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Francesco Bertolini
Più veloci, ma verso dove?
8 Maggio 2012
Padania
Sempre più spesso, ci si chiede dove voglia andare il carrozzone dello sviluppo formigoniano cosiddetto eccellente. Corriere della Sera Milano, 7 maggio 2012, postilla. (f.b.)

La pianura padana era una terra di agricoltori. Era il granaio d'Europa, un territorio dove la terra era la madre di tutti i valori. Poi l'industrializzazione ha cominciato a mangiare il suolo, a relegare i terreni agricoli a marginali, in attesa che divenissero edificabili, con tutto ciò che questo ha comportato. Negli ultimi anni la cementite si è ulteriormente aggravata, con le nuove infrastrutture che si apprestano a tagliare ulteriormente il territorio.

Grandi infrastrutture come la BreBeMi e la Pedemontana, e poi nuove opere in progettazione, le cosiddette autostrade regionali, come la Broni-Mortara o la Bergamo-Treviglio, in una ubriacatura da autostrada di cui non si vede la fine. La fine coinciderà probabilmente con la fine della campagna, ma in cambio avremo guadagnato pochi minuti in un viaggio divenuto nel frattempo a pagamento. E a quel punto tutto sarà più semplice, la crisi come d'incanto scomparirà, le piccole imprese potranno tornare competitive, perché si sa, il tempo è denaro e quindi potranno correre molto di più, assumere nuovo personale e affrontare senza paura i grandi Paesi emergenti che oggi ci schiacciano.

È uno scenario che definire demenziale è un complimento. Sarebbe più onesto dire che le nuove opere sono un tentativo di rianimare un'economia asfittica, anche se nessuno dice che in queste opere chi lavora sono sempre e solo le grandi imprese, mentre le famose ricadute non sono altro che briciole, soprattutto in termini di margini di profitto. E da un punto di vista ambientale sarebbe più onesto sostenere che questo territorio è talmente compromesso che qualunque tentativo di contenere il consumo di suolo è assolutamente inutile, la bellezza del paesaggio non c'è più da tempo, tanto vale rassegnarsi a viaggiare in tunnel con ai lati pannelli fonoassorbenti sempre più alti che ci impediscono di vedere cosa stiamo attraversando. Meglio destinare le attenzioni ambientaliste al Chianti, verrebbe da dire, qui si deve produrre, si devono abbassare i costi e si deve essere veloci, e quindi alta velocità e autostrade sono fondamentali per i mercati globali, non c'è tempo di romantici pensieri bucolici.

Muoversi è fondamentale, le nuove opere costano miliardi di euro, che dovranno essere ripagati con pedaggi sempre più alti, ma non importa. E così via con le autostrade regionali, colate di cemento con ricadute di lavoro per le imprese, di oneri per le amministrazioni e per tutto l'indotto a queste collegate, fatto di consulenti di ogni tipo. Aumentare l'offerta di infrastrutture autostradali non ridurrà l'inquinamento e il traffico; l'unica speranza ambientalista è purtroppo la crisi economica che potrà portare a un mancato reperimento delle ingenti risorse necessarie e a rivedere i piani di traffico per il ritorno degli investimenti. Sperare nella crisi per salvare il territorio è una triste visione, ma purtroppo visioni lungimiranti non ce ne sono, da nessun soggetto economico e/o istituzionale, tutti impegnati nello stesso gioco al massacro che ci farà andare sì più veloci, ma verso il baratro.

Postilla

I ciellini, come risulta anche da certe inchieste sociologiche sui consumi culturali, pare ascoltino musica di produzione autarchica, tipo Frate Cionfoli, semisconosciuta al resto del mondo. Quindi molto probabilmente ignorano quell’attacco classico di rock demenziale anni ’70 che suona: Sono veloce / Nelle scarpe il piede cuoce /Il cervello prende vento / Ma si cuoce dal di dentro .Se lo conoscessero, si sarebbero infatti chiesti dove andremo a finire, con la loro macchina autostradal-territoriale saldamente avvitata alla montagna di balle sullo sviluppo che ci stanno propinando da lustri. Visto che l’articolo del Corriere pare (insieme ad altri che spuntano qui e là negli ultimi tempi) porsi una domanda del genere, si può azzardare una risposta. Il futuro immaginato da Celeste & Co. vede una Lombardia interamente ricoperta dalle autostrade, che servono a spostarsi da un laghetto per la pesca delle trote all’altro. Infatti per fare le autostrade serve scavare cave, e le cave poi vengono ripristinate a laghetti per la pesca cosiddetta sportiva a pagamento, da imprese amiche degli amici. Quindi nel futuro le attività economiche principali saranno la manutenzione autostradale, la pesca della trota (con la T minuscola), la spesa nei centri commerciali delle catene amiche collocati nelle fasce autostradali in deroga ai piani comunali, la cura dell'inevitabile stress nelle cliniche private convenzionate che si alternano nelle fasce autostradali senza deroga. Questo scenario non è una fantasia degna di un vecchio numero di Urania , ma una specie di ragionevole proiezione di quanto accade oggi. L’unica variante possibile è quella di un elettorale sonoro calcio nel sedere a questi figuri, ai loro sodali, e poi qualche secolo di duro lavoro per rimediare dove possibile ai danni (f.b.)

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