le zone ancora piene di macerie, gli angoli da bonificare dal pattume delle vecchie industrie. Dove, in ogni caso (perfino nei più discussi tra i tanti cantieri già aperti, Varesine, Garibaldi, Fiera, Isola, Montecity...) il rapporto tra cubature di cemento e nuovo verde messo a disposizione della collettività resta il criterio universalmente accettato in occidente per stabilire la qualità di un progetto.

Ma prima ancora, e senza limitarsi al valore senza prezzo del verde, un freno alla tumultuosa ed entusiasta conversione dell’intera Milano in una gigantesca area di residenze e uffici dovrebbe venire dalla consapevolezza che una città non è fatta solo di condomini e palazzi.

Il cahier des doleances su tutto ciò di cui Milano ha urbanisticamente bisogno e che non ha, è così noto che potrebbe sottoscriverlo tanto i partecipanti alla fiaccolata del sindaco che i centri sociali: parchi, piscine, impianti sportivi, piste ciclabili, ma anche case popolari a basso prezzo per evitare lo scandalo dei subaffitti capestro ai poveracci, case per gli studenti in modo da attirarli in quella che si vorrebbe capitale dell’innovazione. E magari spazi adatti ai commerci all’ingrosso (dei carrellini cinesi ci si è già scordati?), un ortomercato gestibile (ci si è già scordati anche degli arresti?), zone nuove accettabili per il divertimento e un risanamento radicale, con la riduzione della concentrazione spontanea dei locali, in quelle super congestionate dei navigli e del centro dove la notte nessun dorme.

Cosa c’entra tutto ciò con i grandi cantieri della trasformazione urbana? Pochissimo, e il problema è proprio questo. Perché man mano che le fabbriche dei grattacieli prendono l’abbrivio e ad esse si aggiungono addirittura idee assurde come lottizzare i galoppatoi, è sempre più evidente che agli interessi-guida (in sé spesso legittimi) di speculatori e sviluppatori immobiliari non fa da contrasto nessuna capacità dell’amministrazione pubblica di ottenere in cambio di meditate e ragionevoli autorizzazioni ciò che alla città serve davvero. Fino al paradosso di ricevere dagli immobiliaristi, naturalmente a scomputo degli oneri, scintillanti musei griffati, auditorium ed eleganti show room che diventano fonte di imbarazzo per assessori che non sanno che farne, non avendo comunque in bilancio neppure i fondi per tenerli aperti. Ma si sa, fare i difficili coi buoni affari è antipatico, tagliare molti nastri è un piacere.

Torna a rischio il verde di San Siro

diGiuseppina Piano

Un grande parco e dei palazzi residenziali al posto di scuderie e ippodromo. La Snai, la proprietaria di tutta l’area ippica di San Siro, torna alla carica con il suo progetto di sempre: traslocare corse del trotto e cavalli e vendere un milione di metri quadrati, che messi dove sono valgono oro. Un progetto mai andato in porto, perché il Comune non ha mai concesso la variante al piano regolatore che darebbe via libera all’edificazione di case. La Snai ci riprova. E da Palazzo Marino l’assessore all’Urbanistica Carlo Masseroli apre alla trattativa: «Pronti a discutere. Ma con un punto fermo: qualsiasi operazione deve avere un preminente interesse pubblico».

Non un sì. Ma neppure un no. E basta parlarne che dall’Unione la risposta è la trincea: «Mobilitazione» contro la «ripresa di forti pressioni speculative sulle aree», promettono subito i Verdi con Enrico Fedrighini. Che al sindaco e alla giunta manda a dire: «Hanno uno strumento semplice per mettere a tacere qualunque illazione: porre un vincolo urbanistico sull’intera area». «Non sappiamo se ci sarà un nuovo Piano regolatore che possa permetterci l’intervento. Se dovesse avvenire saremo pronti a trasferirci», riapre intanto il pressing sul Comune la Snai con il presidente Maurizio Ughi. In Comune in realtà il progetto proposto per quel milione di metri quadrati non è ancora arrivato, e l’assessore Masseroli avverte che «quello è un polmone verde fondamentale su cui bisognerà ragionare con grande attenzione». La trattativa per arrivare a un futuro diverso però si può fare.

Ma che cosa vorrebbe Snai? Tenersi solo un terzo del milione e mezzo di metri quadrati che ha oggi a San Siro, tenersi l’ippodromo del galoppo che è vincolato come monumento storico e che dunque non si potrà mai abbattere. E vendere il resto: l’ippodromo del trotto a fianco del Meazza, le scuderie, le piste di allenamento. La società ippica ha già dato un’opzione di cinque anni sull’acquisto alla società immobiliare Varo, la stessa che come advisor adesso tratterà con il Comune per ottenere il necessario via libera urbanistico a un’operazione che potrebbe valere oltre 300 milioni di euro. Per farci cosa? Già nel 2005 la società fece elaborare un progetto di riqualificazione dell’area all’architetto Stefano Boeri. Prevedeva di creare un grande parco al posto dell’Ippodromo del trotto ma anche delle abitazioni lungo il perimetro, un albergo e altri servizi di supporto al Meazza e agli appassionati di calcio (ristoranti e bar, negozi di merchandising). Il progetto, adesso, sarà rivisto ma resterà la sostanza: parco e verde, case, servizi per lo stadio.

Lo scoglio invalicabile da superare è il piano regolatore che prevede lì verde e attività sportive. Ma il piano regolatore, se il Comune volesse, si può cambiare. C’è da convincere Palazzo Marino, dunque. E lì non c’è solo l’assessore Masseroli che vuole andare a vedere le carte. Anche il collega Giovanni Terzi, assessore allo Sport, guarda con cauto interesse a un progetto che potrebbe influire sulla sempre rimandata vendita del Meazza a Milan e Inter: «Stiamo ragionando sul futuro dell’area e sulla cessione dello stadio. Valuteremo anche questa proposta».

ARTICOLI CORRELATI

© 2022 Eddyburg