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Loris Campetti
Parole parole
19 Maggio 2010
Articoli del 2010
Sempre più ampio il baratro tra sfruttatori e sfruttati. Ha ragione chi dice che la lotta di classe non c'è più, perchè hanno vinto. il manifesto, 19 maggio 2010

Una volta il padrone che voleva liberarsi di te scriveva nero su bianco e spediva per raccomandata: «Gentile collaboratore, le comunichiamo che non intendiamo avvalerci ulteriormente della Sua prestazione». Troppo freddo, burocratico, e poi «verba volant, scripta manent». Tutto dev'essere più agile, rapido, confidenziale e, soprattutto, inutilizzabile ai fini di eventuali rivalse. Così il governo del fare e dell'amore che ha a cuore l'interesse generale - cioè quello del più forte - ha deciso di risparmiare carta e francobollo semplificando le procedure: per comunicare a un lavoratore con contratto a termine che deve tornarsene a casa basterà una parola, pronunciata magari nello spogliatoio o alla macchinetta del caffè: «licenziato». Parola che si può anche declinare secondo l'idioma del territorio con un «fora d'le bale», o «jatevenne». Mentre il giuslavorista Ichino precisa che il «licenziamento orale» previsto nell'emendamento del governo vale non tanto per i contratti a termine quanto per quelli a tempo indeterminato, l'immarcescibile ministro Sacconi giura che il suo scopo è di favorire i lavoratori. I quali ringraziano, naturalmente a voce. Anche il presidente Napolitano ringrazia, forse solo oralmente, governo e maggioranza per aver ignorato i suoi richiami contro l'imposizione dell'arbitro al posto del giudice nelle vertenze del lavoro.

Invece. Per essere messo al lavoro per una settimana o un mese, un operaio o un centralinista in lista d'attesa con un contratto «job on call» (lavoro a chiamata), può già oggi essere convocato via sms o e-mail: in questo caso della parola del padrone deve restare traccia, per consentire al nuovo caporale di depennare definitivamente dalla lista il «soggetto» convocato, qualora non prenda servizio entro 48 ore.

Parole come «licenziato» che fanno testo e parole proibite, inaccessibili come quelle pronunciate al telefono da un imprenditore per corrompere un politico, o quelle di un politico per elencare le condizioni, le percentuali, le prestazioni dovute dall'imprenditore in cerca d'appalto pubblico. Così come proibite saranno le parole del mafioso al politico o all'imprenditore, e viceversa. Vietato indagare, registrare, raccontare. La verità è sempre relativa. E' il trionfo della privacy, la fine dello stato di polizia. Basta con le intercettazioni telefoniche, le inchieste giudiziarie compromettenti per il potere e le inchieste giornalistiche irrispettose verso i potenti. Che siano a Montecitorio come a Palazzo Chigi, in Confindustria come in Cosa Nostra. In piazza si possono mettere solo le pubbliche virtù, non i vizi privati, né quelli pubblici.

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