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Massimo Sideri
Per una città più intelligente
7 Maggio 2013
Milano
Ogni tanto qualcuno prova a ricordarcelo: smart city non significa (solo) giocattolini tecnologici magari parecchio autoreferenziali, ma integrare strumenti avanzati con obiettivi sociali e ambientali di progresso.

Corriere della Sera Milano, 7 maggio 2013 (f.b.)

Partiamo da un dato di fatto: se c'è una metropoli in Italia che può aspirare a diventare una smart city, una cosiddetta città intelligente, questa è Milano. Senza sollevare antagonismi, né conflitti. Non è una gara, ma un impegno collettivo che trova le sue radici nel senso stesso dell'aggregazione cittadina: mettere insieme arti, mestieri, servizi e solidarietà per creare un ecosistema vivibile. A Milano molto è stato fatto fino ad oggi. Il codice genetico di base — fatto di una storica voglia di fare, una cultura a tratti aspra ma sempre liberista e aperta, una banda larga ampia e competitiva e una geografia comoda e «pianeggiante» — è ben predisposto all'azione. Ma molto c'è ancora da fare. Una città intelligente, al di là dei mantra tecnologici, è una città che funziona meglio per tutti, una città più efficiente in cui i servizi inseguono i cittadini e non il contrario. I trasporti pubblici si adattano ai flussi e alle esigenze delle persone e non il contrario (come troppo spesso accade).

Il servizio BikeMi delle biciclette pubbliche è un esempio banale ma efficace di come una città possa essere flessibile, attuale, moderna. Talvolta con poco. Ma pensiamo a cosa potrebbe accadere con una gestione integrata dei dati della popolazione meneghina, da quelli sulla sanità a quelli sui rifiuti e sugli spostamenti quotidiani. Immaginiamo di mescolarli insieme ai flussi periodici di «immigrazione» — un capitolo che con l'Expo entrerà nella vita di tutti i cittadini diventando fonte di guadagni monetari e culturali per la città ma anche origine di stress.

La gestione digitale deve essere un mezzo per abbattere le inefficienze e non, come troppo spesso avviene per un malinteso senso del cambiamento, un obiettivo. Ora se sapientemente usati gli «open data», sulla falsariga di ciò che sta già accadendo in città come Londra e New York, possono darci un diagramma della vita pulsante di Milano. Gli «open data» sono quella massa enorme di dati che, grazie alla gestione affidata a instancabili server e computer, può farci vedere il problema da un'angolazione diversa, avvicinandoci a una soluzione. Ma — accettiamolo — è difficile che questa possa sempre giungere dall'alto.

La più grande lezione della stagione dei social network è l'impatto significativo che l'intelligenza «collettiva» può avere sull'individuo laddove la nostra storia, fino ad oggi, sembra fatta più di contributi di singoli geni — basti pensare a Leonardo da Vinci. Per questo un miglioramento della vita condivisa potrebbe venire dal contributo che i cittadini potranno dare sui dati aperti: la massa da sempre si oppone alla trasparenza. E gli «open data», senza un'applicazione che li renda utili, sono come una lampadina senza corrente elettrica (un esempio? A New York uno studente ha incrociato i nomi dei ristoranti con le segnalazioni dell'ufficio d'igiene permettendo al tuo smartphone di avvisarti se stai entrando in un locale a rischio). App4Mi, l'iniziativa che sarà annunciata oggi a Palazzo Marino, ideata dal Comune con il contributo del Corrieree di Rcs, nasce proprio da questo spirito. La smart city può prendere forma solo dall'unione delle forze di giovani, studenti, sviluppatori, designer, imprenditori. In una parola scontata ma piena di significato: da un ritrovato senso della «cittadinanza».

Nota: sulla smart city esiste anche la possibilità di Criteri di Valutazione, appunto per evitare la riduzione a gadget privatistico e fine a sé stesso (f.b.)
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