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Ida Dominijanni
Pillole e imperatori
2 Aprile 2010
Articoli del 2010
La rivoluzione leghgista comincia dall’offesa alla libertà delle donne e dai favori al commercio della salute. Il manifesto, 2 aprile 2010

Da ieri la pillola abortiva RU486, in commercio da più di vent'anni in trenta paesi del mondo, può essere distribuita in Italia su richiesta delle farmacie degli ospedali, e somministrata negli ospedali stessi o con un ricovero di tre giorni della paziente che ne richiede l'uso o in day hospital: spetta alle Regioni decidere fra queste due opzioni, e solo fra queste. Fra i neogovernatori eletti lunedì scorso ce ne sono però due, gli ineffabili Cota e Zaia, che come dice Pierluigi Bersani pensano di essere Carlo V, di avere poteri di vita e di morte sui sudditi e di poter decidere la qualsiasi, compresa la revoca degli ordini o il blocco delle scorte di RU486 "nei magazzini", con la complicità dei direttori delle Asl. Non stupisce, è l'idea delle regole e delle competenze della destra di governo: se Berlusconi usa come usa l'Agcom, figurarsi quanto rispetto possono avere Cota e Zaia dell'Aifa o del Consiglio superiore della sanità.

Dal 1978 la 194 è una legge dello Stato, confermata per referendum nel 1981: legalizza l'aborto a certe condizioni, e vale fino a decisione contraria del parlamento italiano. In Vaticano però c'è un Papa che credendosi anche lui un imperatore in diretta competizione con la sovranità repubblicana invita i cattolici a fare i buoni cittadini non rispettando le leggi, ma violandole laddove «le ingiustizie sono elevate a diritto», e indicando fra tali ingiustizie «l'uccisione di bambini innocenti non ancora nati». Questo già stupisce di più, perché il Papa parla durante una cerimonia della Settimana santa dedicata dedicata al sacerdozio, dunque potrebbe cogliere l'occasione per dire qualcosa di sensato sulla patata bollente della pedofilia che sta togliendo l'aura al suo pontificato, ma su questo invece glissa allegramente.

Da lunedì ci sono tredici novelli consigli regionali, eletti dopo un anno di scandali e polemiche sullo scambio fra sesso e potere, sulla cooptazione di veline e show girl in parlamento e nei ministeri, sulla misoginia di governo e d'opposizione: la percentuale media di donne elette è del 13%, ma gli uomini arrivano al 100% in Calabria, al 97% in Basilicata, al 95% in Puglia, sì che Il Sole 24 ore può dedurne facilmente e giustamente che «il potere regionale è maschio e cinquantenne come prima», a destra e a sinistra, per via che la misoginia impera a destra e a sinistra (e a destra e a sinistra impera il discredito della politica presso le donne, che infatti non fanno a pugni per candidarsi e magari neanche per votare). Però a destra c'è Libero che titola a tutta pagina "Al Pd non piace la gnocca": tanto per non perdere il primato della violenza verbale, nonché per ricordare a tutti e a tutte che alla destra la gnocca, che a rigor di termini non è una consigliera regionale, invece piace, alla faccia dei "moralisti" che hanno bombardato per un anno l'inquilino di palazzo Grazioli.

Naturalmente le donne continueranno ad abortire, chirurgicamente e farmacologicamente, malgrado i papi e gli imperatori, salvo che col federalismo è facile che il turismo abortivo interregionale si aggiunga al turismo procreativo internazionale innescato dalla legge 40. E naturalmente la misoginia dei partiti non sarà scossa dal grigiore e dalla noia delle assemblee regionali in giacca e cravatta. Dunque non c'è notizia, se non questa: le elezioni passano, l'uso e l'abuso del corpo femminile a fini di scontro politico e di gazzarra ideologica resta. Per una politica laica a corto di argomenti e di programmi, come per una morale cattolica assediata dagli altarini che si scoprono, c'è sempre verso di guadagnarsi un titolo in prima pagina parlando di gnocche in un modo o nell'altro. Se è questo il day after elettorale, prepariamoci al seguito.

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