loader
menu
© 2022 Eddyburg

Per salvare la cricca calpestano il diritto e i diritti della democrazia
22 Maggio 2010
Articoli del 2010
Oreste Pivetta e Andrea Carugati intervistano Gerardo D’Ambrosio e Stefano Rodotà sulla legge-bavaglio. L’Unità, 22 maggio 2010

Gerardo D’Ambrosio

«Dopo la cricca si sono messi fretta»

Intervista di Oreste Pivetta

Il senatore Pd: «Norme spaventose che uccidono le inchieste e spingono verso uno Stato autoritario»

Una legge contro il diritto di informare e di essere informati, una legge che intimidisce i magistrati, una legge che allunga i processi. Gerardo D’Ambrosio, che fu il capo del pool di Mani pulite a Milano ed ora è senatore e nella commissione giustizia del Senato, è durissimo:

“Vogliono impedirci di sapere le cose. Anche quelle di rilevanza sociale. Unanorma spaventosa. Così scivoliamo neppure tanto lentamente verso uno stato autoritario”.

Come la possiamo definire questa legge: ad personam, ad castam, ad clan…

“Fino alle dimissioni di Scajola, il disegno di legge dormiva. Poi si sono messi fretta. Ci fanno lavorare fino alle tre, alle quattro del mattino. Va bene lavorare.Maper che cosa? Tutto ha preso una piega drammatica e un iter rapidissimo, dopo le vicende relative alla Protezione civile, alle deroghe sugli appalti pubblici per le grandi opere, alla scoperta che solo una certa impresa veniva beneficiata da un certo andazzo e certi personaggi venivano beneficiati dall’impresa in questione... La preoccupazione della maggioranza è comunque forte, perché la reazione non s’è fatta attendere. Tanto è vero che il presidente del consiglio ha convocato il relatore. Che, faccio notare, è relatore di una commissione parlamentare, rappresenta il parlamento e dovrebbe essere garante dell’autonomia del parlamento nei confronti del governo”.

Si legge di una infinità di mail inviate alla Presidenza della Repubblica, perché Napolitano non firmi. C’è un problema di costituzionalità?

“Certo. Si chiama in causa l’articolo 21 della Costituzione, là dove si dice che tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione e che la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni e censure… E in questo caso si impone il silenzio fino all’udienza preliminare, fino quindi al rinvio a giudizio. Con sanzioni pesantissime non solo per i giornalisti, non solo per i direttori,maa carico pure degli editori…”

Non solo per gli editori dei giornali.Anche per gli editori che pubblicano libri d’inchiesta…

“Malgrado la nostra durissima battaglia, la norma che prevede la responsabilità sociale, cioè la responsabilità dell’editore, è rimasta intatta, con ammende che vanno da64 mila e cinquecento fino a 464mila e settecento euro… Una cifra enorme capace di mettere in ginocchio una infinità di testate e soprattutto una minaccia che trasforma l’editore in controllore ferreo dei giornalisti e del direttore. Inutile che da tante parte, anche dai giornalisti, si rivendichi l’indipendenza del direttore: con quella minaccia sul capo l’indipendenza scompare. Scompare la stessa determinazione a cercare notizie, a promuovere inchieste. Anche perché la legge non prende in considerazione il concetto di ‘rilevanza sociale’. Il problema che si poneva era quello di conciliare l’articolo 15 della Costituzione, che tutela la segretezza e la libertà delle comunicazioni, con l’articolo 21, che prevede il diritto di informare e di essere informati, e con l’articolo 24, sui diritti di difesa. Che cosa avveniva? Che per rispettare il diritto di difesa le intercettazioni fatte andavano subito depositate, a meno che, per ragioni che riguardano lo sviluppo dell’indagine, il pm decidesse di depositarle alla fine dell’indagine preliminare. Il deposito apriva la falla, perché al difensore veniva consegnata tutta la documentazione, intercettazioni utili e intercettazioni estranee, senza alcuna selezione. Abbiamo fatto introdurre noi il concetto di ‘pertinenza all’indagine’. E’ chiaro che un avvocato difensore può aver interesse a far uscire una notizia piuttosto che un’altra…”.

Questo riguarda comunque ancora l’informazione. E per i magistrati?

“Hanno affidato la responsabilità di esaminare e consegnare il materiale delle intercettazioni ad una tribunale collegiale di tre membri, che non potranno più partecipare ai processi per i quali hanno deciso sull’uso delle intercettazioni. Non solo: un pm che rilasciasse qualsiasi dichiarazione concernente un processo (la formulazione è estremamente generica) potrebbe essere sospeso. Potrebbe essere sospeso qualora comparisse nel registro degli indagati e basta una denuncia, che chiunque volesse liberarsi di un magistrato scomodo potrebbe presentare. La conseguenza sarà comunque l’allungamento dei tempi. Altro che processo breve”.

E sulla pubblica amministrazione?

“Non hanno preso neppure in considerazione l’idea che la corruzione prevede una caratteristica che è propria della criminalità organizzata: cioè l’omertà. Perché corruttore e corrotto non hanno interesse e denunciare. E quindi limitando le intercettazioni la corruzione ha via libera…”.

