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Ida Dominijanni
Politica dell'antipolitica, antipolitica della politica
13 Settembre 2007
Articoli del 2007
Non confondiamo il sintomo con la malattia; e la politica si renda conto che è malata e deve cercar di guarire. Da il manifesto del 13 settembre 2007

«In molti paesi la disillusione e la sfiducia si sono andate sviluppando in un crescendo di frustrazione, di rabbia e, alla fine, di un vero e proprio rigetto della politica. Alla fine, siamo alle prese con una revulsione che potremmo chiamare la politica dell'antipolitica». E' una diagnosi di Giovanni Sartori, in un suo libro del 1995. Aggiungeva Sartori che questa sindrome si prospetta non più nella forma dell'apatia del passato, che «rendeva la politica fin troppo facile», ma in quella di «un rigetto attivo, partecipante e vendicativo», che «la può rendere troppo difficile». Dal 1995 a oggi sono passati la bellezza di dodici anni, e per «la politica dell'antipolitica» non è tempo di scoperte ma di bilanci: in Italia ne abbiamo avuto infatti un campionario da oscar, per la verità solo in minima parte ascrivibile ai movimenti e alle piazze, e per lo più, viceversa, interno alle trasformazioni del sistema politico, economico, massmediatico, nonché giudiziario. Fanno parte del campionario: la corruzione politica e economica scoperta con Tangentopoli e mai arrestata; l'equazione fra partiti e partitocrazia e fra corruzione e «Prima Repubblica» alimentata dopo il '92 nel senso comune dal coro pressoché compatto dell'informazione; l'illusione di risolvere i problemi politici per via giudiziaria, anch'essa alimentata all'epoca dallo stesso coro (oggi talvolta pentito); la riduzione - e conseguente neutralizzazione - della politica a questione di regole da fare, disfare e rifare; la riduzione della società civile a audience televisiva passiva dei talk show di seconda serata volentieri frequentati dai politici di professione; da penultimo, il duplice trionfo politico di Silvio Berlusconi, che l'antipolitica l'ha portata al potere; e da ultimo, la duplice delusione inflitta all'elettorato di centrosinistra dai suoi governi, che non si può dire abbiano messo la rilegittimazione della politica al primo posto della loro agenda emozionale e programmatica.

Questo per dire che, prima di prendersela con Beppe Grillo e i grillini e, retrospettivamente, con i girotondi e i girotondini (movimento peraltro molto coccolato anni addietro come grimaldello contro gli allora vertici diessini), sarebbe il caso di riportare le derive antipolitiche alla loro matrice, che è interna alla degenerazione della politica, al suo svuotamento, al suo farsi sempre più autoreferenziale e castale, al suo sempre più opaco impastarsi con l'economia, alla dissoluzione del suo linguaggio nel linguaggio televisivo e via dicendo.

Certo, sarebbe sbagliato, sbagliatissimo fare di ogni erba un fascio: dal '92 in poi, all'interno del sistema politico c'è chi ha denunciato questo andazzo (Massimo D'Alema primo fra tutti) e chi l'ha cavalcato, vuoi in nome della spallata azzurra alla «Prima Repubblica» vuoi in nome di un nevrotico nuovismo di (centro) sinistra. Ma purtroppo in politica, e nella storia, contano i risultati. E i risultati, per la politica «ufficiale» italiana, sono quelli che sono. Frustrazione, rabbia e rigetto, per riprendere i termini di Sartori, non diminuiscono ma aumentano: evidentemente non basta la fredda e professorale retorica prodian-padoaschioppiana del risanamento dei conti pubblici, né le buone intenzioni moralizzatrici di Rosi Bindi, né gli annunci sulla necessità salvifica del Partito democratico per compensare la percezione di declino, mancanza di futuro, precarietà che deprime giovani e meno giovani generazioni, o la quotidiana frequentazione di territori malamente amministrati da uno stato malamente decentrato, o la continua aggressione di un capitalismo sempre più barbaro (e sempre più sconosciuto, a destra e a manca, perché parlare del capitalismo è sconveniente e fa meno share delle comparsate di Corona). Si può prescindere da questo quadro - desolato, mi rendo conto - per capire «il sintomo» V-Day; e viceversa, basta questo quadro per entusiasmarsi del V-Day?

Eugenio Scalfari, su la Repubblica di ieri, legge la piazza di Bologna (e la piazza tout court), senza se e senza ma, come l'ennesima prova dell'eterno ritorno di un virus di qualunquismo, populismo, anarco-individualismo che corre da sempre in Italia, accentuato oggi dalla massificazone e dalla manipolabilità mediatica della società contemporanea, e portatore sicuro di una malattia, o di una terapia, dittatoriale. E' un allarme che si può capire, ma sommessamente proporrei di andarci più cauti, e di non scambiare, appunto, il sintomo per il virus. Una manifestazione che ha come slogan un gigantesco vaffanculo, che s'inventa l'ennesimo leader e che per giunta si riduce poi a fare il verso al parlamento con una proposta di legge-manifesto approssimativa, non può entusiasmare nessuno, tantomeno chi, a differenza di Scalfari, giudica che nelle piazze possano talvolta - talvolta - esprimersi discorsi e sentimenti più articolati. Ma in quello slogan converrebbe vedere, più che l'urlo di un'invasione barbarica, il rivelatore del grado zero a cui è arrivato in Italia il linguaggio della politica, cioè la politica, non certo per colpa di Beppe Grillo; e di un imbarbarimento che è tanto della società quanto della sua espressione di palazzo. Come pure nell'uso della Rete da cui la piazza di Bologna nasce converrebbe vedere, più che la continuazione della massificazione passiva via tv di cui siamo stati vittime e complici per alcuni lustri, la possibilità di uno scatto di presa di parola e di coinvolgimento in prima persona, che può fare la piccola differenza, in Italia come altrove, fra la telecrazia e una sia pur minimale interattività.

Non c'è un governo di saggi assediato in piazza dalle invasioni barbariche. C'è nel palazzo e in piazza un'afonia che tocca rompere a chi, in piazza e - se c'è - nel palazzo, sappia trovare e comunicare parole più convincenti di una V per dare voce a una necessità di svolta e a un bisogno di politica.

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