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Giuseppe D?Avanzo
Previti e i falsi misteri del fascicolo di Milano
11 Aprile 2004
I tempi del cavalier B.
Giuseppe D’Avanzo spiega come Previti e il suo socio raccontino balle a proposito delle carte sparite e del fascicolo negato. Su Repubblica del 31 luglio 2003.

LA STRATEGIA di Cesare Previti è nota. Per venire fuori dal guaio giudiziario in cui si è cacciato con Silvio Berlusconi, Previti insinua il sospetto che i pubblici ministeri di Milano, con l’acquiescenza dei giudici, hanno truccato le carte dell’inchiesta nascondendo nei recessi di un fascicolo segreto (numero 9520/95/21) le prove della sua innocenza. Quel fascicolo è illegittimo, dice, perché è ancora in vita senza autorizzazione, dopo otto lunghi anni. Previti semina quel sospetto dovunque. Dice: le carte, che non mi mostrano e non mostrano ai giudici, confermano che non era il tribunale di Milano a dovermi giudicare: i competenti erano a Perugia. Quelle carte segrete dimostrano ancora che hanno fatto sparire i verbali dei magistrati di Roma interrogati nel 1996. Non ci sono più. Sono evaporati come acqua al sole. Lì c’era la prova della mia innocenza e della colpevolezza di altri (Romano Prodi, of course). Ancora. Mi nascondono gli appunti della Guardia di Finanza sulle confidenze di Stefania Ariosto, una testimone che è stata «imbeccata» dai procuratori.

Cesare Previti afferra questi argomenti - quanto fondati, lo vedremo presto - e li ripete, li ripete instancabilmente come in un tormentone e li fa ripetere, raccontare e illustrare ai media che controlla direttamente o indirettamente il suo amico e Capo. Ne fa interpellanze e interrogazioni parlamentari, dichiarazioni politiche, prese di posizione di partito e di governo. Trasforma quegli argomenti, senza alcun fondamento nei fatti e nel diritto, in accuse contro i suoi accusatori, contro i giudici che lo hanno giudicato e condannato a 11 anni (Lodo Mondadori/Imi-Sir), contro i giudici che ancora di nuovo dovranno presto giudicarlo (Sme). Infine, qualche amico denuncia i pubblici ministeri con quegli stessi argomenti e il catalogo delle verità rovesciate che ha messo insieme diviene addirittura un j’accuse contro i suoi accusatori.

Se Previti non fosse Previti, se Previti e Berlusconi non avessero a disposizione la grancassa di un sistema mediatico diciamo dipendente, che ne sarebbe della loro contestazioni ai processi di Milano? Un niente. Una bolla d’aria. Ma Previti è Previti e Berlusconi è il capo del governo, così conviene affrontare uno dopo l’altro quegli argomenti (oggi all’esame della procura di Brescia) e vedere che cosa resta delle sue proteste e della sua strategia perché ripetere un falso fino a estenuare chi ascolta non lo fa diventare vero.

* * *

Competenza. Ancora oggi il quotidiano della famiglia Berlusconi ripete: «La competenza territoriale (dell’inchiesta "toghe sporche") è a Perugia visto che fu la procura umbra a ricevere per la prima la notizia di reato». Vero o falso?

Ci sono dei criteri per decidere qual è il giudice che deve valutare se qualcosa è accaduto e per responsabilità di chi. Il primo criterio è il luogo dove è stato consumato il reato. In un caso di corruzione come questo, un altro criterio è il luogo in cui c’è stato il passaggio di denaro dal corruttore al corrotto. O ancora il criterio della residenza, dimora o domicilio dell’imputato.

Bene. Nell’affare delle sentenze vendute e comprate, non si sa dove è stato consumato il reato. Il denaro della corruzione si è mosso estero su estero. Gli imputati hanno residenze e dimora in più città. Quando la situazione è questa, c’è soltanto un ultimo criterio per decidere la competenza territoriale: «La priorità di iscrizione al registro degli indagati». La formula assegna la competenza all’ufficio giudiziario che per primo ipotizza il reato. Previti accetta che questo sia il solo criterio utile, ma obietta che è stata Perugia e non Milano a lavorare per prima all’ipotesi di corruzione in atti giudiziari. Con questo argomento si rivolge al tribunale, alla Corte d’appello. La questione viene presa in esame ripetutamente dalla Corte di Cassazione e sempre l’argomento di Previti viene bocciato per il semplice motivo che non corrisponde documentalmente al vero.