Stefano Rodotà

«La privacy? Alibi del disegno eversivo»

intervista di Andrea Carugati

«Il Parlamento è immobile, la stampa sarà imbavagliata e la magistratura è già intimidita»

Mi accusavano di essere troppo pessimista e invece ecco qui, e bisogna usare le parole giuste: siamo davanti a un cambiamento di regime ».

La pacatezza del professor Stefano Rodotà non nasconde la durezza dei concetti.

«La libertà di espressione è un elemento fondativo delle democrazie e se viene toccata c’è oggettivamenteun cambiamentodi regime. Anche perché non è il solo pilastro che scricchiola».

Rodotà è al sit in del popolo viola in piazza Montecitorio e indica con la mano il portone della Camera.

«Il Parlamento è ormai chiuso, come ha ammesso lo stesso Fini, la magistratura intimidita, l’Università come fucina di sapere critico è sotto attacco. C’è un’insofferenza verso tutti i controlli, si vuole zittire l’opinione pubblica. Neppure ai tempi di Craxi...».

Perché torna a quel periodo?

«Anche allora c’era questa insofferenza, ma non si arrivò mai all’ attacco frontale contro tutte le istituzioni di garanzia».

Lei che è stato Garante dovrebbe essere il più sensibile alla privacy violata dalle intercettazioni...

«E infatti già molti anni fa con altri giuristi abbiamo scritto una proposta di legge per porre riparo agli eccessi nella pubblicazione, in particolare per quanto riguarda persone estranee alle indagini o aspetti non inerenti, come le abitudini sessuali. Per evitare questi rischi basta che i magistrati convochino le parti per eliminare tutto ciò che non è rilevante per le indagini. Si fa la ripulitura e le intercettazioni “dubbie” devono essere inserite in un archivio riservato, coperte dal segreto e sotto la responsabilità del magistrato. Mentre ciò che è rilevante, una volta conosciuto dalle parti è pubblicabile. Così si tutela la privacy e il diritto all’informazione ».

E allora perché non viene fatto?

«Perché l’argomento della privacy è solo un pretesto per forzare lamano sull’informazione, un argomento usato in perfetta malafede. Si dovrebbe fare uno stralcio per le norme che tutelano la privacy, e passerebbero all’unanimità. E invece sono partiti dalle intercettazioni per arrivare al divieto di pubblicazione di tutti gli atti di indagine, ma ormai lo scarto tra l’obiettivo dichiarato e quello reale è sotto gli occhi di tutti... con questa legge avremmo conosciuto gli atti della strage di Ustica, avvenuta nel 1980, solo nel 2000. Per non parlare del caso Scajola e dei furbetti delle banche».

Alcuni manifestanti lo fermano: “Perché in piazza non c’è il Pd?” «Non dovete chiederlo a me, dal 1994 non ho più avuto nulla a che fare. Ma non mi sono ritirato a vita privata, sono un militante».

Comevaluta il lavoro delle opposizioni su questo tema?

«È stato un buon lavoro, una vera opposizione parlamentare. Però insomma, nel passato non solo il Pci ma anche la Dc e l’Msi quando c’era una battaglia parlamentare campale la sostenevano con iniziative nel Paese, anche in piazza. È anche un modo per dare una mano a chi sta in Parlamento, per farlo sentire meno solo. E invece tutto questo non è avvenuto».

Non c’è adeguata consapevolezza dei rischi per la democrazia?

«Questa legge è coerente con un disegno eversivo di attacco ai poteri di garanzia. Se si vuole fermare non si può andare in vacanza. Vogliono coprire la nuova ondata di corruzione, diversa rispetto ai tempi di Tangentopoli: questa è concimata istituzionalmente, a partire dalle ordinanze di protezione civile costruite per agire fuori dai controlli».

Crede che nel Paese ci siano le energie per una reazione?

«Certamente sì, e lo dimostrano le 540mila firme raccolte in un mese sul referendum per l’acqua. Altrimenti non avrei promosso un appello... ».

Pensa che il ddl sia incostituzionale?

«C’èuna palese violazione dell’articolo 21 della Costituzione, e anche dell’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, come dimostra il caso dei due cronisti francesi condannati dalla magistratura e “assolti” dalla Corte perché anche atti segreti possono essere pubblicati se coinvolgono figure pubbliche e rispondono all’interesse generale alla conoscenza. Credo che la Corte europea, se interpellata, farà vergognare i nostri parlamentari».

Come valuta la retromarcia del Pdl sul carcere per i giornalisti?

«È solo una finzione, perché restano il divieto di pubblicazione e le maxi multe per gli editori, una sorta di “censura di mercato”, che spingerà gli editori a condizionare i giornalisti per evitare sanzioni».

Le divisioni nel Pdl porteranno ad altre correzioni del ddl?

«Dico che non bisogna arretrare di Un millimetro. Più cresce la mobilitazione, più tutti saranno obbligati a un supplemento di riflessione»

ARTICOLI CORRELATI
31 Dicembre 2010

© 2022 Eddyburg