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Francesco Erbani
Prefazione a "Piani imperfetti", di A. di Gennaro
11 Gennaio 2005
Campania felix
E' in libreria dal gennaio 2005 Piani imperfetti, Il caso del piano urbanistico della provincia di Napoli, a cura di Antonio di Gennaro, edizioni CLEAN. Raccoglie i materiali e gli interventi ralativi alla vicenda del PTC provinciale di Napoli, che i lettori di Eddyburg hanno seguito giorno per giorno. Inserisco la prefazione di Francesco Erbani e, in allegato, il frontespizio e l'indice

È una storia avventurosa quella che Antonio di Gennaro racconta in questo libro. Di Gennaro fa di mestiere l’agronomo, non l’investigatore, ma come un investigatore si è comportato. Ha avuto dei sospetti, si è procurato i documenti e ha letto le cose che molti non avevano letto, perché sepolte sotto una messe apparentemente innocua, ma invece molto nociva, di dati e di riferimenti cartografici. Il protagonista della storia che racconta non ha fattezze umane: è la fatica spesa per convincere gli altri dell’evidenza. Quel Piano territoriale di coordinamento, messo a punto dalla Provincia di Napoli, conteneva micidiali indicazioni che avrebbero prodotto un consumo di suolo una volta realizzato il quale sarebbe rimasto ben poco di un paesaggio e di un’agricoltura, residue quanto si vuole, già umiliate da un cinquantennio di maltrattamenti e abusi, ma ancora fra le più celebrate e produttive dell’intero territorio nazionale.

Il particolare saltato agli occhi di Antonio di Gennaro era quella specie di sfondo fra il bianco e il grigio che nelle cartografie del piano avvolgeva le parti già edificate, densamente o sfrangiatamente urbanizzate. Cosa rappresentava? Perché si era scelto un colore così neutro, sfuggente, che restituiva l’indefinita immagine di un aggregato nuvoloso? Di Gennaro non ha fatto altro che sovrapporre le carte, girarle e rigirarle, scorrere con l’occhio e con il dito da un numeretto all’altro. Cercava nelle “legende” cosa volesse indicare quella tonalità. Ed ecco che si è imbattuto nella più equivoca e seducente delle formule che spesso campeggiano nei documenti urbanistici: “aree di prevalente riqualificazione urbana”.

Riqualificazione non è una parola. E’ un passe-partout. Riqualificare in italiano significa restituire qualità a qualcosa che la qualità l’ha persa. L’ha persa perché qualcuno gliel’ha sottratta o perché il tempo l’ha usurata. In molte parti d’Italia, dentro il tessuto storico delle città, ma soprattutto ai suoi bordi, esistono vaste aree in cui la qualità o non c’è e non c’è mai stata o c’era ed è andata deperendo. Per esempio nelle estese periferie che circondano i centri urbani, dove si sono accumulati gli oggetti di scarto di una crescita sregolata, quelle funzioni, quelle attività e quegli esseri umani che si reputava fastidiosi. Ripristinare la qualità è un’operazione delicata. Per dirla in termini profani - i soli di cui io disponga - va studiata la storia di quel luogo, va analizzato cosa c’è intorno, cosa c’è sotto, di cosa hanno bisogno le persone che vivono nei pressi, se nella zona le parti edificate sono già sufficienti per le abitazioni, per le scuole, gli ambulatori e gli altri servizi, come ci si arriva, se è opportuno realizzare o preservare parti umide. Nella generalità dei casi quel che manca è il senso della collettività, il posto fisico in cui stemperare la dominante individuale: e allora occorre aggiungere verde, spazio pubblico, zona di produzione o di scambio culturale. Ma raramente ci si cimenta, animati da questa indole, con le periferie, che sono dei laboratori nei quali la cultura architettonica può cimentarsi, smentendo la diceria che la vorrebbe incapace di incidere nel moderno e raccogliendo la sfida lanciata da questi luoghi sovente inospitali, nati per accumulo, prodotto di interventi pubblici oppure – quando le cose sono andate peggio – risultato di marchingegni speculativi.

