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Fabrizio Tonello
Paul Krugman coscienza liberal
14 Ottobre 2008
Articoli del 2008
Luci e ombre del premio assegnato dalla Banca di Svezia e dall’Accademia svedese delle scienze. Il manifesto, 14 ottobre 2008

Forse sarebbe opportuno partire dal fatto che il «premio Nobel per l'Economia» non esiste. Quello che è stato assegnato ieri allo statunitense Paul Krugman, un economista neokeynesiano che insegna a Princeton, diventato celebre come editorialista del New York Times, è lo «Sveriges Riksbanks pris i ekonomisk vetenskap till Alfred Nobels minne» ovvero il «Premio della Banca di Svezia in memoria di Alfred Nobel». Ciò che condivide con i cinque veri premi Nobel (cioè quelli istituiti a suo tempo per volontà di Alfred Nobel) è il fatto che è l'Accademia Reale Svedese delle Scienze, a designare il vincitore. La differenza non è di poco momento perché ha a che fare con lo statuto dell'economia come scienza, anzi come scienza in grado di gettare luce su ogni aspetto della società e del comportamento umano, come sostiene l'economista Gary Becker che ricevette il premio nel 1992.

La Banca di Svezia e l'Accademia Svedese delle Scienze hanno non poca responsabilità nella creazione del clima culturale di adorazione del mercato che si è affermato negli Stati Uniti nella seconda metà degli anni Settanta ed è poi dilagato nel resto del mondo fino ad oggi. Le loro scelte, amplificate dai media, hanno infatti consacrato come «Nobel» una serie di economisti ferocemente contrari a ogni intervento di regolazione del mercato, di cui il più celebre è Milton Friedman (premiato nel 1976 e deceduto nel 2006) ma il più importante è senza dubbio Friedrich Augustus von Hayek, un economista austriaco emigrato in Inghilterra, dove insegnava alla London School of Economics e poi negli Stati Uniti.

Hayek, premiato nel 1974, era convinto che ogni tentativo di dirigere l'attività economica non può che essere capriccioso e arbitrario e che anche modesti tentativi di pianificazione necessariamente conducono alla distruzione delle libertà individuali e al totalitarismo. La tesi, esposta organicamente nel suo pamphlet del 1944 La via della servitù, riassumeva abilmente le idee sull'economia spontaneamente adottate dagli americani fin dal Settecento, idee che ne fanno un'attività del singolo naturale, spontanea e prepolitica, in cui ogni intervento dello stato non può che essere dannoso. Non stupisce, quindi, che la maggioranza dei deputati repubblicani, solo due settimane fa, abbiano respinto in nome di questa ideologia il piano di salvataggio delle banche americane proposto dal ministro del tesoro Paulson, un loro compagno di partito che aveva semplicemente capito quanto vicina fosse la catastrofe.

La visione bucolica di una società «naturale» dove il cittadino vive del frutto della sua fatica e scambia le uova delle proprie galline con il latte del vicino è tanto profondamente radicata nella cultura americana che i manuali delle università partono spesso da lì, come sa chi ha letto quelli di Samuelson (premiato nel 1970) e Schelling (premiato nel 2005). Negli Stati Uniti, il ricordo della crisi del 1929 dev'essere considerato una parentesi: dopo i premi a Hayek e Friedman praticamente scomparve (fu il ministro del Tesoro di Clinton, Lawrence Summers, a dire che oggi tutti gli economisti «devono essere friedmaniani»). Per puro caso, il governatore attuale della Federal reserve, è uno studioso della Depressione, il che lo ha reso più sensibile ai segnali di pericolo di quanto non fosse la Casa Bianca.

Benché l'Accademia Svedese delle Scienze abbia premiato, negli anni, numerosi economisti neokeynesiani, come Amartya Sen nel 1998 e Joseph Stiglitz nel 2001, la sua responsabilità per il clima culturale di «adorazione del vitello d'oro» non può essere minimizzata, visto che ha attribuito il premio della Banca di Svezia a Robert Lucas (1995) e Robert Mundell (1999) ma, soprattutto a Robert Merton e Myrton Scholes nel 1997, consacrati per aver «sviluppato un metodo per determinare il valore dei derivati». Ora, è proprio la piramide finanziaria creata a partire da cartolarizzazioni, derivati e credit defaul swaps che è all'origine della crisi attuale (non certo finita perché ieri il Dow Jones ha riguadagnato il 7%). Ed è proprio l'impossibilità di attribuire un prezzo ai prodotti creati da Wall Street negli ultimi anni che è all'origine della paralisi dei prestiti interbancari.

Se un merito ha Paul Krugman, premiato ieri per i suoi lavori sugli scambi commerciali internazionali, scritti peraltro parecchi anni fa, è il fatto di aver scritto già nel 2000 che le bolle speculative (prima delle aziende che nascevano per sfruttare internet, le cosiddette dot.com e poi dell'immobiliare) non potevano che scoppiare. Oggi ci appare profetico il suo libro scritto nel 2001 Il ritorno dell'economia della depressione. Stiamo andando verso un nuovo '29?. Nel libro del 2003, The Great Unraveling, ripubblicava i suoi caustici attacchi all'amministrazione Bush, in particolare per il «capitalismo dei compari» che aveva portato allo scandalo Enron, per il taglio delle tasse (enormemente gravoso per il bilancio pubblico) e per la guerra in Iraq.

Occorre sottolineare che Krugman ha usato lo spazio bisettimanale che gli offre il quotidiano di New York per parlare non solo di economia, ma anche di guerra in Iraq, di Guantanamo, di violazione dei diritti costituzionali negli Stati Uniti. Una linea che ha provocato furiose reazioni dell'amministrazione Bush e pressioni sul New York Times (che ha meritoriamente resistito, pur chiedendogli di non scrivere più «Bush è un bugiardo»). In genere, i suoi commenti sul New York Times sono mediamente più a sinistra di quanto non siano il suo giornale e lo stesso Partito democratico americano (che spesso Krugman ha criticato).

Al contrario di quanto sosteneva ieri nel sito di Repubblica l'economista Francesco Daveri, l'Accademia delle Scienze le sue scelte di campo le fa eccome. Krugman è stato premiato perché, come sostiene Daveri, «ha cambiato il modo in cui gli economisti pensavano alla globalizzazione. Dopo le sue pubblicazioni, lo studio dell'economia internazionale non è stato più lo stesso»? Forse, ma quel che è certo è che, con quanto sta succedendo alla finanza mondiale, forse non sembrava opportuno premiare qualche altro teorico dei «mercati in equilibrio perfetto».

Tra gli studiosi progressisti, come John Kenneth Galbraith, Krugman è sempre stato considerato più un economista «alla moda» che non un teorico originale. La sua biografia professionale è rispettabile ma non eterodossa: nelle ultime settimane, per esempio, le sue ricette per uscire dalla crisi sono state molto British (è stato il primo a sostenere che la ricetta giusta era quella di interventi simili a quelli dei governi europei, come la Svezia negli anni Novanta e la Gran Bretagna in questi giorni). Tutto a suo merito, naturalmente.

Krugman è quindi una scelta che sarà apprezzata dalle sinistre nel mondo ma non è una voce nuova. L'Accademia delle Scienze Svedese forse non è più reazionaria ma certo non merita di diventare il nuovo maître à penser dei democratici (americani o italiani che siano).

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