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Michael Coffmann
Neo.Cons USA: "complotto ambientalista"
11 Dicembre 2005
Articoli del 2004
“Agenda 21 è un documento delle Nazioni Unite per riorganizzare il mondo secondo regole socialiste e autoritarie”. Basta questa citazione per definire questo contributo dei "neocons" americani allo scibile umano. Il testo sottolinea e anticipa atteggiamenti noti, anche a casa nostra, sul rapporto pubblico/privato e sviluppo/sostenibilità (fb)

Doverosa premessa - di Fabrizio Bottini

Mitridatizziamoci alle cazzate! Credo sia l’unica esortazione possibile, quando si affrontano testi e temi che avrebbero dell’incredibile se non fossero, appunto, credibilissimi e quotidianamente sventolati da infiniti pulpiti. Mitridatizziamoci alle cazzate, perché se il veleno non si può evitare, almeno bisogna abituarcisi poco a poco. È l’idea di quanto troppo sia il “poco”, a spaventare mica poco.

Troppo come la pappardella neocon antiambientalista che ho trovato in un sito di varia umanità modestamente chiamato Discerning Today, e gestito dal tale Michael Coffman Ph.D., il quale usa la philosophy del suo titolo per renderci un po’ più inclini a “discernere” un complotto internazionale. Al Quaeda, Saddam, i vecchi comunisti? Macché, ci spiega il Ph.D., quelli sono solo e al massimo la punta dell’iceberg. Sotto c’è ben di peggio: il movimento ambientalista che, addirittura, pare si sia subdolamente infiltrato anche nell’amministrazione Bush Senior, e financo negli anni Settanta in quella del compagno Nixon.

Ma niente paura, l’intrepido Michael Coffmann oppone il suo Ph.D. alle perfide bordate dei sovversivi demoni ecologisti, al punto, come ci racconta, da aver scritto un libro tanto influente da bloccare il trattato mondiale sulla biodiversità “poche ore prima che fosse ratificato dal Senato Americano”. Un bel successone.

In sintesi, e come ogni classico predicatore bibbia/fucile da film di serie B, Coffmann ha una inesauribile serie di citazioni del Libro pronte ad ogni uso, soprattutto quello di indicare i rischi mortali di tutto quanto è (parolaccia!) “internazionale”, cioè non-Americano, cioè pare di capire non grettamente reazionario. Ma lasciamo che sia lui a parlare, anche se tramite l’indegna traduzione del sottoscritto.

Michael Coffmann Ph.D., Il dominio internazionale sulle leggi statunitensi in materia ambientale e la proprietà privata(traduzione di Fabrizio Bottini)

Pochi americani capiscono quanto molte delle nostre leggi e regolamenti federali sull’ambiente abbiano origine a livello internazionale. Sono leggi che hanno un effetto devastante sulla proprietà privata, e che strappano centinaia di milioni, forse di miliardi di dollari di valore dei terreni ai nostri concittadini rurali. Documenti federali rivelano come le agenzie pubbliche abbiano più voglia di applicare queste leggi internazionali di origine socialista, che di proteggere e servire i cittadini degli Stati Uniti.

La Legge sulle Specie Minacciate, per esempio, è consentita da una serie di trattati emanati dalle Nazioni Unite, non dai poteri conferiti al Congresso così come citati all’art. 1 sez. 8 della Costituzione Americana. Tali trattati comprendono la Convention on Nature Protection and Wildlife Preservation nell’Emisfero Occidentale, e quella sul commercio internazionale delle specie vegetali e animali in pericolo. Allo stesso modo, la convenzione internazionale sulle zone umide costituisce la traccia per gran parte dei regolamenti federali in questa materia, anche se il Clean Water Act non parla nemmeno, specificamente, di zone umide.

Le agenzie federali hanno usato questi trattati, e altri più di 150 simili, per controllare l’uso della proprietà privata, dichiaratamente per il “bene pubblico”. Più di cento, di questi trattati, furono ratificati dopo il fallimentare tentativo, durato cinque anni, di Morris Udall e delle organizzazioni ambientaliste per far approvare al Congresso leggi federali sul controllo nell’uso del suolo nei primi anni Settanta, sulla base dello studio The Use of Land: a Citizen's Policy Guide to Urban Growth, del 1972. Lo studio affermava che il suolo era essenziale per la sopravvivenza umana, e che pianificarne un saggio uso era il migliore strumento per guidare la crescita in direzione di benefici economici e tutela della qualità ambientale. Laurance Rockefeller finanziò lo studio, e William K. Reilly, che più tardi sarebbe diventato presidente dell’Agenzia per l’Ambiente sotto Bush Sr., ne curò la pubblicazione.