E invece – la constatazione è puramente empirica, ma ha il suffragio dell’alta frequenza – quando si sente parlare di riqualificazione il pensiero corre ad altro cemento. Un prato incolto, ricoperto di sterpi è considerato un oggetto improprio e da riqualificare. Come oggetto da riqualificare è l’edificio diroccato che un tempo ospitava un’industria. Oppure uno spazio vuoto sopravvissuto in una cornice di palazzi. In tutti questi casi la soluzione più immediata è: riqualifichiamo con altro cemento, mettiamoci manufatti, aggiungiamo elementi. Ed è così che la riqualificazione si coniuga con la valorizzazione immobiliare, declinata col verbo di un project financing, e si identifica plasticamente in quei complessi di banalità architettonica composti da una piazza, una fontana, quattro alberelli, un’aiuola, un parcheggio interrato, un ipermercato, alcuni negozi, un centro benessere, una palestra, qualche ufficio e qualche casa.

Io credo che di Gennaro abbia intravisto dietro quel colore biancastro, oltre ad altre cose, un futuro del genere per molte porzioni del territorio provinciale di Napoli, che già si infittisce di questi luoghi simbolici della sciatteria e dell’affarismo. Non che quel Piano territoriale lo auspicasse esplicitamente. Come spiega Edoardo Salzano in un intervento che compare in questo volume, non lo prevede, ma lo consente. Però consentirlo in generale non va mai bene, perché sarebbe più opportuno che una norma scritta contenesse indicazioni ferme ed esplicite, senza lasciare soverchia discrezionalità. Tanto più non va bene in una regione come la Campania già martoriata dalle edificazioni e i cui piani di governo del territorio devono essere improntati, e non lo sono, a criteri molto rigidi di salvaguardia.

Stando ai calcoli di Antonio di Gennaro, il Piano territoriale della Provincia autorizza la trasformazione di 25 mila ettari su 60 mila, il 40 per cento del territorio rurale della provincia di Napoli. E così vanno a bollire nel pentolone della “riqualificazione urbana” i versanti pedemontani settentrionali del monte Epomeo, nell’isola di Ischia; molti aranceti del Piano di Sorrento; le terre murate di Meta; persino le falesie di tufo grigio della marina di Sorrento; i terrazzamenti montani di Agerola; gli uliveti di Massa Lubrense; le aree agricole della pianura flegrea e della pedemontana vesuviana; i noccioleti del nolano; gli orti del Sarno.

Questo libro induce poi a riflettere su un altro versante della questione, quello politicamente più spinoso, che allarga l’orizzonte alla scena nazionale: il ruolo che in materia urbanistica e di governo del territorio si sono assunti la sinistra e il centrosinistra. Il caso della Provincia di Napoli non è isolato, anche se esaltato nella sua singolarità dal fatto che a presiedere la giunta si siano alternati negli ultimi anni due esponenti del partito dei Verdi. Con crescente frequenza le amministrazioni locali di centrosinistra si trovano a fronteggiare il malumore e le proteste di associazioni ambientaliste e di tutela, di esponenti del loro stesso schieramento o di quell’infinito numero di comitati cittadini che spuntano ovunque, nelle grandi come nelle piccole realtà, al Nord come al Sud, e che rappresentano quella che i sociologi chiamano “nuova soggettività territoriale”, sottolineando che di forti elementi di coscienza politica essi si nutrono e non di antipolitica. L’addebito che più spesso viene mosso alle amministrazioni di centrosinistra è quello di inseguire la destra e di aver abbandonato la logica di una corretta pianificazione e l’idea stessa che un territorio vada governato attraverso una visione organica e d’insieme e non per via di una sommatoria di progetti, una via che rende l’autorità pubblica più debole rispetto agli interessi privati, più disposta agli accordi e ai negoziati con proprietari fondiari e immobiliaristi. In molte giunte di centrosinistra prevale una specie di pragmatismo: è questo il nuovo abito indossato dall’antica mitologia dello sviluppo fondata sull’idea che la crescita sia garantita dalle quantità e dal consumo. Le parole come compatibilità e sostenibilità sono spesso esibite, ma appartengono più a una retorica ambientalista, che non alla sostanza di un progetto politico. E così accade che trovano accoglimento le spinte alla deregolamentazione e a contrattare con i possessori delle aree e con i grandi investitori gli interventi di trasformazione dei luoghi.

