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Alessandro Balducci
Periferie:cambiare si può
13 Aprile 2012
Milano
Nella descrizione di un caso patologico di degrado se ne dimenticano le radici, peraltro generalizzabili. Corriere della Sera Milano, 13 aprile 2012, postilla. (f.b.)

Ponte Lambro è un quartiere di Milano fino a ieri noto come una zona da evitare. Se oggi ci passate scoprirete un moderno quartiere residenziale accogliente. Le famigerate «case bianche» non sono più tali: hanno colori allegri, coordinati e diversi; dalle facciate sono sparite (perché centralizzate) le mille parabole che denunciavano il recente carattere multietnico del quartiere; i piani terra una volta invasi di scritte e graffiti, sono puliti e ben tenuti; le aiuole fiorite e curate, gli spazi pubblici frequentati; i pochi servizi come la posta, il mercato comunale, il centro civico, la parrocchia, la scuola elementare sono animati da persone gentili e capaci. Insomma qualcosa è cambiato.

Le ragioni dello stigma del quartiere avevano molto a che fare con la disattenzione pubblica, sfociata più volte nel maltrattamento. All'origine vi erano i due grandi interventi di edilizia popolare realizzati in fretta e furia negli anni 70, occupati abusivamente, che si erano inseriti con violenza in un piccolo borgo di artigiani. A metà degli anni 80 viene chiusa la scuola media per insediarvi l'aula bunker per i processi di mafia (più sicurezza!). Per i Mondiali di calcio del '90 viene iniziata la costruzione di un grande albergo il cui scheletro abbandonato è rimasto per vent'anni come monito e vergogna per Milano. Più di recente un'area verde è stata trasformata in un deposito di autobus. Anche gli interventi di pregio come l'ospedale Cardiologico Monzino e il Centro di riabilitazione della Fondazione Maugeri sono atterrati come isole in un territorio ostile. Un territorio dove la città ha scaricato tutto ciò che non poteva mettere altrove.

La situazione inizia a cambiare a metà degli anni 2000 quando il Comune lancia il Progetto Periferie che prevede la realizzazione di un «laboratorio di quartiere». Le prime mosse producono ulteriore delusione: il promettente progetto di Renzo Piano per inserire nuove funzioni nelle case bianche si risolve nello svuotamento di 40 appartamenti che restano murati per anni: mancanza di fondi. Ma il coinvolgimento degli abitanti, la passione di chi si occupa del Laboratorio di quartiere e la volontà di riscatto producono risultati concreti: i programmi di riqualificazione degli stabili, la risistemazione dei servizi pubblici e il loro rilancio, la scelta dei colori delle case, vengono decise insieme agli abitanti. Negli ultimi mesi il processo di rigenerazione si è accelerato: è stato finalmente aperto il cantiere per la riutilizzazione degli appartamenti murati e l'assessore all'Urbanistica è riuscita a ottenere la possibilità di demolire finalmente entro l'estate ciò che resta dell'albergo dei Mondiali.

Si sta anche discutendo di un progetto modello che aumentando la popolazione consenta la riapertura della scuola media, la realizzazione di un parco e di nuove attrezzature capaci di attrarre utenti dall'esterno per integrare meglio il quartiere nella città. Ponte Lambro è una dimostrazione che risanare le periferie si può, che la rigenerazione ha soprattutto a che fare con la cura e la ricostruzione del senso di cittadinanza degli abitanti. C'è da augurarsi che l'esplosione che demolirà l'ecomostro seppellisca per sempre anche un approccio alla periferia come luogo della disattenzione e della semplificazione.

postilla

Tutto è bene ciò che finisce bene, e l’ultimo chiude la porta, recitava sui titoli di coda un vecchio cartone animato. Dato che però le politiche urbane non sono un cartone animato, forse val la pena ricordare qui un aspetto su cui Balducci sorvola, ovvero i veri motivi del degrado, che sono squisitamente spaziali. Certo molto ha pesato, come in tanti altri contesti periferici (milanesi e non) l’inserimento di quantità massicce di moderne abitazioni popolari in un contesto di ex borgo storico autonomo. Altrettanto ha pesato l’aspetto gestionale di quell’inserimento, lasciato al laissez-faire – per usare una eufemistica metafora – delle occupazioni abusive, del clientelismo familiare e peggio. Ma c’è una radice urbanistica, che più urbanistica non si può.

Tutti abbiamo prima o poi letto o sentito parlare del famoso caso della Bronx Expressway, quando nel secondo dopoguerra un prosperoso quartiere operaio e piccolo borghese è stato trasformato appunto nel famigerato “Bronx” delle leggende metropolitane e dei film semi-horror. Ecco, anche il caso del quartiere parzialmente descritto da Balducci è identico: si scaraventa brutalmente una infrastruttura stradale (nel caso specifico la Tangenziale Est) a costruire una cesura urbana invalicabile, senza né prima né poi tenerne alcun conto e attivare qualche genere di compensazione, preventiva o successiva. E i risultati sono poi gli interventi di emergenza tipo Protezione Civile, si tratti del fallito progetto architettonico di Renzo Piano o del più efficace laboratorio partecipativo di Balducci. Dato però che non è possibile attivare procedure di emergenza generalizzate per il territorio nazionale e internazionale, forse sarebbe meglio pensarci prima, anziché poi. Ad esempio oggi, quando il dinamismo autostradale di tutti i livelli istituzionali propone cinture e bretelle ovunque, progettate sul lontano tavolo di qualche ingegnere, e puntualmente scaraventate dove capita, a costruire i potenziali “Bronx” metropolitani del terzo millennio. Una buona notizia magari per gli operatori dell’emergenza. Un po’ meno per il resto del mondo (f.b.)

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