loader
menu
© 2022 Eddyburg
Edoardo Salzano
Parole ricorrenti e concetti di base
12 Novembre 2007
Testi presentati alla scuola
Testo dedicato alle parole connesse al tema generale della scuola che possono servire a un inquadramento generale del lemma specifico, “paesaggio”.

Beni/merci

Beni e merci sono termini che si riferiscono ai medesimi oggetti. Si tratta di punti di vista diversi. Se considero, a esempio, una pagnotta o una casa o un paio di scarpe dal punto di vista dell’utilità che ne traggo, quell’oggetto è per me un bene; se invece lo considero come qualcosa da scambiare con qualche altra cosa (magari per guadagnarci sopra), allora è giusto definirlo come merce. Il bene è destinato all'uso, la merce allo scambio. In riferimento a questa distinzione gli economisti classici parlavano di “valore d’uso” e “valore di scambio”, grosso modo coincidenti con il valore degli oggetti inteso come bene o come merce.

Naturalmente ci sono beni che non sono merci: l’aria, l’acqua, l’amicizia, la solidarietà, sono certamente beni, ma non sono merci.

Produzione/consumo; consumo/fruizione

Nell’attività economica si distinguono due momenti principali: la produzione (che è l’attività di formazione di beni nuovi mediante l’impiego di beni esistenti, ivi compresi il lavoro e la cultura del produttore) e il consumo (che è l’impiego dei beni prodotti,o di altri beni esistenti in natura, da parte del produttore o del processo produttivo). Il produttore consuma abiti, cibo, aria e acqua, cultura e altri beni materiali o immateriali; il processo produttivo consuma materie prime, naturali o a loro volta prodotte da un altro processo produttivo, e lavoro.

È opportuno distinguere il consumo, destinato al proseguimento del processo produttivo, dalla fruizione, finalizzata invece alle esigenze dell’uomo. Si tratta della medesima attività, ma, per riprendere una distinzione già fatta, quando parliamo di consumo ci riferiamo alla merce (e al valore di scambio), quando parliamo di fruizione ci riferiamo al bene (e al valore d’uso).

Reddito: rendita, profitto, salario

A differenza di quanto accadesse qualhc decina d’anni fa, nel linguaggio corrente (ma anche in quello politico e amministrativo) oggi reddito e rendita sono termini tra loro molto confusi; spesso si adopera l’uno come sinonimo dell’altro. Nel governo del territorio, in tutti i suoi aspetti, la rendita assume un significato molto importante, quindi è necessario definirla con sufficiente precisione.

L’economia classica distingue tre forme di reddito (cioè di guadagno). La rendita è il reddito derivante a un soggetto per il fatto che è proprietario di un bene, utile e scarso (questi due requisiti definiscono un bene “economico”); egli può cederne o meno l’uso (o la proprietà) a qualcuno che lo desideri o ne abbia bisogno. Il profitto è il reddito derivante a un soggetto (il capitalista) che associa diversi elementi (materie prime, lavoro, impianti fissi etc.) e organizza un processo produttivo finalizzato alla produzione di merci. Il salario è il reddito percepito dal soggetto (il proletario) che mette a disposizione, per un determinato periodo di tempo, la sua capacità di lavorare.

La rendita fondiaria è quella che deriva dalla proprietà di una terra (fondo); quella edilizia dalla proprietà di un edificio: la rendita immobiliare comprende l’una e l’altra. La rendita immobiliare è costituita dalla rendita assoluta e dalla rendita relativa o di posizione. La prima corrisponde al minimo comune denominatore di tutte le rendite immobiliari in quella determinata area, la seconda dipende dalla maggiore o minore appetibilità di quel determinato immobile rispetto agli altri.

La rendita non puà essere eliminata del tutto. Essa però può essere fortemente controllata e ridotta da un’attenta politica urbanistica, mentre è aperto da oltre un secolo il dibattito sull’opportunità che la rendita immobiliare, che dipende dalle decisioni e dagli investimenti della collettività (storica e attuale), torni alla collettività mediante la politica fiscale.

