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Marco Del Corona
Pechino non è più una città per archistar (straniere)
5 Agosto 2013
Fine della pacchia neocoloniale per le punte di diamante del metro cubo simbolicamente griffato. Ma il circo mediatico troverà probabilmente altri sbocchi.

Corriere della Sera, 5 agosto 2013, postilla (f.b.)

Il 2012 in Cina era stato un anno felice per Jean Nouvel e Zaha Hadid. L'architetto francese aveva vinto il concorso per il nuovo Namoc della capitale, il museo nazionale d'arte cinese, una sede di 130 mila metri quadrati sei volte più vasta di quella esistente del 1962. La sua collega aveva invece completato la costruzione del Galaxy Soho, una struttura per uffici ed esercizi commerciali di 370 mila metri quadrati complessivi a ridosso del centro: bianca, forme arrotondate, in assoluto contrasto rispetto al poco che, lì intorno, rimane della vecchia Pechino.

Il 2013 rischia di deludere entrambi. Del progetto di Jean Nouvel non si sa più nulla. Sarebbe dovuto sorgere a nord, nella zona olimpica dello stadio Nido d'uccello. Invece nulla. Anzi. Benché in un concorso lanciato nel 2010 Nouvel abbia battuto 150 architetti anche cinesi e benché tra i 5 finalisti ci fossero Frank Gehry, la stessa Hadid, Herzog & de Meuron e Moshe Safdie, il suo nome ha irritato i colleghi locali. L'architetto Ma Yansong ha contestato la location, Li Hun costo e dimensioni, lo storico dell'arte Liu Chuanming si dice «contrario ad affidare a uno straniero un'istituzione così importante».

Quanto a Zaha Hadid, a scatenare un tenace circolo di custodi della tradizione è stato il premio assegnato al Galaxy Soho dal Royal Institute of British Architects. Il Centro per la protezione del patrimonio culturale di Pechino (Bchpc), già esasperato per la sistematica devastazione degli antichi quartieri (a volte rifatti con zelo disneyano), attacca un progetto che «danneggia la tutela del paesaggio urbano della vecchia Pechino» e che sancisce la perversa alleanza fra costruttori senza scrupoli e avidi amministratori. Come scrive il «Guardian», lo studio Hadid si difende sostenendo di aver operato su un terreno già sgombro (cioè: a demolizioni avvenute). Un'ostilità che rivela comunque una minore disponibilità verso le archistar straniere, decisive per plasmare la Pechino di oggi. Nouvel ha invece il problema opposto: non critiche, ma silenzio. Che potrebbe derivare dalla frugalità, con taglio ai progetti inutilmente grandiosi, lanciata dal leader Xi Jinping. Un silenzio politico. E forse è peggio.

postilla
La cosa potrebbe interessare solo i commercialisti dei grandi studi citati nell'articolo, se ovviamente non si tiene conto di quanto il mercato cinese abbia funzionato in tutti questi anni di crescita a due zeri (a molti zeri per gli interessi immobiliari) come volano anche di legittimazione all'esterno, di queste figure carismatiche in grado di venderci idee di città del tutto soggettive manco fossero il destino dell'uomo. Sta semplicemente succedendo che anche in Cina spuntano quella serie di anticorpi ben radicati dalle nostre parti (e un po' indeboliti proprio dagli echi dei trionfi cinesi) contro gli eccessi del design applicato meccanicamente a qualcosa di complesso come l'ambiente in cui viviamo. Di sicuro il carrozzone comunicativo saprà gestire al meglio anche questa piccola crisi di mercato, come accaduto sempre sin dagli antenati razionalisti dell'attuale tipologia archistar, ma un passetto avanti magari l'abbiamo fatto (f.b.)

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