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Curzio Maltese
"Nel ‘92-93 stragi annunciate ma lo Stato rimase a guardare"
1 Giugno 2010
I tempi del cavalier B.
Nell’intervista allo scrittore ed ex-magistrato De Cataldo, una delle pagine più oscure della nostra storia recente. Su la Repubblica, 1° giugno 2010 (m.p.g.)

Era già tutto scritto in un romanzo, «Nelle mani giuste», uscito nel 2005, nell’indifferenza generale. Nonostante fosse il seguito del capolavoro di Giancarlo De Cataldo, «Romanzo Criminale». C’era già tutto, con precisione impressionante: le trattative fra Stato e mafia, le bombe il «papello», perfino il misterioso «signor Franco».

Come poteva sapere, De Cataldo? Intuito di romanziere, esperienza di magistrato o qualche «gola profonda»?

«Letture e logica. Non ho avuto fonti privilegiate. Mi sono documentato sui giornali dell’epoca, con gli atti del processo di Firenze, dove c’era già quasi tutto, con il libro «La trattativa» di Maurizio Torrealta e il fondamentale rapporto del Copaco del 1995, scritto dal senatore Massimo Brutti dei Ds, che è la più completa inchiesta sui servizi deviati mai fatta. La verità è che molti dei misteri del ‘92 e ‘93 non sono poi tali. Tutto si svolse sotto gli occhi di tanti, per non dire di tutti: soltanto che nessuno volle o seppe vedere»

Chi non volle e chi non seppe vedere?

«Non vollero vedere molti apparati dello Stato. Non seppe vedere la sinistra. L’aspetto che mi ha più sconvolto, nei mesi di ricerca per scrivere il romanzo, erano le molte e dettagliate "profezie" su quanto stava per accadere. Il 6 marzo ‘92 Elio Ciolini, personaggio legato ai servizi deviati e alla P2, annuncia che ci sarà un assassinio politico e si darà la colpa alla mafia. Nessuno lo prende sul serio, ma sei giorni dopo uccidono Salvo Lima. Tutti tornano da Ciolini e lui rincara la dose: ora ci saranno altri botti. Ma non è il solo. Anche Vittorio Sbardella parla di "un bel botto", negli stessi giorni. Gli attentati del ‘93 sono le stragi più annunciate nella storia delle stragi».

Chi doveva ascoltare gli avvertimenti, i governi Amato e Ciampi, la sinistra?

«A sinistra c’era un’euforia da vittoria sicura. È incredibile quanto si sia sottovalutata la minaccia dei vecchi apparati»

Nel suo romanzo c’è un personaggio della prima repubblica che avverte il senatore di sinistra Argenti: non crederete che vi lasceremo vincere senza inventarci nulla?

«È un episodio reale, che mi è stato raccontato dal senatore Brutti. Ma quando parlo di sottovalutazione da parte della sinistra, non mi riferisco soltanto ai politici, ma anche alla cosiddetta società civile, compresi noi magistrati democratici. Non avevamo capito nulla delle stragi di Falcone e Borsellino. Diciamo la verità, molti di noi pensavamo che Sciascia avesse ragione quando li identificava nei professionisti dell’antimafia. A molti di noi sembravano malati di protagonismo. Non avevamo capito che Falcone e Borsellino avevano scoperto qualcosa di enorme, erano andati al di là della nostra immaginazione»

Torniamo all’invenzione per fermare la sinistra, all’entità, al «nuovo assetto politico» di cui parla il procuratore Grasso. A Berlusconi e a Forza Italia, insomma.

«Sì, certo, ovvio. L’invenzione è Berlusconi. Non il miliardario solitario e geniale, ma l’espressione di un gruppo di potere della prima repubblica in cerca di una figura moderna e simbolica in cui incarnarsi. Questo però non significa che Berlusconi c’entri con le bombe. Diciamo che hanno lavorato delle sinergie».

Perché cominciano e perché finiscono le stragi?

«Per rispondere a questa domanda bisogna capire che cos’è davvero successo intorno all’ultimo attentato fallito, quello all’Olimpico, nell´ottobre del ‘93, che doveva fare strage di un centinaio di carabinieri».

Gli atti dicono che il timer non ha funzionato.

«Sì, ma perché allora la mafia non lo replica? Perché non si sono mai trovati né l’auto né l’esplosivo? La spiegazione più ragionevole è che la mafia abbia ottenuto ciò che si proponeva con le stragi, o quello che si proponevano i suoi alleati politici»

La banda della Magliana gioca un ruolo importante nei misteri italiani. Dopo tanti anni, che idea s’è fatto di questo ruolo?

«Nel ‘93 la banda non c’è più, ma il mistero continua. De Pedis seppellito a Sant’Apollinare, il rapimento di Emanuela Orlandi. Che cosa c’entrava una banda di criminali romani con tutto questo e con le stragi, l’assassinio di Rosone compiuto materialmente da Abbruciati, l’affare Moro e tanto altro? È la stessa domanda che circonda gli attentati del ‘93: chiunque si sia occupato nella vita di mafia sa che è impossibile per gente come Riina e Provenzano anche soltanto immaginare un attentato agli Uffizi o al Velabro se non sulla base di uno scambio di favori con qualche entità esterna».

Secondo la sua esperienza di magistrato e scrittore, si può scoprire ancora qualcosa sulla strada dell’inchiesta?

«No. Magistrati e giornalisti hanno scoperto tutto quanto si potesse scoprire, hanno fatto un grandissimo lavoro. L’unica possibilità di arrivare alla verità ultima è che si muova la politica: Ci vorrebbe una commissione parlamentare».

Ma una commissione parlamentare non ha gli stessi poteri della magistratura?

«Penso a una commissione parlamentare come quella sull’apartheid in Sudafrica, che accerti la verità senza il potere sanzionatorio. In questo modo molti, garantiti, oggi si metterebbero a raccontare. È certo penoso rinunciare a fare giustizia. Ma qui bisogna scegliere se fare giustizia o conoscere tutta la verità. E ormai, persa la prima speranza, non rimane che la seconda».

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