Sviluppo / crescita

Sviluppo è un termine ambiguo. Per meglio dire, è adoperato in modi diversi, e assume diversi significati. E’ un termine relativo, che acquista un significato positivo o negativo a seconda del fenomeno cui si riferisce. È certamente positivo lo sviluppo intellettuale di una persona, è certamente negativo lo sviluppo di una malattia.

Nel linguaggio corrente, il termine sviluppo è riferito all’economia, alla crescita cioè di una serie di dati quantitativi a loro volta correlati a grandezze che si ritengono funzionali al benessere umano, come l’occupazione, il reddito delle persone, il fatturato delle imprese, la quantità di merci prodotte. Espressioni quali sviluppo ineguale o sviluppo squilibrato esprimono l’idea che lo sviluppo possa avere anche aspetti negativi e innescare processi non giusti, ma raramente si critica il fatto che concetto di sviluppo sia stato ridotto a quello di crescita quantitativa.

Ora è dimostrato che lo sviluppo, inteso nel significato corrente, provoca (ha già provocato) danni gravi e minacce paurose al destino del genere umano. Da qui è nata una riflessione e - in sede internazionale - il tentativo di correre ai ripari. Pur senza criticare a fondo il concetto di sviluppo (e i concreti processi economici e sociali in cui esso si manifesta) la Commissione mondiale per l'ambiente e lo sviluppo dell'ONU ha proposto una mediazione, espressa nel termine sviluppo sostenibile.

Sostenibile / durevole

Per sviluppo sostenibile si intende uno sviluppo che «soddisfi i bisogni dell'attuale generazione senza compromettere la capacità di quelle future di rispondere ai loro». È certamente – come dimostrano gli stessi testi ufficiali - una "definizione di compromesso". Gia ai tempi della Commissione dell’Onu che coniò il termine (1989) la sostenibilità non era contraddittoria con la crescita, sebbene esprimesse chiaramente la convinzione che le condizioni del pianeta impongono del “limiti” allo sviluppo economico. Sebbene sia certamente un compromesso avanzato e una definizione severa, non esprime ancora pienamente una critica di quella ideologia della crescita indefinita che è congeniale al modo capitalistico di produzione. Ma è difficile che una critica siffatta potesse trovare consenso unanime all'interno dell'Assemblea generale dell'ONU.

Quanto compromesso fosse avanzato è comunque testimoniato dalle successive trasformazioni del termine. Mentre originariamente la sostenibilità era riferita all’ambiente, e in particolare alla sua componente naturale, successivamente si è parlato della necessità di garantire alla sviluppo sostenibilità ambientale, economica, sociale. La scarsità delle risorse non pone quindi limiti invalicabili alla crescita, pochè non è stabilita nessuna priorità alla sostenibilità ambientale ma essa è posta sullo stesso piano di quella sociale e, soprattutto, di quelle economica. Si sa che nel conflitto tra ambeinte ed economia à la seconda che vince. Di fatto che oggi, nel linguaggio corrente, "sostenibile" è divenuto un sinonimo di "sopportabile", arretrando un bel po' dalla severità della definizione elaborata dai saggi coordinati da Gro H. Brundtland. Nella lingua francese il concetto di sviluppo sostenibile viene sostituito da quello di “developpement durable”, “sviluppo durevole”, che forse esprime meglio il concetto originario.

Risorse / patrimonio

Tra le definizioni di risorsa che più si avvicinano all’uso nel linguaggio corrente vi è questa: “i mezzi di cui si dispone e che possono costituire sorgente di guadagno e di ricchezza” (Il Nuovo Zingarelli, 1983). Cioè il termine risorsa suggerisce un’utilizzazione economica del bene, disponibile o accumulato naturale o frutto del lavoro dell’uomo. Il termine patrimonio è apparentemente molto simile: “complessodi elementi materiali e non materiali, di valori e simili, aventi origini più o meno lontane nel tempo, peculiari di una persona, una collettività, una nazione”. Strettamente connesso al termine patrimonio è però l’dea della conservazione e della trasmissione agli eredi. Non a caso il francese patrimoine è declinato nell’inglese heritage, eredità. Significative le definizioni francesi (Larousse, Dictionnaire de la langue française, 1989): “Ensemble des biens de famille reçus en heritage” e “Bien commun d’une collectivité, d’un groupe humain, de l’humanité consideré comme un héritage transmis par les ancètres” (“Insieme dei beni di famiglia ricevuti in eredità” e “ Beni comuni d’una collettività, d’un gruppo umano, dell’umanità, considerato come un’eredità trasmessa dagli antenati”).