Come è stato dimostrato in ogni sede e da ogni giudice che ha affrontato la contestazione, Perugia avvia un’indagine a seguito della denuncia del presidente dell’Imi Luigi Arcuti per «rivelazione e utilizzazione di segreti di ufficio» e non per «corruzione in atti giudiziari», reato ipotizzato soltanto dalla Procura di Milano. Ancora qualche mese fa (15 marzo), la Suprema Corte è ritornata ad affrontare la questione respingendo ancora una volta l’istanza di Previti e ricordandogli che «l’ipotesi di reato a Perugia era affatto diversa da quella per la prima volta iscritta dalla Procura di Milano». E, infatti, aggiungono i giudici della Cassazione «dopo le indagini, il fascicolo è stato trasmesso alla procura di Roma, segno evidente che quella di Perugia, a torto o fondatamente, non ha ravvisato reati commessi da magistrati romani in quanto altrimenti avrebbe ritenuto la sua competenza».

La questione della competenza è soltanto il primo degli argomenti del tipo «l’asino che vola» periodicamente giocato da Cesare Previti. Ce n’è un altro che, dopo molti cambi di fronte, passi obliqui e marce all’indietro, sembra oggi diventato il suo cavallo di battaglia contro i pubblici ministeri. E’ l’affare del 9520/95/21, il numero dell’inchiesta che ha partorito i processi di Milano.

* * *

Il "9520/95/21". Per Cesare Previti, questo fascicolo d’indagine è abusivo, è illegale, è un mostro giuridico perché nessun giudice delle indagini preliminari lo ha autorizzato e, seppure lo avesse autorizzato, i tempi d’indagine sarebbero esauriti da quel dì. Vero o falso? Ci ritornano su gli amici di Forza Italia che hanno denunciato a Brescia Boccassini e Colombo: «I sostituti procuratori rifiutano di definire il fantomatico procedimento, sì che i suddetti atti restano segreti e occulti, mentre avrebbero dovuto essere depositati a norma di legge per consentire l’esercizio dei diritti della difesa». Anche in questo caso, Previti ha più volte proposto la questione ai tribunali che lo hanno giudicato chiedendone il sequestro. Richiesta respinta dai tribunali per lo meno in quattro occasioni (5,22,29 aprile, 15 maggio), per quanto è stato rapidamente possibile ricostruire.

La contestazione di Previti può essere riassunta così. I tre processi Lodo/Mondadori, Imi/Sir (poi riuniti in un unico dibattimento) e Sme sono stati stralciati dal fascicolo d’inchiesta "9520/95/21". Se questo fascicolo è illegittimo perché privo di autorizzazione a continuare le indagini (in ogni caso, scadute), il lavoro del pubblico ministero va annullato e con esso il processo, i processi.

È in un’ordinanza della IV sezione penale del tribunale di Milano (Paolo Carfì, Enrico Consolandi, Maria Luisa Balzarotti) che la contestazione viene affrontata a lungo, di diritto e di rovescio. Privata di tecnicismi, la questione è questa. Dall’inchiesta sulle toghe di Roma vengono isolati tre episodi di corruzione destinati al processo: il baratto delle sentenze Imi/Sir, Lodo Mondadori, Sme. In questi fascicoli vengono inseriti tutti «gli atti riferibili alle persone e alle imputazioni per cui è stata esercitata l’azione penale». Diciamo meglio, tutte le carte che riguardano gli imputati e le circostanze che vengono loro contestate. Il "9520/95/21" continua a vivere, ma soltanto «contro ignoti».

