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Fabrizio Bottini
Neologismi urbani e veterofascismi trogloditi
2 Ottobre 2010
Scritti ricevuti
"Immigrantification" secondo una nuova ricerca vuol dire vitalità dei quartieri. Da noi invece si chiudono i negozi etnici ai primi passi: malafede o ignoranza?

Come ben noto a chi nota, qualunque cosa si voglia dimostrare o smentire c’è sempre da qualche parte uno studio americano a cui appoggiarsi. Recente o un po’ meno, meglio se da qualche prestigiosa accademia ma ci si può anche accontentare, spunta sempre la ricerca piena di tabelline dove il fumo non fa poi troppo male, le donne sono giusto lievemente inferiori in qualcosa per una questione genetica, abitare almeno a cento chilometri dall’ufficio e a sessanta dal vicino di casa è il presupposto di una sana coesione sociale.

E però, questo genere di studi diciamo di nicchia (forse nel senso che nicchiano) esiste proprio grazie alla soverchiante massa di prodotti mainstream, con cui spesso condividono anche metodo e verificabilità dei risultati.

Prendiamo uno degli ultimi, di cui sono state anticipate alcune conclusioni in questi giorni, condotto da tale Jack Schemenauer con il coordinamento del geografo David Walker, Wesleyan University, Ohio. I due hanno preso in esame un quartiere, quello di Northland nella città di Columbus, che come capita spesso aveva da anni preso una brutta piega: prima area urbana a forte e apparentemente incrollabile vocazione commerciale e di servizi, poi via via abbandonata dagli esercenti, singoli, a gruppi, per interi blocchi complementari, a favore del suburbio. I motivi sono pure quelli soliti, della abbastanza recente suburbanizzazione soprannominata white flight, coi bianchi di ceto medio che iniziano ad andarsene in villetta: vuoi perché così vuole la moda o la voglia di far giocare i figli in giardino, vuoi per la diffidenza verso nuovi arrivati dalla pelle un po’ più scura.

Per non farla troppo lunga, rinviando magari a quando lo studio sarà pubblicato (adesso i due se lo tengono stretto aspettando il Summer Science Research Symposium), la scoperta è che una iniezione di vita con afflusso di immigrati, nel tessuto malato del quartiere abbandonato dagli abitanti più ricchi e dai negozi, lo ringalluzzisce. Banale? Parrebbe proprio di no, a giudicare da tutto il dibattito sui quartieri difficili, i deserti alimentari e di servizi che innescano circoli viziosi di degrado urbanistico e sociale, la difficoltà delle politiche pubbliche di invertire queste tendenze quando si sono troppo radicate. La premiata ditta Schemenauer & Walker per proporre meglio il suo prodotto di ricerca sul mercato si è giustamente inventata anche un marchio: immigrantification. Gioco di parole immediatamente comprensibile, e che strizza l’occhio contemporaneamente a due noti processi di trasformazione urbana, come l’immigrazione e l’evoluzione socioeconomica detta gentrification, fondendoli in un solo neologismo. Ma la cosa non finisce qui, ovviamente.

Il neologismo sta anche a significare una prospettiva del tutto nuova, a diversi anni luce anche dal recente mito della cosiddetta classe creativa professional-giovanilista. Ovvero che esiste, e per conto suo, basta lasciarlo fare ed eventualmente sostenerlo, un processo spontaneo per cui là dove c'è domanda di beni e servizi, qualcuno proverà a dare una risposta, non necessariamente più avida e malvagia di altre. Nel caso specifico di Northland a Columbus, l’iniziativa nasce da due specifici gruppi etnici, quello somalo e messicano, e dalle loro attività commerciali, oltre che dal riconoscimento di questo valore da parte della municipalità. E la immigrantification, come ben riassume la parola, nel volgere di qualche anno ha voluto dire prima solo un po’ più di movimento attorno a qualche esercizio, poi anche riqualificazione edilizia, e poi posti di lavoro, attività collaterali, avanzamento sociale e urbanistico generale. E senza cacciar via nessuno, a differenza di quanto avviene con la classica gentrification.

Il solito studio americano buono per tutte le stagioni, soprattutto per quella estiva dei convegni e dei titoli accademici con lancio stampa? A dire il vero, se si dà un’occhiata al panorama della riqualificazione urbana parrebbe proprio di no: forse non sono altrettanto visibili delle scintillanti prospettive di qualche archistar, o degli opuscoli patinati delle immobiliari, ma basta studiare un po’ qualunque caso di città in evoluzione per scoprire grandi e piccoli esempi del genere. Il meccanismo più o meno si ripete, cambiano le etnie, i canali decisionali e di finanziamento, il percorso specifico. Resta la capacità di affrontare e magari in parte risolvere alcuni problemi posti dalla famosa libera circolazione di capitale e lavoro, tanto sbandierata in teoria, tanto discriminata in pratica.

Nelle città italiane invece, Milano in testa, che si fa? Se mi è consentito un neologismo volante, direi urbanicidio.

Ovunque ci sono segni di vita diversa da quella nata nei laboratori della speculazione immobiliare, la missione impossibile è sempre, stroncarla! Visto che appunto trattasi di missione impossibile, i robottini a molla con manganello che ci ritroviamo praticano lo scostamento. Robert Moses mezzo secolo fa lo chiamava orgoglioso lavorare di mannaia, giù fendenti su quel tessuto vivo, da scarnificare e rendere pronto per gli innesti artificiali della modernità.

I danni di quel metodo ce li stiamo godendo ancora oggi, ma gli appassionati della bipenne, da buoni e utili analfabeti, non hanno mi sentito nominare né Robert Moses, né (figuriamoci) l’immigrantification. C’è un esercizio commerciale, una attività di servizio? Chiuderla, con la forza, e se non si può coi cavilli legali e le ordinanze speciali. Certo non sono più i bei tempi delle squadre che spaccano vetrine e scrivono maledetto negro, o ebreo, fuori dalle palle ecc. ecc. Ma lo stile è inconfondibile. Si svuotano le strade, si caccia la gente, e nel silenzio frusciano i quattrini della riqualificazione Made in Italy.

Nota: credo che per saperne un po' di più sul tema, la cosa migliore sia rinviare ad altre fonti, c'è un articoletto (il più recente, 21 settembre) del New York Times che trattava soprattutto il neologismo dal punto di vista semantico, oppure quello (24 agosto) più attento allo sviluppo locale del periodico d'affari di Columbus Business First; qui di seguito comunque, visto che partivo da una dissertazione sulle "ricerche all'americana", allego direttamente scaricabile la domanda accademica con gli obiettivi di massima (gennaio 2010 scadenza presentazione dei progetti), che ho ricavato dal sito dell'Università (f.b.)

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