Il termine risorsa evoca quindi l’dea di uno sfruttamento economico del bene, della sia trasformazione in merce, della sua commercializzazione, mentre il tyerminme patrimonio contiene in sé l’idea della conservazione e della trasmissione, e in qualche misura quella dell’appartenenza a una comunità: dalla famiglia, allargata verso i posteri, della comunità, dell’umanità intera.

Comune/individuale; pubblico/privato

Nel linguaggio corrente si tende a confondere privato con individuale e comune (o collettivo) con pubblico. Sono termini tra i quali è bene distinguere: parlo di comune e individuale quando mi riferisco all’uso, parlo invece di privato e pubblico quando mi riferisco alla proprietà e alla gestione.

Così, per esempio, un servizio di trasporto collettivo, autobus o treno, può essere organizzato o gestito da un soggetto pubblico (il comune, la provincia o un’azienda appartenente a enti pubblici), ma anche da un soggetto privato. E un mezzo di trasporto individuale, come a esempio la bicicletta, può essere messo a disposizione dei cittadini da un soggetto pubblico, come avviene in molte città europee.

Ambiente, territorio, paesaggio

Ambiente, territorio, paesaggio sono termini usati spesso come equivalenti. Sarebbe utile invece distinguerli, poiché si riferiscono ad aspetti differenti della medesima realtà.

In ecologia l’ambiente, secondo Mario Di Fidio, è «l’insieme dei fattori abiotici (fisici e chimici) e biotici (animali e vegetali) in cui vivono i diversi organismi ed in particolare l’uomo» (Dizionario di ecologia, Milano, Pirola, 1996, p. 40). Con riferimento specifico alla società umana, l’ambiente ha assunto un significato più ampio: esso è tutto ciò che riguarda l’uomo, lo può influenzare e, viceversa, può esserne influenzato.

Per territorio intendiamo invece una porzione di ambiente delimitata da un confine. Sovente si tratta di un confine amministrativo a cui corrisponde, in genere, un ente definito, appunto, territoriale. Secondo Piero Bevilacqua il territorio è la «natura degli storici: vale a dire l’ambito territoriale e spaziale, regionalmente delimitato, entro cui uomini e gruppi, formazioni sociali determinate, vengono svolgendo le proprie economie, in intensa correlazione e scambio con esso» (Tra natura e storia. Ambiente, economie, risorse in Italia, Roma, Donzelli, 1996, p.9. ).

Il termine paesaggio esprime in ultima analisi la forma del territorio, il suo aspetto esterno, fisico. È stato definito e interpretato a partire da considerazioni prevalentemente estetiche, oppure di tipo geografico, riferite a una serie di variabili più estesa di quelle percepibili visivamente, come il clima, la morfologia, l’idrologia e la vegetazione, per arrivare ad abbracciare nuovamente il rapporto fra l’ambiente naturale e l’azione dell’uomo. Così, a esempio, per Emilio Sereni il paesaggio agrario è «quella forma che l’uomo, nel corso e ai fini delle sue attività produttive agricole, coscientemente e sistematicamente imprime al paesaggio naturale» (Storia del paesaggio agrario italiano, Roma-Bari, Laterza, 1984, p. 21).

Negli anni più recenti si è posta l'attenzione sul ruolo del paesaggio come elemento che caratterizza l’identità di una determinata popolazione, e quindi anche al modo in cui il paesaggio è percepito dalla popolazione che lo vive.

ARTICOLI CORRELATI

© 2022 Eddyburg