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Andrea Galli
Ora la Innse sfida la crisi Dal rischio chiusura al rilancio
4 Aprile 2010
Milano
Il padrone è sempre un padrone, ma in certe città una fabbrica pare davvero cosa surreale. Il Corriere della Sera, ed. Milano, 4 aprile 2010 (f.b.)

Perfino il vigilante, all’ingresso, è cortese, di simpatia, e non s’atteggia a mastino del fortino. Prima dice che di notte, i rom, che abitano attorno nelle sconfinate fabbriche dismesse, la Maserati e l’Innocenti ormai scheletri di edera e ruggine, provano a intrufolarsi. Cercano pezzi di ferramenta, vetri, bancali per le baracchine. Poi, il vigilante, apre una cartelletta, tira fuori il primo foglio, «questo signore è un perito meccanico, di lunga esperienza, si è presentato qualche giorno fa. Anche lui ha perso il lavoro. È l’ultimo della lista».

Un altro curriculum, alla Innse. Ci sono state tre assunzioni, poi ci sono due ragazzi a tempo determinato.

Con due tonalità di grigio e una di giallo, è stato ridipinto l’interno dello stabilimento. Alcune macchine sono state ristrutturate, altre sono tornate in funzione. Max Merlo, uno dei quattro che salì sulla gru, dice: «Schiavi salariati eravamo, schiavi salariati siamo». Il padrone tale resta, ma se non sarà mai amico qui, forse, è un po’ meno nemico. Attilio Camozzi, il bresciano che ha rilevato la Innse, ha investito, ha in mente progetti (un impianto fotovoltaico sull’antico tetto dello stabilimento, maestoso, d’inizio secolo), ha preso commesse (dall’Ansaldo, daranno lavoro per settimane), e aspetta fine mese. A fine mese dovrebbe decidersi il futuro dell’area, che rimane di proprietà della società immobiliare Aedes. Qui gli interessi erano altri: edificare palazzi e servizi, e del resto il vicino nuovo quartiere di Rubattino è in crescita, si riempie di giovani coppie, spunta del nuovo verde, giardinetti, peccato per la vista-tangenziale e il centro lontanissimo.

«Non parliamo del futuro», invita il sciur Camozzi, gli piace il basso profilo, niente parole, solo lavoro. In giro si dice che l’Aedes non dovrebbe piantare ostacoli, costruirà tutt’intorno tranne che sul terreno della Innse, e poi ci sarà comunque il parere del Comune, e perché mai dovrebbe opporsi alla conservazione di una realtà produttiva, che funziona, che assume?

Il direttore dello stabilimento, il dottor Pietroboni, uno appassionato, ci conduce in visita. I torni, gli enormi macchinari, questo l’hanno fabbricato in America, quest’altro i tedeschi, e poi ecco la sala degli utensili, i trapani, i cassetti con le varie frese, gli spogliatoi (nuovi), la mensa (nuova), le gru, e altri macchinari, che trattano pezzi lunghi anche venti metri e pesanti decine di tonnellate.

Sono una quarantina, gli operai, su due turni: una trentina sul primo, dalle 6.30 alle 14.30 e gli altri sul secondo, dalle 14.30 alle 22.30. «Vede», dice Pietroboni, «almeno 150 lavoratori possono starci tranquillamente. Ci arriveremo? Un attimo. Noi dobbiamo procedere per gradi».

Sbuffano due operai, dicono che «lavoriamo soprattutto la ghisa, non il ferro, e la ghisa mette in circolo una polverina bastarda che ammazza il respiro, la gola, i polmoni». Uno tossisce. Chiede: «A che sta pensando? Che è meglio la ghisa della disoccupazione?».

Fuori, nel piazzale, stanno lavorando una ventina di dipendenti di aziende esterne, che a vario titolo fanno ristrutturazioni della facciata, del tetto, delle vetrate, insomma restyling, in grande. Oltre il piazzale, dopo la casupola del vigilante, dopo il cancello, c’è la massicciata con quella scritta, «giù le mani dall’Innse», e la fermata «Rubattino» della linea 87, che poi ferma in via Pitteri, la via dei Martinitt, in via Rombon, monte di battaglie nella Prima guerra mondiale, e al capolinea di Cascina Gobba, con il suo angolo dell’Est Europa, era un mercatino abusivo e sgarruppato, con gli anni è diventato una cittadella con security e chiesetta.

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