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Marco Revelli
Neppure un grido si leva?
16 Luglio 2017
de homine
Nel mare delle notizie che, nel loro complesso. spingono al pessimismo, abbiamo scelto due scritti, di diversa natura e radice, di Corrado Lorefice e di Marco Revelli, entrambi ripresi dal
Nel mare delle notizie che, nel loro complesso. spingono al pessimismo, abbiamo scelto due scritti, di diversa natura e radice, di Corrado Lorefice e di Marco Revelli, entrambi ripresi dal

manifesto (16 luglio 2016). Sollecitano entrambiverso la stessa domanda.

Neppure un grido si leva?
Le tragedie dei nostri anni e l’anatema per chi ha il poteree non lo esercita per abbattere la miseria e l’ingiustizia si incontrano, sullepagine del manifesto, nelle parole di un’omelia religiosa e di una cantatalaica, pronunciate la prima da Corrado Lorefice, vescovo di Palermo, la secondada Marco Revelli, noto saggista e animatore sociale.
Ma una domanda sorge prepotente in chi legge quelle parole econnette quelle tragedie con l’enorme dispendio di risorse materiali e moraliprovocate dalle guerre ormai endemicamente presenti in ogni angolo del pianetae con i conseguenti impegni bellici degli Stati. Come mai non si leva alto ungrido corale contro la guerra, la sua feroce inutilità, la miseria e l’ingiustiziache provoca?
Anche ciò che una volta si chiamava Sinistra tace. Forse lanotte è già calata, e il nuovo giorno non ha la forza di sorgere. (e.s.)
LA DURAOMELIA DEL VESCOVO DI PALERMO
SULL’«ALLEANZA DEI DUE ESODI»
una sintesiredazionale delle parole del vescovo di Palermo Corrado Lorefice
Dura e coraggiosa omelia del vescovo di Palermo Corrado Loreficedurante la messa per la patrona della città, santa Rosalia, su migranti emigrazioni.
«Le pesti, le grandi, dilaganti emergenze siciliane del nostrotempo si presentano stasera davanti ai nostri occhi. La prima, la piùimportante credo, è il rischio diffuso della mancanza di futuro. Rischiamo diessere una Città e una Regione senza futuro, il futuro – ricordiamolo – di unastoria gloriosa, perché la mancanza endemica di lavoro rischia non solo digettare in una crisi irreversibile la nostra economia, ma soprattutto rischiadi sottrarre la speranza di un domani ai nostri giovani».
«L’esodo dalla Sicilia sta diventando una necessità storicaterribile, che priva la terra del suo nutrimento decisivo. E ad alimentare unterritorio, una Città, sono i desideri, i progetti, la voglia di fare, le ideee le aspirazioni delle giovani generazioni che si avvicendano nel corso deidecenni e dei secoli. Senza la linfa ideale e rinnovata di questo ardore, senzail sapore di questo sogno, non c’è domani – dice il vescovo – Ma senza lavorovero, dignitoso, costruttivo, teso a cambiare il mondo, non c’è domani».
E ancora: «Mentre si compie quest’esodo doloroso, Palermo ela Sicilia tutta sono il porto ideale di un altro esodo, di dimensioniplanetarie, quello dei popoli del Sud del pianeta – dei nostri fratelliafricani e del Medio Oriente – che giungono in Europa in cerca di rifugio e diopportunità di vita – prosegue – Non dobbiamo nasconderci però dietro i luoghicomuni o le visioni distorte di molta politica.
La molla ultima di questo esodobiblico, al di là di ogni consapevolezza di chi parte, è il desiderio digiustizia. Perché abbiamo costruito e stiamo costruendo un mondo senzagiustizia, dove in maniera insopportabile i poveri impoveriscono e aumentano,mentre i ricchi si arricchiscono e sono sempre di meno. Un mondo in cui il Nord– gli Stati Uniti, l’Europa -, tutti i cosiddetti paesi sviluppati, possonosfruttare e depredare le ricchezze dei popoli del Sud – dell’Africa, dell’Asia– senza alcuno scrupolo e senza alcun ritegno. È da questo squilibrio cheaffama miliardi di persone, da questo ordine politico che accetta e fomenta laguerra e quindi la fuga disperata dei civili, è da questo modo di ordinare (odi disordinare) il mondo che viene l’esodo disperato di milioni di persone chein definitiva vengono a chiederci giustizia e diritti. E Palermo e la Siciliarappresentano la meta privilegiata di questi viaggi, il porto idealedell’Occidente».
Poi: «Care Palermitane, Cari Palermitani, sarebbe un graveerrore contrapporre i due esodi, quello dei nostri giovani e quello dei popolidel Sud. Chi ha una responsabilità politica ed è purtroppo miope e ignorantepuò farlo.
Noi no. Noi no.
Pensare che sia l’arrivo di tanti fratelli dal Sud del mondo atogliere il lavoro ai nostri giovani è una totale idiozia. Al contrario:l’esodo epocale dall’Africa attraverso il Mediterraneo è l’appello, esoprattutto l’opportunità che la storia ci offre, per ribaltare il perverso assettodel mondo e della sua economia; per creare nuove possibilità e nuove speranzeproprio grazie all’accoglienza e all’integrazione dei tanti che giungono e chegià oggi sono un polmone del lavoro e dello stato sociale in Italia.
L’alleanza tra i due esodi, e non la contrapposizione, è il veroorizzonte che ci può consentire un passaggio nuovo. I migranti ei giovani in Sicilia non sono reciprocamente nemici, ma sono il popolo delfuturo, il popolo della speranza».
ITALIA,
A CHE PUNTO È LA NOTTE
di Marco Revelli

