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Nascita del nuovo soggetto politico
29 Aprile 2012
Sinistra
La cronaca di Daniela Preziosi e l’intervento di Marco Revelli sulla prima assemblea di ALBA: un acronimo beneaugurante. Il manifesto, 28 e 29 aprile 2012

28 aprile 2012

Italia dei beni comuni, parte il non-partito

di Daniela Preziosi

Oggi il primo appuntamento. Pochi big, molte idee, sette minuti a intervento. Si parla di metodo e programma

«Inizia un percorso». Gli organizzatori si raccomandano di non scrivere molto più di questo. Perché l'appuntamento di oggi a Firenze, la «partenza» del «non partito» - lanciato dal manifesto per i beni comuni e per «un'altra politica nelle forme e nelle passioni» il 29 marzo scorso, e di cui si è discusso, e anche parecchio, sulle pagine del manifesto e sulla rete - è una vera partenza al buio. Si annunciano molti partecipanti, e infatti è stata prenotata una platea da 1500 persone. Ma la giornata di oggi è stata scandita con quattro interventi iniziali, di quattro dei primi firmatari del manifesto, una sorta di relazione introduttiva a quattro voci (Marco Revelli, Nicoletta Pirotta, Claudio Giorno della Val Susa e Paul Ginsborg). In sala sarà distribuito un testo di Luciano Gallino, intitolato provocatoriamente «Come creare un milione di posti di lavoro».

Per il resto, si procede senza rete: sette minuti a intervento, ciascuno degli interventi potrà fare la sua proposta e indicare la direzione verso cui dovrebbe salpare la nave.

Non sono previste special guest: il sindaco De Magistris ha inviato gli auguri ma non ci sarà, Nichi Vendola lo stesso, per impegni di campagna elettorale, ma ci sarà il suo braccio destro Nicola Fratoianni. Ci sarà invece Paolo Ferrero, segretario del Prc. Ma per tutti varrà la regola dei sette minuti.

Di certo è che si discuterà di due prime «discriminanti», come è stato chiaro dai testi ricevuti in questi giorni da chi ha annunciato la propria partecipazione allegando una «motivazione»: il no alla riforma del pareggio in bilancio in costituzione e alla riforma del lavoro in discussione in parlamento. Per il momento sono gli unici due punti fermi di un «programma» che non c'è, ancora (l'assenza di progetto è una delle critiche mosse al non-partito da Rossana Rossanda) ed è tutto da discutere, e scrivere, e approfondire, nella successiva «due giorni» immaginata per giugno.

Il «progetto» sarà il core business della discussione. La differenza fra «bene comune» e «beni comuni», anche: anche perché è fresco di ieri l'intervento con cui Asor Rosa (sul manifesto) rintraccia la «dottrina del bene comune » di Tommaso d'Aquino nel «progetto» del soggetto politico nuovo.

E poi c'è il tema della forma del non-partito, e le questioni di «metodo». Perché il soggetto politico nuovo propone, almeno nelle intenzioni, «un salto di paradigma anche negli strumenti organizzativi», spiega Marco Revelli, «che non possono essere quelli tradizionali - centralistici, verticali e gerarchici - delle burocrazie dominanti, ma che sappiano praticare, all'opposto, l'orizzontalità della rete, la comunicazione decentrata, l'eguaglianza nella parola e nell'ascolto tra diversi. Tutto questo vuol dire, come ci è stato contestato, rimuovere il "conflitto sociale"? Cancellare le "forme di organizzazione" in nome di uno spontaneismo un po' anarchico? O non significa, piuttosto, ripensare il conflitto - e insieme l'organizzazione - nelle forme in cui ce lo ripropone quello che Gallino ha definito il finanz-capitalismo (che non cancella le classi sociali, ma che le ridisegna in forma del tutto inedita)? D'altra parte, che ne penseremmo se qualcuno, dopo il 1848, avesse continuato a proporre i vecchi club del 1789, come strumenti della lotta politica e la jacquerie contadina come via all'emancipazione?».

Last but not least, la questione del nome. C'è persino chi chiede di andare avanti prima di decidere. Insieme ai criteri per nominare un coordinamento nazionale, anche il nome si decide oggi, verrà scelto dalla platea da una rosa di quattro selezionata sul sito. Sono: Alba, Alleanza lavoro benicomuni ambiente; Lavoro e beni comuni; alternativa democratica; e infine Italia Bene Comune.

Quest'ultimo non passerebbe inosservato. Perché è anche il nome che Bersani ha scelto per la campagna delle amministrative del suo Pd. Facendo per l'occasione stampare migliaia di felpe blu con slogan più tanto di collo e polsini tricolori. Un'appropriazione indebita per il partito che fino all'ultimo non ha voluto schierarsi apertamente con i referendum per l'acqua pubblica, quelli che poi hanno portato al voto 27 milioni di persone. E un partito che ha votato due decreti Monti per le liberalizzazioni che i referendari hanno definito «tentativi sfrontati di negare il risultato di quei referendum». Salvo poi utilizzarne il logo del «bene comune» per marketing elettorale, dopo aver scoperto che funziona, ora che il vento è cambiato.

