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Giancarlo Consonni
Pgt, il pubblico cura l’albero il privato coglie i frutti
18 Febbraio 2011
Milano
Il progetto nel PGT milanese c’è: è finanziario, non urbanistico, ed è volto al potere dei pochi non al benessere di tutti. La Repubblica, Milano, 18 febbraio 2011

Mezzo milione di nuovi abitanti e una volumetria di 35 milioni di metri cubi. Sono numeri da far paura a chiunque abbia buon senso. Sarà il mercato a smentire la pantagruelica tavola imbandita dall’assessore Masseroli. I convitati hanno già la pancia gonfia d’invenduto e di sfitto: una bolla immobiliare che la Regione Lombardia nel 2009 quantifica in 325.000 vani residenziali non occupati per la Provincia di Milano. E che nel capoluogo ambrosiano arriva a oltre il 10 per cento del patrimonio immobiliare.

Ma a fare più paura è la mancanza di un progetto che sappia guidare la traduzione di quei numeri in disegno urbano. Si parla nel Pgt della necessità di una «regia pubblica consapevole». Ma il sovvertimento delle regole del buon costruire che il Piano mette in campo rende la prospettiva impraticabile. Manca una task force in grado di gestire gli attori, armonizzandone l’azione nell’interesse pubblico. Ma mancano ancor prima le idee guida. Se poi dovessimo stare alle simulazioni esemplificative, quanto di civile resiste in questa città appare fortemente minacciato.

Il pubblico cura l’albero, il privato ne gode i frutti: questa in sintesi l’impostazione del Pgt. Ma nella città albero e frutto sono inscindibili. Il frutto non è la rendita, bensì le attività, le relazioni, gli edifici e i luoghi. E la qualità dei luoghi è un bene collettivo: dove si assicurano risorse per il vivere, sicurezza, relazioni civili, bellezza. Dove si radicano le vite e si costituiscono le identità. Una Milano devastata dall’assalto immobiliarista è una città che ci degrada tutti. Che ci abitua al brutto. Che ci umilia con l’interesse di pochi che si impone su quello dei più.

Una Défense in via Stephenson? Non hanno insegnato nulla i centri direzionali che la sera diventano deserti e insicuri? Senza contare il resto: la mobilità indotta, i costi elevati di trasporto, il tempo di vita depredato. Ma si sa: spostare folli volumetrie in quel postaccio segregato dalle infrastrutture significa tenere in vita un morto: le torri ligrestiane in fregio alle autostrade che il mercato, tanto venerato, non ha mai degnato di attenzione.

L’attribuzione di diritti volumetrici alle aree agricole? Farà del male alla campagna e alla città. Per secoli l’agricoltura ha dato vita a un paesaggio agrario che suscitava la meraviglia dei visitatori stranieri. L’agricoltura, aggiornata, deve tornare ad essere un lavoro redditizio per chi la pratica; ma deve anche tornare a prendersi cura del paesaggio, ricevendo dalla collettività un sostegno mirato a questo fine. Non c’è alcun bisogno che le aree del Parco Sud diventino di proprietà pubblica. Quei diritti improvvidamente inventati rovesceranno sul corpo urbano un potenziale edificatorio che ha tutte le caratteristiche di un assalto.

Avremo una città disgregata e disarticolata. Quando invece si tratterebbe di rafforzare il policentrismo urbano (un’idea che era già di Leonardo, quanto proponeva di imperniare l’espansione di Milano su 10 fulcri vitali, uno per ogni settore urbano). Punti di forza di un riassetto policentrico potrebbero essere le aree dismesse e gli scali ferroviari. Ma questo comporta la capacità di sospingervi le attività che fanno città e di infondere bellezza ai luoghi. Una regia, appunto.

Nel modo in cui sono state liquidate le 4.765 osservazioni al Pgt c’è tutta la concezione della democrazia di chi oggi governa Milano e il Paese. Si è persa un’occasione preziosa per costruire cittadinanza: per far crescere la coscienza collettiva su quel bene prezioso che è la città.

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