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Livio Pepino
Processo alla Tav al Tribunale dei popoli
6 Novembre 2015
Grandi opere
«Diritti. Grandi opere e territorio, lobby e democrazia. Il modello "coloniale" di decidere e costruire. I tre capi d’accusa di una sessione del Tribunale dedicata alla Torino-Lione».

«Diritti. Grandi opere e territorio, lobby e democrazia. Il modello "coloniale" di decidere e costruire. I tre capi d’accusa di una sessione del Tribunale dedicata alla Torino-Lione». Il manifesto, 5 novembre 2015 (m.p.r.)

La ses­sione del Tri­bu­nale per­ma­nente dei popoli dedi­cata a Tav, grandi opere e diritti fon­da­men­tali dei cit­ta­dini e delle comu­nità locali che ini­zia oggi a Torino è un evento impor­tante, anche oltre il caso con­creto. Il tema cen­trale è, ovvia­mente, la nuova linea fer­ro­via­ria ad alta velo­cità Torino-Lione: un’opera ciclo­pica deva­stante, di grande impatto ambien­tale, di con­cla­mata inu­ti­lità tra­spor­ti­stica, inso­ste­ni­bile in ter­mini di spesa pub­blica, giu­sti­fi­cata solo da una cul­tura svi­lup­pi­sta ormai ana­cro­ni­stica, da inte­ressi eco­no­mici lob­bi­stici di breve periodo e dalla dispe­ra­zione di un sistema poli­tico ed eco­no­mico inca­pace di dare alla crisi vie di uscita razionali.

Un’opera inol­tre – sarà que­sto il punto prin­ci­pale dell’analisi del Tri­bu­nale dei popoli – decisa in modo auto­ri­ta­rio, pro­vo­cando un movi­mento di oppo­si­zione pro­fon­da­mente radi­cato e capace di mani­fe­sta­zioni con decine di migliaia di per­sone. Orbene que­sto movi­mento, in tutte le sue arti­co­la­zioni (anche isti­tu­zio­nali), è stato siste­ma­ti­ca­mente escluso da ogni con­fronto reale e da ogni deci­sione. Esat­ta­mente come sta avve­nendo in diverse loca­lità della Fran­cia, del Regno Unito, della Spa­gna, della Ger­ma­nia, della Roma­nia e dell’Italia (per limi­tarsi alle realtà che saranno esa­mi­nate dal Tribunale).

L’esclusione delle comu­nità locali da deci­sioni cru­ciali riguar­danti il loro habi­tat, la loro salute, le stesse pro­spet­tive di vita attuali e delle gene­ra­zioni future, è avve­nuta e avviene in Val Susa in un modo esem­plare di un sistema che si ripete con sostan­ziale iden­tità per tutte le grandi opere inu­tili e impo­ste e che si arti­cola in tre fasi fondamentali:

la siste­ma­tica estro­mis­sione dei cit­ta­dini e delle isti­tu­zioni inte­res­sate dalle deci­sioni e dal con­trollo sulla effet­tiva uti­lità e sull’iter delle opere, rea­liz­zata esclu­dendo, di fatto e/o mediante prov­ve­di­menti legi­sla­tivi e ammi­ni­stra­tivi ad hoc (come la “legge obiet­tivo” o il decreto “sblocca Ita­lia”), ogni pro­ce­dura di infor­ma­zione, con­sul­ta­zione e con­fronto e/o adot­tando pro­ce­dure di con­sul­ta­zione pura­mente appa­renti (come quelle adom­brate con la costi­tu­zione, nel 2006, di un Osser­va­to­rio pre­sto rive­la­tosi un organo pro­pa­gan­di­stico a favore del Tav o con il nuovo tavolo pro­po­sto ai sin­daci della Valle, nei giorni scorsi, dal mini­stro delle infra­strut­ture Del Rio, fina­liz­zato a discu­tere di tutto, ma non della uti­lità della nuova linea…);
il con­di­zio­na­mento e lo svia­mento delle valu­ta­zioni delle comu­nità inte­res­sate, dell’opinione pub­blica e talora degli stessi deci­sori poli­tici mediante la ela­bo­ra­zione e la dif­fu­sione di dati inve­ri­tieri sulla satu­ra­zione della linea fer­ro­via­ria sto­rica e sulla con­se­guente neces­sità del nuovo col­le­ga­mento (a fronte dei quali il metodo Volk­swa­gen, recen­te­mente emerso alla ribalta, sem­bra opera di mal­de­stri dilet­tanti) e di pre­vi­sioni prive di ogni seria base scien­ti­fica, ampli­fi­cati in modo mar­tel­lante da organi di stampa spesso con­trol­lati da sog­getti inte­res­sati all’opera;
la per­ma­nente e totale imper­mea­bi­lità a richie­ste, appelli, sol­le­ci­ta­zioni ed espo­sti di isti­tu­zioni ter­ri­to­riali, comi­tati di cit­ta­dini, tec­nici e intel­let­tuali e la paral­lela gestione della pro­te­sta e dell’opposizione come pro­blemi di ordine pub­blico deman­dati al con­trollo mili­tare del ter­ri­to­rio (finan­che con truppe dell’esercito già uti­liz­zate in mis­sioni all’estero) e all’intervento mas­sic­cio degli appa­rati repres­sivi, addi­rit­tura con la con­te­sta­zione di fat­ti­spe­cie di ter­ro­ri­smo e la revi­vi­scenza di reati di opi­nione (come acca­duto con rife­ri­mento a Erri De Luca).

Tutto ciò – lo si è già accen­nato e sarà al cen­tro dell’esame del Tri­bu­nale – rea­lizza un vero e pro­prio sistema di governo di pezzi di società che ha a che fare con i diritti fon­da­men­tali delle per­sone e delle comu­nità e di par­te­ci­pa­zione. Di demo­cra­zia si potrebbe dire, se il ter­mine non fosse sem­pre più spesso uti­liz­zato a coper­tura di scelte che vanno in dire­zione esat­ta­mente oppo­sta e di isti­tu­zioni e regimi che tutto sono meno che demo­cra­tici. Per­ché la logica sot­tesa a que­sto sistema è – non sem­bri ecces­sivo il ter­mine – una logica neo­co­lo­niale, fon­data sulla pre­tesa di lobby eco­no­mi­che e finan­zia­rie nazio­nali e sovra­na­zio­nali e delle isti­tu­zioni con esse col­le­gate di disporre senza limiti e senza con­trolli delle risorse del ter­ri­to­rio estro­met­tendo le popo­la­zioni inte­res­sate (con­si­de­rate por­ta­trici di inte­ressi par­ti­co­la­ri­stici e non apprez­za­bili), tra­sfe­rita nel cuore dell’Europa.

Parlo di logica ovvia­mente, essendo ben con­sa­pe­vole che essa si mani­fe­sta in Occi­dente con moda­lità e carat­te­ri­sti­che incom­pa­ra­bili in ter­mini di uso della vio­lenza e di sopraf­fa­zione. Ma il segnale è chiaro. Nelle società con­tem­po­ra­nee, per­corse da derive deci­sio­ni­ste e auto­ri­ta­rie accade che la verità si intra­veda dai mar­gini, dalle peri­fe­rie, da vicende riguar­danti parti limi­tate della società che anti­ci­pano, peral­tro, feno­meni di carat­tere gene­rale. Come hanno dimo­strato – tra le altre – le ricer­che, ormai clas­si­che, di Enzo Tra­verso sul nazi­smo e la sua genesi, la man­cata per­ce­zione e l’omessa ana­lisi di molti segnali pre­mo­ni­tori pur facil­mente avver­ti­bili hanno pro­dotto nel secolo scorso lutti e disa­stri indicibili.

La spe­ranza è che il Tri­bu­nale per­ma­nente dei popoli, da sem­pre in anti­cipo sui tempi, sap­pia, anche in que­sto caso, assu­mere deci­sioni e chiavi di let­ture utili non solo per la Val Susa ma per le pro­spet­tive dell’intera Europa.

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