Dalle regioni italiane dove è storicamente più radicata la presenza della sinistra (l’Emilia Romagna, la Toscana e l’Umbria) a quelle zone dove le maggioranze si alternano con più frequenza (la Sicilia, per esempio) o dove il centrosinistra riesce a prevalere da tempo, ma con scarti di voti non consistenti (bastino i casi delle grandi città: Roma, Napoli, Torino, Venezia), la tensione fra i governi guidati da Ds o da esponenti della Margherita e le associazioni di tutela si moltiplicano. Lo scollamento sui temi della salvaguardia è un dato politico più che evidente e procede parallelamente alla crisi che investe da anni tutti i meccanismi di rappresentanza e di selezione e corrode il radicamento dei partiti di centrosinistra. I segnali di allarme si infittiscono. Ne cito due, su scala diversa. A Firenze, pur possedendo sulla carta una solida maggioranza, il sindaco dei Ds è costretto, nel giugno del 2004, al ballottaggio perché un candidato, espressione di un altro partito della sinistra, ma anche di comitati cittadini sorti qui contro un parcheggio, lì contro l’ennesimo centro commerciale o per bloccare il tracciato sotterraneo della Tav, ha raccolto il 12 per cento dei consensi. E lo stesso è accaduto in un’altra roccaforte di sinistra, Orvieto, dove una lista civica che si qualificava sui temi dell’ambiente, avversaria della giunta di centrosinistra e di alcune sue dissennate decisioni, ha sfiorato il 16 per cento.

I casi di conflitti sono tanti. A Bologna, dopo la sconfitta nel 1999 che portò alla sindacatura di Giorgio Guazzaloca, è emerso un forte movimento di critica alle scelte urbanistiche compiute negli anni precedenti dal centrosinistra, scelte improntate ai meccanismi più collaudati di urbanistica contrattata con i privati (che non sono i pensionati o gli studenti e nemmeno le categorie economiche, ma i proprietari dei suoli e le grandi cooperative). Risultato: un centro storico invivibile per traffico e inquinamento e la distruzione di aree verdi in varie zone della città. Per evitare la strozzatura dell’Aurelia (che si potrebbe sbloccare allargando il tracciato, come prevede l’Anas), la Regione Toscana progetta un’autostrada litoranea in Maremma che, quanto a impatto ambientale, non è tanto meno dannosa del tracciato sotto le colline previsto dal Ministero delle Infrastrutture. A Venezia la giunta è divisa al suo interno e il sindaco è contestato dagli ambientalisti sul progetto di una metropolitana sublagunare che intaccherebbe lo strato di càranto del fondale, senza apportare significativi vantaggi alla città, anzi aumentando il carico di turismo giornaliero che la affligge. A Roma, dove i residenti sono diminuiti di 190 mila unità in dieci anni e dove si costruisce tantissimo (sessanta milioni di metri cubi fra quelli realizzati e quelli previsti dal nuovo Piano regolatore), si consumano migliaia di ettari dell’agro romano e si edificano case per altre 300 mila persone. A Salerno si accantona il già discutibile piano di Oriol Bohigas e si procede a trasformazioni caso per caso, soprattutto allo scopo di valorizzare i proprietari delle aree industriali dismesse. A Prato si vogliono trasformare in miniappartamenti le Cascine di Lorenzo de’ Medici. A Spilamberto, in provincia di Modena, si vorrebbero costruire trecento villette nei sessanta ettari dove c’era una fabbrica d’armi.

Di vicende se ne potrebbero raccontare ancora. Per restare al solo ambito campano ecco la trattativa fra la Regione e la famiglia Coppola sul litorale domiziano affinché siano i Coppola a sanare, guadagnandoci, gli scempi dei Coppola; l’insistenza della stessa Regione e del Comune di Ravello per costruire un auditorium; l’infatuazione ancora della Regione per la Coppa America e per i suoi cascami di cubature su Bagnoli.

Di Gennaro racconta in modo esemplare una vicenda esemplare. Ma quella vicenda, una vicenda di investigazione, di trucchi e di scoperte, ha il sapore del paradosso, perché ancora non se ne conosce il finale. La politica, nella versione cui si è adagiata negli ultimi tempi, preferisce concertare le sue soluzioni al riparo dagli sguardi. Ama il tempo che trascorre, che fa dimenticare e nasconde. Che modifica e camuffa. Questo libro ha lo scopo opposto.

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