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Michela Barzi
Non bastano le Urbanistas per cambiare le città
19 Marzo 2015
Per comprendere
«Se il nocciolo della questione è sempre la rigida separazione funzionale delle città, che ha penalizzato le donne in virtù del tributo che esse pagano alle necessità della specie non saranno certo gli edifici disegnati da donne a fare la differenza».

«Se il nocciolo della questione è sempre la rigida separazione funzionale delle città, che ha penalizzato le donne in virtù del tributo che esse pagano alle necessità della specie non saranno certo gli edifici disegnati da donne a fare la differenza».

In molti paesi le donne hanno assunto un ruolo determinante nelle economie nazionali, ma il tema di come la forma della città ed il paesaggio urbano tengano conto dell’universo femminile difficilmente viene affrontato. Se l’organizzazione spaziale delle città tende ad assumere le stesse caratteristiche che si riscontrano nella struttura sociale, se essa è stata modellata a misura del genere dominante, se il modo in cui le donne vivono e si muovono al suo interno si differenzia in relazione al diverso ruolo che esse ricoprono nella società, se quindi, almeno a livello simbolico, essa continua ad essere lo spazio degli uomini e implicitamente, la casa quello delle donne, ci si potrebbe domandare come possa diventare più attenta ai bisogni dei suoi abitanti semplicemente favorendo l’opera di architette, ingegnere e urbaniste.

La domanda è stata recentemente posta da articolo del Guardian a proposito della mostra Urbanistas: women innovators in architecture, urban and landscape design, e la risposta che se ne trae è tutto sommato positiva. L’esposizione riguarda l’opera di cinque professioniste selezionate, la cui appartenenza al genere femminile sembra essere rappresentata ancora una volta dalla dimensione della cura. Fare dello spazio pubblico un valore sociale, non sprecare prezioso suolo urbano, dare importanza alle questioni climatiche ed ecologiche che riguardano il modo in cui mutano le città, avere insomma un approccio soft (e conservativo) alla pianificazione sarebbe ciò che le differenzia dalla visione hard (e distruttiva) dei loro colleghi maschi, ritenuta implicitamente responsabile di molti dei problemi che riguardano le trasformazioni urbane.

Se da un lato l’esperienza delle Urbanistas, nell’ambito della pratica professionale corrente, si differenzia perché farebbe della connotazione di genere uno strumento con il quale pensare in maniera differente allo spazio urbano, dall’altro si deve però constatare che una approccio così parziale, solo legato alla dimensione del progetto, non riesce a diventare un programma per condizionare i processi di trasformazione urbana da una prospettiva di genere. Cosa che non si limita affatto alle professioniste dell’ambiente costruito, più o meno in grado di imporre nell’esercizio della loro professione la centralità di temi che si da per scontato i loro colleghi maschi ignorino.

Kate Henderson, la direttrice della Town and Country Planning Association, ha dichiarato qualche tempo fa di avere spesso modo di sentirsi isolata, in quanto ad appartenenza di genere, nel contesto professionale in cui opera. D’altra parte a decidere sul corpo delle città sono principalmente gli uomini, dato che la politica è un ambito ancora fortemente dominato dal genere maschile, malgrado il crescente numero di donne in posti di comando. Nella polis, così come nella città, il pensiero e l’opera delle donne continuano ad essere poco influenti, anche se da tempo le professioni dell’ambiente costruito attingono dal genere femminile.

Nello spazio pubblico i corpi femminili sono purtroppo ancora relegati nell’immaginario della domesticità o ancorati al desiderio sessuale maschile e tutto ciò è considerato normale, basta percorrere le strade di una città qualsiasi. Non è certo una novità che il corpo femminile sia utilizzato per finalità commerciali, ma che sia possibile evitare questa interferenza con il paesaggio urbano, soprattutto se essa finisce per rafforzare i peggiori stereotipi di genere, lo prova la decisione della città di Grenoble di rinunciare ai proventi derivanti dalla cartellonistica pubblicitaria.

La recente proposta di regolamentare la prostituzione di strada nel quartiere dell’EUR a Roma - non a caso un ambito della città a forte specializzazione funzionale che sta facendo i conti con la fallimentare gestione urbanistica delle sindacature di Veltroni e Alemanno - rappresenta molto bene quanto il vecchio immaginario maschile, che associa prostituzione a degrado, sia diventato l’argomento che consente di non prendere in considerazione i veri problemi di quell’area. C’è una evidente ipocrisia nel far credere all’opinione pubblica che la priorità sia mettere ordine nella situazione attuale, già dominata dalla forte presenza di prostitute, e non affrontare le conseguenze di scelte urbanistiche che hanno lasciato in eredità una serie di contenitori non finiti, come la Nuvola sede del Nuovo Centro Congressi, o abbandonati, come nel caso del vecchio parco di divertimenti Luneur.

La questione centrale che ancora va posta a chi decide sulle città, è quella a cui rimanda la vicenda del cosiddetto “quartiere a luci rosse”, con il suo connubio di fallimenti urbanistici e di degrado generato dalla città pensata per funzioni separate. Il tema, che è stato affrontato da Dolores Hayden nel 1980 in What Would a Non sexist City Be Like?, è quello dell’integrazione, rispetto al quale le domande da porsi restano la differenze funzionali e percettive della sua struttura e come essa riesca a rappresentare i suoi differenti abitanti. Hayden, da urbanista, riconduce la questione del sessismo insito nell’organizzazione urbana ai suoi aspetti spaziali, riconoscendo tuttavia che il problema è politico, nel senso più pieno del termine. Il saggio, che ha evidenziato la necessità di considerare lo spazio costruito non più secondo le categorie rigide, contiene una serie di soluzioni progettuali in grado di superare la separazione tra abitazioni e luoghi di lavoro. L’intento è di scardinare le basi dello sviluppo urbano contemporaneo al di là di un diverso progetto spaziale: sono le basi sociali ed economiche, che affidano alle donne il lavoro domestico non retribuito, a dover essere radicalmente trasformate.

In sintesi, se il nocciolo della questione è sempre la rigida separazione funzionale delle città, che ha penalizzato le donne in virtù del tributo che esse pagano alle necessità della specie - per dirla con Simone de Beauvoir – non saranno certo gli edifici disegnati da donne a fare la differenza, nemmeno se essi ricordano parti del corpo femminile come nel caso del progetto di Zaha Hadid per lo stadio dei mondiali di calcio in Qatar. Il punto centrale resta il diverso progetto spaziale a patto che il suo ordinamento sociale sia radicalmente trasformato a partire dal ribaltamento della visione che l’ha fin qui dominato. Senza ipocrisie e moralismi.

Riferimenti
L. Bullivant, How are women changing our cities?, The Guardian, 5 marzo 2015.

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