Ora Previti sostiene che quella proroga non è stata autorizzata dal giudice. E’ falso. L’autorizzazione del giudice, richiesta dal pubblico ministero il 10 febbraio del 1997, è agli atti dei processi di Milano. Come è potuta sfuggire agli avvocati di Previti (e colpevolmente anche agli occhiuti ispettori del ministro Castelli)? E come gli avvocati e Previti possono sostenere che «nel caso di procedimenti contro ignoti, il provvedimento del gip ha durata limitata nel tempo e, in particolare, "per un tempo non superiore a sei mesi"»?

Scrivono i giudici del tribunale di Milano: «Nel caso di procedimenti contro ignoti il codice prevede il provvedimento di autorizzazione alla prosecuzione delle indagini senza l’apposizione di alcun termine per la chiusura delle stesse». «Costantemente», avverte il tribunale, «la Cassazione ha affermato che la prosecuzione a proseguire le indagini contro ignoti non può essere sottoposta ad alcun termine finale» addirittura «qualificando come abnorme un provvedimento con il quale il gip, nell’autorizzare un pm a proseguire le indagini, imponeva un termine entro il quale concludere l’inchiesta».

Respinto sulla questa linea, definiamola di diritto, Previti aggira l’ostacolo aggrappandosi finalmente a qualche fatto. Dice, in sostanza: ritenete quel fascicolo legittimo? Bene, è legittimo! E allora datemelo perché, vedete, in quelle carte i pubblici ministeri hanno nascosto la prova della mia innocenza. Quali? Gli interrogatori dei magistrati di Roma che mi scagionano; le «imbeccate» che hanno condizionato la testimonianza di Stefania Ariosto, ad esempio.

Vediamo come sono andate le cose.

* * *

Verbali spariti. Si comincia con alti strepiti. Dove sono, chiede Previti, chiedono gli avvocati di Previti e naturalmente poi gli avvocati di Berlusconi, le decine di verbali di interrogatorio raccolti a Roma dal pubblico ministero Paolo Ielo spedito da Milano nella Capitale per raccogliere le testimonianze dei colleghi dei magistrati corrotti? La denuncia (gran titoli nei media di riferimento) va avanti per un pezzo e semina qualche dubbio negli ignari. Ma come? Questi pm raccolgono testimonianze dell’innocenza degli imputati, per di più da decine di loro colleghi, e le nascondono? O ancora, perché con quel che spendono Berlusconi e Previti in avvocati (500 miliardi, a quanto pare) non individuano da soli i testimoni e raccolgono quelle testimonianze utili per una rapida assoluzione? Infine, perché quei testimoni non si fanno avanti spontaneamente?

Risposta semplice: quei testimoni e quelle testimonianze non ci sono, non sono mai esistite. Ielo raggiunge Roma e interroga due soli magistrati, Mario Antonio Casavola e Claudio D’Angelo. Inutilizzabili nell’affare milanese, i verbali vengono trasmessi utilmente alla procura di Perugia. Paradosso grottesco: quei due verbali sono mostrati dagli avvocati di Previti ai tribunali di Milano, da quegli stessi avvocati e da quello stesso imputato che, dai giornali, ne denunciano la «sparizione». Comunque, per lo meno in tre occasioni (8 luglio 2002/ 20 settembre 2002/ 16 maggio 2003) la I e la IV sezione del tribunale di Milano prendono in esame la possibilità di acquisire i due verbali. Ipotesi respinta perché (IV sezione) «il contenuto delle dichiarazioni di Casavola e D’Angelo è assolutamente irrilevante rispetto ai temi di questo processo... ictu oculi le dichiarazioni di Casavola riguardano tutt’altre vicende (casi Nomisma, Banco di Roma, lenzuola d’oro) tant’è che sono state trasmesse per competenza alla procura di Perugia... quanto a D’Angelo, egli si limita ad affermare in modo generico di aver intrattenuto corretti rapporti professionali con Squillante (Renato, giudice e imputato, n.d.r.)». Carte inutili, dunque, perché (I sezione) «proprio nell’ambito delle dichiarazioni di Casavola e D’Angelo, esibite dalla difesa Previti, emerge con sicurezza che non sono per nulla attinenti all’imputazione oggetto di questo procedimento».