Ogni giorno una nuova gittata di dati – una nuova slidetombale – viene emessa dalle torri del sapere ufficiale a coprire laprecedente, con un effetto (voluto?) d’irrealtà del reale.
Giovedì l’Istat, nella suanota annuale sulla Povertà, cidice che le cose vanno male, stabilmente male, e forse peggioreranno.
Venerdì la Banca d’Italia, nelsuo bollettino trimestrale, ci dice che (al netto del record del debito) lecose vanno abbastanza bene, e probabilmente miglioreranno…
Viene in mente Isaia (21,11) ela domanda che sale da Seir: «Sentinella, a che punto è la notte?», a cui dallatorre si risponde: «Vien la mattina, poi anche la notte».
Per la verità la situazionedella povertà è persino più grave di quanto a prima vista potrebbe sembrare.Nei commenti a caldo ci si è infatti soffermati soprattutto sui dati generali:i 4.742.000 poveri «assoluti» e gli 8.465.000 poveri «relativi», grandezze diper sé impressionanti, ma definite nella Nota arrivata dall’Istat «stabili»,essendo entrambi aumentati rispetto all’anno 2015 «solamente» di 150.000 unità.
Se però si spacchettano i dueinsiemi aggregati si scopre che il peggioramento è stato ben più consistente,addirittura catastrofico, per almeno tre categorie cruciali: i minori, glioperai, e i membri di «famiglie miste».
Tra le «famiglie con tre o piùfigli minori», ad esempio, la povertà assoluta è cresciuta in un anno di quasidieci punti.
Schizzando al 26,8%. NelMezzogiorno la povertà relativa in questa categoria sfiora addirittura il 60%.
Tra gli «Operai e assimilati»,poi, i poveri assoluti raggiungono il livello del 12,6% (un punto percentualepiù del 2015, una crescita del 9% in un anno!) e le famiglie con breadwinneroperaio in condizione di povertà relativa sfiorano il 20% (una su cinque). Sonoi working poors: coloro che sono poveri pur lavorando – pur avendo un «posto dilavoro» -, ed è bene ricordare che si definisce «in povertà assoluta» chi nonpuò permettersi il minimo indispensabile per condurre una vita dignitosa,alimentarsi, vestirsi, curarsi, mentre in «povertà relativa» è chi ha una spesamensile pro capite inferiore alla metà di quella media del Paese. Una parteconsistente del mondo del lavoro italiano è in una di queste due condizioni.
Infine le «famiglie miste»,quelle in cui cioè uno dei due coniugi è un migrante: nel loro caso la povertàassoluta è quasi raddoppiata nell’Italia settentrionale (dal 13,9 al 22,9%) equella relativa ha raggiunto nel Meridione il 58,8% (era il 40,3 nel 2015), conbuona pace di chi ha fatto dell’urlo tribale «Perché a loro e non a NOI» lapropria bandiera e considera privilegio lo jus soli in nome della propriamiseria.
Se poi si considera il quadronell’ultimo decennio, la storia assume i tratti del racconto gotico. Non soloil numero delle famiglie e degli individui in condizione di povertà assolutarisulta raddoppiato rispetto al 2007, ma per alcune figure la dilatazione èstata addirittura esplosiva: così per i minori, tra i quali i «poveri assoluti»sono quadruplicati (l’incidenza passa dal 3% al 12,5%).
Stessa dinamica per gli«operai e assimilati», tra i quali la diffusione della povertà assoluta,drammatica nel quinquennio 2007-2012, era rallentata fino al 2014, e poi èritornata prepotente nel biennio successivo (3 punti percentuali in più!) dovesi può leggere con chiarezza l’effetto-Renzi e l’impatto del Jobs Act sulpotere d’acquisto e sulla stabilità del lavoro.
In questa luce l’inno allagioia intonato da politica e media per le notizie da Bankitalia potrebbesembrare una beffa (un «insulto alla miseria» registrata invecedall’Istat), se non contenesse però un tratto di realtà.
E cioè che economia e societàhanno imboccato strade diverse, e per molti versi opposte. Che i miglioramentidell’una (o l’attenuazione della crisi sul versante economico) non significanoaffatto un simmetrico rimbalzo per l’altra (una risalita sul versante dellacondizione sociale).
Anzi. I ritocchini al rialzodelle previsioni sul Pil (+1,4 nel ’17, + 1,3 nel ’18, + 1,2 nel ’19) sono ineffetti perfettamente compatibili col parallelo degrado dei tassi di povertà edelle condizioni di vita delle famiglie.
Convivono nell’ambito di unparadigma, come quello vigente, nel quale la crescita redistribuisce laricchezza dal basso verso l’alto, dal lavoro all’impresa (e soprattutto allafinanza), dai many ai few (all’1% che possiede il 20% di tutto). E in cui ilPil, appunto, s’arricchisce (in termini economici) impoverendo (in terminisociali).
Forse nel 2019 (forse!)ritorneremo ai livelli pre-crisi del «valore aggiunto» monetario, ma saremo unpo’ di più vicini al Medioevo nell’equità sociale.
Finché non si spezzerà questocircolo vizioso, la sentinella dalla torre non potrà annunciare la definitivafine della notte.

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