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Giuseppe Boatti
PGT inemendabile
25 Giugno 2010
Milano
“Non si tratta di emendare il PTG: per il bene della città va rifatto, per riempirlo dei contenuti che mancano e per capovolgerne la logica ispiratrice”. La Repubblica, Milano, 24 giugno 2010

Il nuovo cosiddetto Piano di governo del territorio che la Giunta Moratti vorrebbe fare approvare e sulla discussione del quale, per ora, il Consiglio comunale è arenato, è la quintessenza del piano - non piano.

Non solo perché consente quantità assurde di nuovi volumi edilizi, che basterebbero per cinquanta o cento anni di futuro sviluppo edilizio ( sempreché la domanda si mantenga), perché non programma niente in termini di mix tra funzioni economiche e residenza, lasciando che il mercato faccia di volta in volta, con buona pace dell’efficienza e della vivibilità dei nuovi futuri insediamenti, o perché da un colpo al cerchio del trasporto pubblico disegnando ( sulla carta) un profluvio di nuove linee e un colpo alla botte promuovendo il nuovo tunnel automobilistico Rho - Linate.

E’ la quintessenza del non- piano per unaragione assai più profonda e radicale.

Undici anni fa un collega del Politecnico inaugurava la nuova fase dell’urbanistica milanese “self - service”, quella dei Piani integrati di intervento, sulla base di una precisa ipotesi di lavoro: che il problema centrale della città fosse quello di fluidificare il mercato immobiliare, di eliminare cioè lacci e lacciuoli per gli operatori immobiliari, nella convinzione che, tagliato questo nodo, la macchina della crescita economica e sociale della “Grande Milano” sarebbe ripartita da sola a pieno regime. In buona sostanza l’attuale PGT non fa che assumere ed amplificare al massimo questa ipotesi strategica fino al punto da travolgere, in omaggio ad essa , le ultime residue garanzie ( gli standard urbanistici, il parco sud ed altro ancora).

In questo modo il Comune ripete, sia pure in tutt’altri termini, un errore di miopia strategica analogo a quello commesso all’epoca della formazione del Piano regolatore attuale.

Allora, tra il 1976 e il 1980, dunque dopo la crisi petrolifera che pure avrebbe dovuto essere chiaro preannuncio della imminente crisi della vecchia industria europea, il “nuovo” PRG si cullava ancora nella mitologia industrialista, senza curarsi di affrontare il nodo vero, del riuso razionale e sistematico del patrimonio di aree industriali ormai condannate.

Oggi, con il mercato immobiliare in evidente crisi , con una competizione economica internazionale sempre più dura tra sistemi paese e sistemi città e con uno stato finanziariamente sempre più povero, il nuovo PGT continua a baloccarsi nella vecchia e cuccagnosa idea del mattone motore universale.

Trascurando con ciò tutti i nodi veri.

Qualche esempio dei nodi veri.

Non si può più vivere in un’area metropolitana senza progetto di sistema, con centinaia di Comuni costretti a improvvisare ciascuno la sua musica, con una moltiplicazione delle spese e dello sciupio di territorio, e con la parallela, drammatica carenza dei servizi di natura intercomunale, a partire da quelli del trasporto pubblico.

Non si può lasciare sostanzialmente intatto il nodo delle grandi inefficienze del sistema infrastrutturale ( l’energia, gli aeroporti, il trasporto delle merci) e sperare che la macchina economica continui lo stesso a girare felice.

Non si possono nemmeno lasciare languire o morire i pochi progetti di rilancio dei fattori di competitività urbana ( la biblioteca europea, il sistema museale, una attenzione specifica, che non è mai esistita, sul potenziale rappresentato dalle strutture dell’università e della ricerca.)

E infine, e soprattutto, non si può non vedere che la qualità e la vivibilità urbana sono considerate, oramai a livello mondiale e non solo europeo, uno dei fattori importanti per la cattura di quelle funzioni rare che, sole, possono garantire la sopravvivenza di qualche vantaggio per le nostre economie in crescente difficoltà. Per garantire ciò il mattone deve essere a servizio della qualità, e non viceversa.

Nel PGT presentato l’impostazione è l’esatto opposto. Non si tratta dunque di emendarlo, nella speranza di ottenere qualche sconto: per il bene della città va rifatto, per riempirlo dei contenuti che mancano e per capovolgerne la logica ispiratrice.

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