Dopo il fallimento dei tentativi di ottenere un controllo sui suoli attraverso la legislazione degli Stati Uniti, la Conferenza delle Nazioni Unite sugli insediamenti umani (Habitat) di Vancouver del 1976 sposò gli stessi principi di The Use of Land. Ad esempio, il rapporto della Conferenza al punto 10 della premessa dichiara:

“Il suolo non può essere considerato come un bene ordinario, controllato da individui e sottoposto alle pressioni e inefficienze del mercato. La proprietà privata dei suoli è anche strumento primario di accumulazione e concentrazione di ricchezza, e dunque contribuisce all’ingiustizia sociale; se non controllata, può divenire un grave ostacolo nella predisposizione e attuazione di piani di sviluppo. Abitazioni dignitose e condizioni salubri per gli abitanti, possono essere ottenute solo se il suolo è utilizzato nell’interesse della società nel suo insieme. Dunque è indispensabile un controllo pubblico nell’uso del suolo. (corsivi di Michael Coffmann Ph.D.)

Con questo documento, si rivendica il modello socialista sui diritti di proprietà come base della futura politica delle Nazioni Unite:

La proprietà pubblica, o comunque un effettivo controllo pubblico, sull’uso del suolo, è il metodo principale per ottenere una più equa distribuzione dei benefici dello sviluppo. ... I Governi devono mantenere piena giurisdizione ed esercitare completa sovranità su tali suoli ... Le trasformazioni nell’uso dei suoli ... devono essere soggette a controllo e regolamentazione pubblica ... per il bene comune”.

Il controllo statale sulla proprietà privata è al centro di qualunque trattato internazionale dagli anni Settanta. La Convenzione sulla Diversità Biologica, bisnonna di tutti i tentativi per il controllo di uso dei suoli, è stata introdotta nel giugno 1992 al summit di Rio de Janeiro. L’articolo 8 di questo breve trattato di 18 pagine chiede che le nazioni “regolino o gestiscano le risorse biologiche importanti per la conservazione della biodiversità”.

Il che, tradotto, significa letteralmente che gli stati devono approvare e applicare leggi che limitano le attività di uso del suolo potenzialmente dannose per la biodiversità degli ecosistemi, il che comprende quasi tutti gli usi del suolo. La pubblicazione da parte delle Nazioni Unite delle millecento pagine del Global Biodiversity Assessment (GBA), nel 1995, articola questa idea, e aiuta a definire il linguaggio applicativo del precedete, incompleto trattato. Il GBA chiama i proprietari a:

“cedere i propri diritti a qualche tipo di autorità che regolamenti le decisioni [perché] le risorse non sono di loro uso esclusivo: essa hanno natura di beni pubblici ... I diritti di proprietà possono applicarsi a beni pubblici ambientali, ma in tali casi devono essere ristretti a diritti d’uso. Quote di raccolto, emissione di titoli e diritti edificatori ne sono esempi”.

Ciò rappresenta una palese contraddizione con gli intenti della Costituzione americana: che i Padri Fondatori hanno concepito per proteggere i diritti di proprietà, non per controllarli. Comunque, il vero pericolo di questo trattato è l’intenzione di destinare dal 30 al 50 per cento degli Stati Uniti a riserve naturali e corridoi di connessione, per proteggere gli ecosistemi e la biodiversità. Questo obiettivo è stato esposto al Senato degli Stati Uniti poche ore prima della prevista ratificazione, bloccandola: una delle poche nazioni del mondo a farlo.

Anche prima che l’accordo fosse proposto al Senato per la ratificazione, l’agenzia per la protezione dell’ambiente (EPA), aveva già elaborato un piano per metterne in pratica le previsioni. Secondo un documento di lavoro interno all’EPA, datato 6 agosto 1993:

“Le agenzie interessate alle risorse naturali e all’ambiente devono sviluppare una strategia congiunta per aiutare gli Stati Uniti ad ottemperare ai propri attuali impegni internazionali (per esempio la Convenzione sulla Biodiversità) ... L’esecutivo dovrebbe guidare le agenzie federali a considerare politiche nazionali ... alla luce delle politiche e degli obblighi internazionali, e a modificare quelle nazionali per conseguire obiettivi internazionali”.

È impressionante: la strategia dell’EPA è quella di invitare le agenzie federali a valutare le politiche nazionali, e a modificarle per renderle conformi ad obiettivi internazionali. Cambiare la politica nazionale è compito costituzionale del Congresso USA, non dell’esecutivo, e certamente non delle agenzie federali. Nonostante questo certi burocrati ritengono che la loro responsabilità verso obiettivi internazionali sovrasti la Costituzione degli Stati Uniti e il loro mandato di servire il popolo americano.

