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Claudio Villari
Ponte sullo stretto, mezzo secolo passato invano
30 Agosto 2010
Il Ponte sullo Stretto
Nell’intervento di un lettore di Reggio Calabria al giornale la Repubblica (29 agosto 2010) l’abstract dell’incredibile (e dispendiosa) vicenda di un ponte che non c’è

La storia ultraquarantennale del ponte sullo Stretto di Messina dimostra quanto di oscuro e di indefinito si nasconde nelle vicende che finora si sono susseguite. Basta riflettere sul fatto che dopo quasi mezzo secolo di studi, di ricerche, di dichiarazioni di fattibilità, di modellini in atmosfere idilliache portati in giro per il mondo, di appalti di lavori con procedure inammissibili, di ridicole aperture di cantieri, ancora non vi è alcun progetto definitivo, né coperture finanziarie che ne garantiscano l'esecuzione. Mai vista una simile turlupinatura per un'opera pubblica, anche di più modeste proporzioni. Ancora oggi si fanno indagini geognostiche e geotecniche sulla base di un cosiddetto «cronoprogramma» sbandierato dal ministro Matteoli (ma già disatteso) nel quale sono elencate una serie di indagini propedeutiche alla redazione del progetto esecutivo. Le sonde, installate sulla zona abitata di Torre Faro, minacciano interi condomini, soggetti a esproprio sulla scorta di procedure inammissibili in questa fase preliminare. Non si conoscono le sorti di migliaia di cittadini che saranno privati dei loro beni e delle loro attività. E se le indagini in corso non daranno permissività alle esecuzioni delle faraoniche opere?

Eppure si continua a nascondere la verità sullo stato di fatto, sulle più volte indicate e successivamente disattese date di realizzazione del progetto definitivo e di inizio dei lavori, sulla mancanza di progetti esecutivi per la realizzazione delle numerose opere a terra, sullo sconvolgimento della durata di oltre un decennio delle due città dello Stretto e di vaste aree urbanizzate connesse. Si ignorano i dissensi, reiterati e autorevoli, sulla fattibilità in sicurezza di un'opera unica al mondo e in un'area di così alto rischio sismico, sulla sua effettiva futura utilità, sull'incidenza dei costi, seppure incerti ma non inferiori a 6,5 miliardi di euro, sui presunti benefici, sulla priorità di una simile opera rispetto alle urgenze di salvaguardia di territori soggetti a seri dissesti idrogeologici e privi di risorse. Si può rimanere inerti di fronte a tanto scempio?

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