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Sandro Portelli
Nel paese delle montagne che perdono la testa
15 Luglio 2005
Consumo di suolo
La lotta degli ambientalisti del Kentucky contro la decapitazione delle montagne (mountaintop removal) progettata dalle compagnie minerarie per estrarre carbone a cielo aperto. Da il manifesto del 14 luglio 2005 (l.t.)

Molti anni fa, la signora Julia Cowans - nata a Harlan, Kentucky; moglie di un minatore nero, predicatore battista e sindacalista, militante dei diritti civili - cantò uno spiritual che, come tanti, era anche una canzone di lotta: «How I Got Over» - come ce l'ho fatta, come ho superato le prove e gli ostacoli di una vita fatta di montagne da scalare, per arrivare fino a qui. Se mai scriverò un libro su Harlan, questo sarà il titolo: per questa gente di montagna, anche solo sopravvivere è stato un atto eroico di resistenza e di lotta. Nel frattempo, il capitale ha inventato un altro modo di passare le montagne: semplicemente, spianarle. Jim e Dana hanno 14 anni (Che musica vi piace? «Christian rock»). Due anni fa, con tutta la classe e un'insegnante coraggiosa, si sono accampati in cima alla Black Mountain, al confine con la Virginia. La Arch Minerals, che aveva chiuso l'ultima miniera di profondità dopo una resistenza accanita dei minatori, progettava di spianare la vetta per estrarre il carbone a cielo aperto. A parte il danno ambientale, era uno sfregio simbolico: Black Mountain è la montagna più alta dello stato, e un ambiente protetto. I ragazzini di Harlan County si sono piazzati lì, hanno fatto una catena umana, hanno mobilitato la contea, e la montagna è salva. Certo, lo stato ha compensato la Arch Minerals con una cifra equivalente ai mancati profitti; ma la mobilitazione dei ragazzini di Harlan ha dimostrato che - nonostante la povertà, la disoccupazione, la droga, lo scoraggiamento - a Harlan qualcuno resiste.

Cime decapitate

Decapitare le montagne - «mountaintop removal» - è l'ultima trovata delle aziende minerarie e delle camere di commercio. Dicono che così non solo si arriva al carbone più facilmente, ma tra cime spianate e valli riempite coi detriti si creano in questo territorio di colli scoscesi e strette vallate i terreni pianeggianti su cui potrebbero installarsi le industrie di cui c'è bisogno per promuovere occupazione e sviluppo. Ora, a parte che le contee più povere d'America stanno in Arkansas, che è piatto come una tavola, il danno immediato e sicuro è più grave dei vagheggiati proventi industriali: dalle montagne disboscate e valli riempite di terriccio friabile il ferro e lo zolfo si infiltrano nelle falde da cui devono bere gli abitanti (la prima volta che cercai di lavare i piatti, dopo mezz'ora che sfregavo mi dissero: lascia perdere, quella patina gialla è lo zolfo che sta nell'acqua con cui li stai lavando), e i torrenti scendono senza ostacoli a spazzare le valli.

Per fortuna, la resistenza non è limitata ai ragazzini di Harlan. Il Kentucky possiede una letteratura regionale vivacissima, e - su iniziativa di Wendell Berry, un maestro del pensiero ambientalista e ruralista - si sono mobilitati gli scrittori. Gurney Norman, Bobbie Ann Mason, Ed MacClanahan, Wendell Berry e altri hanno fatto un giro per tutti i luoghi dove stanno decapitando le montagne per mobilitare l'opposizione e denunciare il disastro. Un movimento chiamato Mountain Justice ha contestato l'assemblea padronale e messo piedi gruppi di base in tutte le montagne.

Insomma, c'è ancora un Kentucky che resiste, e usa la cultura come arma di lotta. Da Harlan, passando per un paesaggio di bellezza indimenticabile, scavalco Pine Mountain (ancora non decapitata, ma ferita da un'inutile superstrada: le strade erano l'altro mito sviluppista; adesso l'Appalachia è mezza asfaltata e le macchine l'attraversano senza fermarsi) e scendo a Whitesburg, Letcher County, abitanti duemila.

Qui, negli anni `60, coi soldi della Guerra alla Povertà, è nata una cooperativa di ragazzi locali che da allora fanno un lavoro sui media per far conoscere la loro terra e la loro cultura, creare occupazione, e fermare la fuga delle menti migliori della loro regione. Appalshop (www.appalshop.com) è un modello di lavoro culturale di base, attivista e professionale. I loro film sulla storia, le lotte, i problemi, la musica e i saperi di un'Appalachia culturalmente inesauribile vengono mostrati e premiati in tutta l'America e fuori (al festival di Amsterdam, all'università di Roma); il Roadside Theater scambia esperienze, racconti e musiche con gli indiani di Zuni di Arizona; l'etichetta June Appal sforna a getto continuo musica irresistibile. Dalla loro radio si diffonde il meglio di tutte le musiche possibili: arrivo che trasmettono bluegrass, poi la consolle passa a una teenager con tanto di piercing che mette lo heavy metal più feroce e trasgressivo che esiste (il giorno dopo, in collegamento telefonico da New York, commento con Dee Davis mezz'ora di programma coi CD del Circolo Gianni Bosio e del manifesto...). Mimi Pickering, documentarista, mi mostra l'archivio e mi riempie di video da portare a casa. Su un magnetofono c'è la scritta che campeggiava sulla chitarra di Woody Guthrie: «this machine kills fascists», questa macchina ammazza i fascisti. Gianni Bosio sarebbe stato contento.

