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Fabrizio Bottini
Pistaaa! Anche ciclabile
18 Agosto 2011
Scritti ricevuti
É un vizio genetico, quello di pensare a compartimenti stagni il territorio e quello che ci succede dentro? Così ci facciamo un gran male da soli

Meglio cominciare con la buona notizia, anzi ottima: da quando è iniziata la bella stagione 2011 le pagine cronaca e cultura di quotidiani pullulano di articoli sulla mobilità ciclabile. Ma c’è di più. Nel senso che in gran parte evapora subito anche il sospetto della subliminale promozione di qualcosa, dal nuovo modello superleggero all’accessorio firmato per la signora elegante e compagnia bella. No, quegli articoli parlano proprio dello spostarsi in bicicletta, andare da qui a lì pedalando, guardandosi in giro, da soli o in compagnia.

Però la buona notizia è già finita, perché sono quasi tutti articoli di destra, di destra estrema, subdolamente ispirati da fonti reazionarie, che vanno dai riferimenti culturali futuristi del fascismo classico a quelli postmoderni dei neoliberismo, la velocità spietatamente individualista da Marinetti a Boris Johnson tanto per dirne uno.

Possibile? Possibile.

Per fare un esempio pratico della perversione tendenziale di certa pubblicistica (e delle pratiche che poi inevitabilmente induce) basta riassumere uno di questi articoli, dedicato a decantare il minuscolo prodotto collaterale ciclabile di ben due Grandi Opere, ovvero l’alta velocità ferroviaria e l’Expo milanese. Succede che bontà loro ingegneri e managers trovino il tempo e il denaro per realizzare un collegamento continuo fra l’area metropolitana e il parco del Ticino, il giornalista salta in sella e il racconto inizia a dipanarsi. Guarda di qua, guarda di là, com’è fatta la pavimentazione, qualche pregio e difetto del percorso e degli attraversamenti, si arriva a destinazione e si conclude con l’avviso ai futuri curiosi: portatevi una bottiglia d’acqua e l’occorrente per riparare eventuali forature. Buttate anche lì, fra una cosa e l’altra, l’origine e la destinazione del percorso: il fondo cieco di una strada asfaltata che smette di essere tale, e il retro di un capannone ai margini di una zona industriale. Non sono cose marginali: riassumono tutto un mondo, che riproduce esattamente il contesto della Grande Opera su piccola scala. Sta qui, la connotazione autoritaria, di destra, elitaria eccetera, nella pista ciclabile da casello a casello.

Le cose non cambiano se invece di iniziare e terminare dietro un capannone le piste ciclabili di destra sbucano davanti a un panorama mozzafiato, o iniziano a inerpicarsi in una macchia di conifere di fianco alla chiesetta romanica. Resta identica la logica autostradale, dell’ambiente segregato, che forse piace moltissimo anche ai progettisti specializzati (che altrimenti dovrebbero confrontarsi con necessità diverse e rinunciare a qualche irresistibile tic aziendale) ma fa malissimo alla stessa idea di mobilità dolce suggerita dalla bicicletta. In poche parole, chi pensa, realizza, usa questo sistema di comunicazione, lo fa via via confrontandosi sempre meno col resto del mondo, e sempre più con una propria logica esclusiva, senza neppure accorgersene, fino a quando non è troppo tardi, e il danno è fatto. Un danno che si vede soprattutto nei punti di frizione obbligatoria fra un rete e l’altra, a partire da quella dei pedoni: non a caso a Manhattan è immediatamente esplosa la conflittualità dei quartieri attraversati dalle nuove piste dell’assessora ai trasporti Sadik-Kahn; non a caso gli ultimi sussulti del centrodestra milanese simbolicamente vedono sindaco e garrulo assessore a dipingere biciclette sui marciapiedi, in campagna elettorale.

Gli indizi di questo approccio pericolosamente di destra e autostradale alla ciclabilità sono tantissimi, e vorrei qui citarne uno particolarmente vistoso e apparentemente eccezionale, ovvero i due incidenti mortali che nel giro di un paio d’anni hanno coinvolto dei ciclisti di fianco alla pista dedicata, a qualche centinaio di metri da casa mia. Quei due ciclisti non viaggiavano sulla pista ciclabile, ma sulla corsia veloce di uno svincolo automobilistico che le sta di fianco, di quelle con pochissima visibilità e guard-rail zincato doppio. Imprudenza? No, soprattutto stupidità dei progettisti, e scarsa cura nella costruzione del percorso per le biciclette. Quanti ne vediamo e sperimentiamo ogni giorno, di casi del genere, identici salvo il morto? La pista ciclabile c’è, è costata parecchi soldi del contribuente, ma per entrarci bisogna essere dei veri esperti, del luogo o della perversione progettuale tipica. Chi non trova l’ingresso, magari è costretto appunto a costeggiare per centinaia e centinaia di metri qualche doppio guard-rail zincato, o invalicabile barriera new jersey, facendosi sfiorare il gomito sinistro dalle portiere dei veicoli in corsa, e facendosi pure maledire parecchie volte. Il paradiso del ciclista se ne sta visibilissimo oltre la barriera, ma non c’è alcun varco per entrarci: solo quell’unico ingresso per eletti, ovvero chi sa, ha avuto l’illuminazione. Più prosaicamente, un ambientino alla James Ballard, e ci passiamo ogni giorno, ballardianamente senza farci caso, nell’inferno del geometra.

Ecco, forse ci vorrebbe proprio Ballard, cantore esperto della banale perversione del suburbio, a tradurre in racconto l’incubo della pista ciclabile segregata che ci stiamo costruendo attorno blaterando invece in buona fede di mobilità dolce, rispetto per l’ambiente eccetera. Quei labirinti assurdi che disegnano sadici circoli attorno a una pozzanghera puzzolente mai asciutta, scavalcano la superstrada su una passerella che abbiamo visto centinaia di volte passando, ma non siamo mai riusciti a raggiungere (attraversando invece le quattro corsie dal trafficatissimo varco nella siepe). O magari le pedalate sognanti e balsamiche attraverso boschi, corsi d’acqua, monumenti storici, che però iniziano e finiscono dietro un capannone, vuoti nel tempo nello spazio e nella società, come la settimana in barca dei tre uomini di Jerome, che poi ritornano identici in ufficio.

Sono decisamente fuori dal tempo e dallo spazio, tutti quelli che sfilano segregati sulla pista dedicata lontano da tutto, magari impegnati a distinguersi ancora di più fra bici high-tech costose, magliette e accessori firmati, riproduzione in scala del Suv lasciato parcheggiato dietro il famoso capannone dove si esaurisce la pista segregata. Del resto glie l’hanno progettata così, come prima gli avevano progettato l’autostrada dei laghi, del sole, dalla pineta ecc. Ballard ci ha raccontato diverse volte la rivolta spontanea reazionaria e senza senso, di tutti coloro che si ritrovano in un ambiente chiuso, dal condominio, al centro commerciale alla gated community. E se i geometri vittime della lobby ciclistica benintenzionata ci stessero preparando una bike-riot del terzo millennio? Pare una cazzata, e probabilmente lo è, ma pensarci non costa nulla. Progettare meglio i percorsi ciclabili, ancora meno.

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