Nonostante gli Stati Uniti non abbiano ratificato il trattato, l’amministrazione Clinton ha comunque applicato la Convenzione secondo la strategia dell’EPA. Il primo atto ha interessato oltre venti milioni di ettari di parchi nazionali e altre terre registrate secondo la convenzione delle Nazioni Unite del 1972 Protection of the World Cultural and Natural Heritage, e il programma dell’UNESCO Man and the Biosphere. La gestione di questi parchi e riserve è stata trasformata per adeguarsi ai protocolli della Convenzione sulla Biodiversità e altri simili trattati delle Nazioni Unite, anziché per servire l’interesse pubblico americano.

Due altri notevoli tentativi di un certo significato, per il controllo nell’uso del suolo a livello federale, sono il programma American Heritage Rivers (AHR) e quello del Vicepresidente Gore, Clean Water Initiative (CWI). Entrambi sono il parto del trattato sulla biodiversità, e della Agenda 21 delle Nazioni Unite. Come sembra essere diventato norma, il Congresso USA non ha votato nessuno dei due programmi. Il Presidente Clinton li ha attuati con ordinanze esecutive. Agenda 21 è un documento delle Nazioni Unite di quaranta capitoli per riorganizzare il mondo secondo regole socialiste e autoritarie.

Il Clean Water Action Plan, del 1998 nell’ambito della CWI, prevede la cancellazione di ottomila chilometri di strade su terreni federali all’anno, e la destinazione della colossale quantità di “ 32 milioni di miglia a fasce di conservazione” su terreni agricoli. Il potenziale impatto di questi programmi è enorme. Lo Stream Corridor Plan del Dipartimento all’Agricoltura richiede che questi corridoi di conservazione siano ampi quanto i bacini alluvionali dei fiumi su una base di cento anni, che possono essere larghi anche parecchi chilometri. Anche una fascia di protezione di dieci metri, su uno sviluppo di tre milioni di chilometri fa un totale impressionante: l’area di un intero stato.

Nello stesso modo, anche l’AHR chiarisce subito che i propri programmi probabilmente interesseranno “interi bacini idrografici”, semplicemente classificando una porzione del fiume come American Heritage. Tecnicamente, l’intero bacino del Mississippi , che copre il 40% degli Stati Uniti, ora è sottoposto al programma AHR! Con un gigantesco balzo verso l’imposizione federale di controlli nell’uso del suolo, il CWI propone mille ambiti fluviali come “bacini rurali critici”, da sottoporre a particolare regime, secondo “standard applicabili”, coerenti con obiettivi di “pianificazione di bacino”.

Promossi nel quadro di una rifondazione dei metodi di governo, sia AHR che CWI sono spacciati come azioni “radicate a base comunitaria”, sotto il controllo degli abitanti locali. In realtà, ciascun passo è compiuto sotto il controllo diretto dall’alto dei federali. Letteralmente, secondo l’AHR una comunità di bacino è “autodefinita dai membri della comunità”. Il CWI lo chiama Watershed Council. Questi consigli non rispondono alle persone interessate dalle loro politiche. Ma essi hanno il potere di negare soldi a chi non fila dritto secondo le linee federali, o premiare chi lo fa.

L’amministrazione Clinton ha chiarito che l’idea di eco-management aveva fatto un passo di troppo, tentando di imporre un controllo federale sull’intero nord-est Pacifico, con l’ Interior Columbia Basin Ecosystem Management Project. Se fosse stato applicato per intero, il governo federale avrebbe avuto il controllo dei raccolti, delle estrazioni minerarie, coni ottici e diritti edificatori su terreni pubblici e privati nell’intero bacino del fiume Columbia, dal Canada al nord, a Idaho, Montana e Wyoming a est, a Utah e Nevada nel sud.

Sono solo pochi esempi. Molte, se non la maggior parte delle leggi, regole, programmi USA per l’ambiente discendono da trattati e programmi internazionali. Tutti, trasformano i diritti di proprietà privata della Costituzione in diritti controllati dallo Stato, dichiaratamente per conseguire certi mitici livelli di “sostenibilità”. Agendo in questo modo, come ci dice Hernando de Soto nel suo illuminante The Mistery of Capital, si distrugge o si limita la base stessa per la creazione di ricchezza. Se regole soffocanti opprimono i diritti di proprietà c’è poca giustizia, e poco o nessun capitale con cui creare ricchezza.

Per ironia, solo una nazione ricca può permettersi di proteggere il proprio ambiente. Distruggendo i diritti della proprietà privata, queste leggi e regolamenti di ispirazione internazionale stanno distruggendo la stessa possibilità di conseguire il proprio obiettivo dichiarato: la tutela dell’ambiente.

Nota: per chi vuole approfondire (o continuare a stupirsi, se è il caso), non c’è che un giro al sito Discerning the Times da cui ho estratto i brani riportati, e leggere il resto. Da confrontare anche, pur con molte cautele, con l'idea di territorio e urbanistica di Gilberto Oneto, intellettuale ambientalista della Lega Nord, del cui "manifesto" su Eddyburg riportiamo una lunga recensione (fb).

(immagini tratte dal sito)

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