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Ida Dominijanni
Nello specchio del Nyt
18 Dicembre 2007
Articoli del 2007
Prosegue la discussione sul “declino” dell’Italia “mucillaginosa. Da il manifesto del 18 dicembre 2007

Ian Fisher, il corrispondente del New York Times autore dell'ormai famoso reportage sul malessere italiano pubblicato dal suo giornale il 13 dicembre e ripreso dai nostri nei giorni successivi, andrebbe onestamente ringraziato. Il suo ritratto, spietato e affettuoso, è veritiero e non fa che mettere in forma dati ben noti sulla paralisi sociale, economica e politica in cui l'Italia versa e che rimbalzano di bocca in bocca nelle nostre chiacchiere quotidiane. Ma si sa che l'effetto-specchio è un elemento importantissimo della comunicazione, nonché dei processi di identificazione e riconoscimento. Riflessa nello specchio autorevole del New York Times, l'Italia ha evidentemente preso una scossa: vedendosi nello sguardo altrui non può più fare finta di non vedersi, né di essere invisibile. Il declino, lo smarrimento, il tasso di felicità più basso d'Europa devono uscire allo scoperto, e i mezzi per contrastarli - se ci sono - anche. Di questo effetto di svelamento bisognerebbe perciò essere contenti. Ma i più, evidentemente, non lo sono e si difendono, dal Presidente della Repubblica - che è comprensibile, dato il ruolo - in giù. La gente comune probabilmente si difenderebbe meno avendo poco da perdere, ma non è la gente comune a essere interpellata bensì i politici e gli imprenditori (i secondi sovente più sinceri dei primi), che da perdere hanno qualcosa di più.

Del resto, una reazione difensiva, o una non-reazione, era scattata pochi giorni fa anche sull'ultimo Rapporto del Censis, che usava metafore più dure di quelle di Fisher, ma con quell'immagine della «mucillagine» sociale perveniva a una diagnosi molto simile sul mood depresso del paese. E reazioni scarse avevano ricevuto mesi fa diagnosi analoghe sulla malinconia del presente e la nostalgia di tempi migliori come quella di un significativo articolo di Berardo Bertolucci....La depressione è indicibile, o è un tabu per la politica, che non può né guardarla in faccia né farsene carico, pena la perdita della sua illusoria potenza? Colpisce, delle reazioni dei politici all'articolo del Nyt (ne ha già scritto sul manifesto di domenica Micaela Bongi), l'insistenza - evidentemente indotta anche dalla denuncia della «hyperpartisanship» fatta da Napolitano - sulla conflittualità politica come causa del malessere sociale, e sul dialogo fra parti avverse come ricetta per curarlo. Ma siamo sicuri? Fisher non ha scritto che quel 64% di italiani che non crede nella rappresentanza politica è avvilito per il conflitto fra centrodestra e centrosinistra: ha scritto di una più generale sfiducia verso la politica, facendola risalire alla non digerita fine della cosiddetta Prima Repubblica, a un sistema politico da allora in poi «errant», pieno di errori e sempre più logoro, nonché a una serie di fattori sociali che vanno dalla fine della famiglia tradizionale all'impoverimento da Euro all'esaurimento della vena creativa della cultura. In che senso il dialogo sulla legge elettorale fra Veltroni, Berlusconi, Fini, Casini e Bertinotti potrebbe lenire questi guai? Non si tratterebbe di fare una radiografia attendibile del paese e dei sentimenti che lo abitano, di inventarsi qualche correttivo più efficace e soprattutto di procedere a una autodiagnosi più veritiera dello stato di bassa credibilità in cui versa la politica?

Vittorio Zucconi ha scritto domenica su Repubblica che se Sparta piange Atene non ride: c'è anche la mucillagine americana, il Pil Usa rallenta, la borsa annaspa sotto la catastrofe dei mutui, il dollaro perde valore rispetto all'Euro, i poveri sono più che da noi, la Casa Bianca non brulica di idee nuove né il congresso di giovani promesse, due sole famiglie, i Clinton e i Bush, si alternano da lustri al vertice del potere e il 71% dei cittadini sentono che l'America è sulla strada sbagliata. Fisher dunque ha scritto anche lui sotto un effetto-specchio. Ma gli Usa sono un paese insabbiato in una guerra sbagliata da cui non trarrà alcun vantaggio; l'Italia no. E negli Usa, nessuno più di quindici anni fa ha dichiarato aperta una transizione verso le magnifiche sorti di una Seconda Repubblica mai nata. Ci sono illusioni che si pagano care. La crisi della crescita sarà pure imperiale, ma questo insabbiamento è tutto italiano.

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