Quei verbali «spariti» che dovevano essere, negli annunci dei media, la «prova regina» dell’innocenza di Cesare Previti non ne mutano, come si vede, la difficile condizione di imputato messo maluccio. Quando avverte di essere in questa condizione, Previti evoca Stefania Ariosto come per un riflesso automatico. Denuncia: i pubblici ministeri «hanno imbeccato quella donna» e le prove sono in un fascicolo segreto della Guardia di Finanza che mi si impedisce di consultare. E’ in quelle carte la «prova regina» della congiura contro di me.

Anche qui, occorre stare ai fatti.

* * *

Ariosto. Stefania Ariosto racconta ai pm di Milano, in sostanza, un paio di cose: Previti ha rapporti molti stretti con magistrati romani, soprattutto attraverso Attilio Pacifico, anch’egli avvocato. Tra Previti, Pacifico e i magistrati (Squillante, soprattutto) c’è un gran passaggio di denaro. Nessuna di queste rivelazioni della testimone è stata smentita. Anzi. Nessuno sapeva chi fosse Pacifico e quando lo si scopre (grazie all’Ariosto) si comprende il suo ruolo di importatore/esportatore di denaro, mediatore tra Previti e i magistrati. Che poi tra Previti e magistrati corresse tanto denaro lo hanno dovuto ammettere anche gli imputati confessandosi evasori fiscali, maestri di compensazioni estero su estero o di «esterovestizioni», per dirla con Previti, necessarie a proteggere capitali illegalmente esportati. Il contributo (essenziale) della Ariosto all’indagine finisce qui. Quel che davvero mette nei guai gli imputati, come si sa, sono i movimenti di denaro sui conti esteri.

Tuttavia, quando è a mal partito, Previti estrae il nome dell’Ariosto e ricama qualche cabala. L’ultima è questa. Dice Previti: ecco, io ho qui una lettera della Guardia di Finanza che risponde a una mia domanda sul fascicolo personale dell’Ariosto in questo modo: «La documentazione contenuta nel fascicolo 103860 di schedario di questo comando intestato "Stefania Ariosto" è stata formata da ufficiali nel corso di attività di polizia e in quanto tale ha come indefettebile destinazione e esclusiva utilizzazione il pubblico ministero, a quale spettano definitive terminazioni». Come a dire, gli investigatori hanno lavorato per la procura, per qualsiasi determinazione rivolgetevi ai pm. Ora Previti ribalta quella risposta ovvia, la legge in modo ambiguo e sostiene che in quel fascicolo segreto, che gli viene negato, ci sono le prove dell’«imbeccata» della Ariosto e della congiura. Ma è vero che il fascicolo gli è stato negato? E’ vero che Previti non conosce il fascicolo?

Non è vero. Previti conosce quelle carte. Degli «appunti» della Guardia di Finanza sulla collaborazione della Ariosto si occupa la IV sezione penale (processo Lodo/Imi-Sir) per quattro volte in 25 giorni (22 aprile 2002/ 6,15,17 maggio 2002) «dando atto che erano state messe a disposizione di tutte le parti, le relazioni e gli appunti della Guardia di Finanza relative alla fonte "Ariosto"». La I sezione (processo Sme) se ne occupa il 3 e il 16 maggio 2003. In quest’ultima occasione il tribunale scrive: «... è da rigettare la richiesta di ordine di esibizione e addirittura di sequestro dell’intero fascicolo Ariosto formato dalla Guardia di Finanza nel periodo in cui la medesima riceveva informazioni da una fonte confidenziale. In proposito va detto che autonomamente il pm ha posto a disposizione delle difese le relazioni della Guardia di Finanza relative al procedere dell’assunzione di informazioni».

Anche in questo caso che cosa resta delle accuse di Previti?

Niente, se si esclude che l’imputato si chiama Previti; che è l’amico del Capo; che altri amici hanno spedito per posta una denuncia contro i pubblici ministeri a Brescia; che la procura di Brescia in 24 ore ha messo su un’inchiesta penale senza prendersi nemmeno la briga, come intigna qualche maligno, di verificare come d’abitudine (e obbligo) che quelle firme fossero autentiche. Così va l’Italia se ti chiami Cesare Previti.

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