Dal locale al globale

Esperienze «locali» come Appalshop sono insediate in paesetti rurali di montagna, ma parlano con tutto il mondo (c'è un documentario di Appalshop sulla tragedia di Bhopal in India: la multinazionale responsabile ha la sede e un'altra fabbrica qui vicino). Il giornale locale, The Mountain Eagle, l' «aquila delle montagne» non ha paura di dire la verità al potere, e vede più mondo della maggior parte della stampa americana: non a caso, ha vinto il premio nazionale della stampa che l'anno prima era andato al New York Times. La copia che conservo ha una prima pagina sulla situazione politica in Cina, e la seconda sulle vacanze della famiglia Jones in Florida.

Dee Davis è uno dei fondatori di Appalshop (e colui che, molto tempo fa, mi insegnò in un caffè di Hazard a giocare a Packman). Ha fondato a Whitesburg un Center for Rural Strategies (CRS), per creare una rete di autodifesa e di crescita condivisa dell'America rurale (che, ricorda, ha 52 milioni di abitanti). Ma che possono fare due o tre persone in un centro di strategie rurali nella remota, lillipuziana Whitesburg?

Be', possono prendere di petto una potente rete televisiva come la CBS e bloccare un progetto offensivo per tutta l'America rurale. L'idea di The Real Beverly Hillbillies (basato su un fortunato serial su una famiglia di montanari appalachiani arricchiti e cafoni) era di prendere una famiglia - il più rustica e montanara possibile - e portarla a vivere in una villa a Beverly Hills facendoci un «reality show» («Vi immaginate le risate quando devono scegliersi un maggiordomo?», diceva il presidente della CBS). I montanari bianchi poveri sono gli unici su cui sia lecito diffondere stereotipi insultanti; venire messi alla berlina in quel modo era un insulto che avrebbe rinforzato il senso di inferiorità, la bassa stima di sé, che sono un terreno di coltura della depressione e della droga.

Dalla minuscola Whitesburg è partita una campagna che ha coinvolto giornali, comunità, attivisti in tutta l'America, culminando in una manifestazione di minatori davanti alla sede della CBS a New York, e ha vinto (la CBS ci ha riprovato con gli Amish della Pennsylvania - ricordate Mission? - e anche stavolta il CRS di Whitesburg gli si è messo di mezzo). Nel frattempo, da Whitesburg si è diramata una struttura internazionale, lo IRSSA (International Rural Strategies Association) che tocca India, Australia, Kenya, Messico... e Italia (il Circolo Gianni Bosio e l'IRSSA stanno producendo un CD di musiche di lotta dalle campagne del mondo).

Ricostruzione culturale

Tornando a Harlan, intervisto i membri del PACT, un progetto del «community college» locale che usa il lavoro culturale per ricostituire un tessuto sociale lacerato. Hanno messo macchine fotografiche in mano a un centinaio di ragazzi, gli hanno detto, fotografate il meglio e il peggio di quello che avete intorno, e hanno fatto una mostra; hanno mandato gente di tutte le generazioni e tutti i mestieri (il «community college» fa educazione permanente) a raccogliere storie in giro per questo paese di grandi narratori, hanno messo tutto in mano alla poeta Jo Carson, e ne nascerà uno spettacolo teatrale con un centinaio di attori; stanno facendo manualmente, una per una, le tessere di un grande mosaico che riproduce una fotografia del paesaggio attraversata da frasi prese dai racconti... Più ancora dei risultati, conta il lavoro in sé: alternativa al «qui non c'è niente» a cui tutti attribuiscono l'attrazione della droga; riscoperta del valore della propria storia e cultura e delle proprie capacità di vedere, ascoltare, raccontare. Il cuore della mostra è l'accostamento fra due foto: un tavolo coperto di pillole e una croce. Le due alternative, Gesù o la droga, dice Darleen. Io penso all'oppio dei popoli, ma in realtà ha più ragione lei.

La prima volta che venni qui, mi mandarono a un posto chiamato Survival Center. Credevo che fosse una metafora e invece la sopravvivenza era proprio letterale. Dopo l'ultima inondazione si erano organizzati per costringere le compagnie minerarie a risarcire i danni (era la prima volta che qualcuno rivendicava diritti nei confronti dei padroni delle miniere); raccolgono vestiti, cibo, aiuti per le persone più disperate. La lotta fra minatori e padroni è forse finita con una sconfitta epocale; ma la lotta di classe adesso si chiama sopravvivenza, e continua nonostante tutto. E' anche per questo che continuo a venire a Harlan, anno dopo anno, in questa mia America coraggiosa e profonda.

Post scriptum. Sono i giorni del referendum. Un lettore scrive allo Herald Leader di Lexington, Kentucky: dicono che l'embrione è un essere umano di pieno diritto; metti che va a fuoco una clinica e devi scegliere se salvare un vassoio con trecento embrioni o un bambino, che fai? Bush ha vietato di finanziare la ricerca sugli embrioni (sul New York Times, Mario Cuomo scrive: qui non è in questione solo l'aborto, ma perfino la contraccezione), e un editoriale sullo Herald Leader commenta: brutto segno, di questo passo andremo a finire come l'Italia. Il Kentucky sarà rustico e fondamentalista; ma noi italiani riusciamo a farci ridere dietro anche da loro.

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