29 aprile 2012

I delusi della sinistra

di Daniela Preziosi

«Non siamo giovani. Siamo diversamente anziani». Marco e Saverio, 29 anni, se la ridono, guardandosi intorno scoprendo di essere 'la giovanile' del «soggetto politico nuovo» che di lì a poco verrà battezzato Alba. È un acronimo, ma le battute dei ragazzi - che ci sono, solo che non solo maggioranza - si sprecano. Marco Voleano, di Terni, precario in una casa editrice, e Saverio Monno, studente che già si definisce disoccupato, spiegano che se i loro coetanei non sono arrivati è perché «per sapere dell'incontro o sei allievo di Ginsborg o leggi il manifesto». Se no non lo sai. «Ma no, è che i giovani si stanno vedendo l'assemblea dal mare sul tablet in streaming», attaccano Davide e Lorenzo, 24 e 25 anni, di Prato. Oggi inizia il ponte del primo maggio, fuori dal PalaMandela il sole incoccia. «I ragazzi si fanno sedurre dai guru, meglio se della rete», dice Lorenzo. «E poi la sinistra è in coma, se ti avvicini ti senti subito in dovere di curarla. Invece Grillo ti urla: non c'è più destra, non c'è più sinistra, ci siamo solo noi», dice Marco.

È un fatto: la platea è in maggioranza over 40. Twitta mentre ascolta. I commenti vanno in diretta sui maxischermi. L'effetto è il dibattito e il suo doppio, fa molto sinistra e molto vintage. Tweet: «In platea troppe facce note per aver devastato i partiti della sinistra». Risposta: «Meglio un vecchio intelligente che un giovane stupido».

Gli orfani dei partiti sinistra

Stefano e Gabriella, bella coppia di fiorentini, dopo la scissione di Rifondazione (la seconda, quella del '98) si sono tenuti alla larga di partiti. Movimenti, tanti: girotondi, viola, Se non ora quando. Cani sciolti. Quando hanno letto del «soggetto politico nuovo» si sono detti: fosse che fosse la volta buona, sottinteso che si ricomincia. «Siamo venuti a vedere». Stesso discorso per Dora e Paolo, di Livorno. Lui Prc, lei Unione Inquilini, «ma lo sfavamento verso i partiti è lo stesso», giurano. La platea è zeppa di uomini e donne come loro: ceto medio riflessivo dieci anni dopo (le «pancere nere» le sfottevano all'epoca i ragazzini), delusi dalla sinistra ma irriducibili al dipietrismo, incompatibili con il grillismo, sarcastici con il nuovismo. Tweet: «Abbiamo l'età media di chi ne ha viste tante». Dal microfono, il sociologo Revelli: «Siamo qui perché gli altri hanno fallito». Per questo la platea non concede applausi facili, tranne che non si nomini la Fiom o non si dica «staccare la spina a Monti»: non è mancanza di entusiasmo, né tristezza né stanchezza: chi ne ha sentite sparare tante non si scalda per il primo che passa. Seleziona, ragiona. «Qui siamo in 1400, ma la metà esatta è venuta per ascoltare, senza aver firmato il manifesto fondativo», dice Massimo Torelli, instancabile organizzatore del primo appuntamento fiorentino. Insomma, è tutta gente a caccia di una sinistra in cui impegnarsi. Quindi magari non si spella le mani, ma è pronta a rimboccarsi le maniche per «un nuovo inizio vincente» (Paolo Cacciari).

Il nuovo partitino no

«A patto che non sia l'ennesimo partitino», questa è la parola d'ordine che circola ovunque, dal microfono alla platea. Tanto più che in platea circolano tanti ex qualcosa. E qui però le opinioni si divaricano. «Serve una rete di relazioni, di connessioni, per fare insieme le battaglie. Noi a Torino già lavoriamo così» dice Michele Curto, provenienza Libera di don Ciotti, ora consigliere comunale e segretario di Sel. E indica una fila, molto avanti: c'è il magistrato Livio Pepino e Giorgio Airaudo, Fiom. Ma il tema dell'«appartenenza plurima» (Paul Ginsborg) è un nodo. E non tanto per i partiti che si mettono in posizione di ascolto - l'«interlocuzione» di Sel la esprime Nicola Fratoianni, braccio destro di Vendola, la «disponibilità» a una federazione a nome del Prc la esprime il segretario Ferrero, che però a una 'federazione della sinistra' aderisce già. «Io non so chi votare, un contenitore della sinistra plurale lo voterei volentieri», dice Virginia, di Prato, 38 anni. L'assessore napoletano Lucarelli - che viene dalla giunta di De Magistris, sua la proposta delle 'liste civiche nazionali', lo dice esplicitamente: l'ambizione guarda al 2013. E il voto alle politiche diventa una tale ossessione nei capannelli, che Torelli dal microfono esorta: calma, abbiamo appena cominciato a discutere. Perché una cosa è ragionare su una rete «di comuni per i beni comuni», che funziona da Napoli a Corchiano (provincia di Viterbo, patria della nocchia, ne racconta la realtà il sindaco Bengasi Battisti). Un discorso che vive già in alcune liste civiche che la prossima settimana vanno al voto (Parma, Piacenza, L'Aquila, Lecce), e che può camminare ancora. Un'altra è l'accelerazione verso un 'soggetto politico nazionale', che al primo incontro genera dubbi e diffidenze. Di ogni tipo: come quella del vignettista Staino che ascolta perplesso, a quella di Rosario, che è venuto da Catanzaro, con la sua incrollabile «volontà di fare politica. Se solo trovassi un soggetto politico nuovo».

30 aprile 2012

«La democrazia prima di tutto»

di Marco Revelli

«Se siamo qui è perché avvertiamo che non c'è più tempo». Questo l'incipit della relazione introduttiva di Marco Revelli, ieri a Firenze. Poi: «Ci tocca dire fin da subito chi siamo e insieme cosa non siamo e cosa non vogliamo essere. Non siamo materia di gossip per i media. (...) Non siamo nemmeno l'urlo roco del populismo a buon mercato. (...) Non siamo una nuova, piccola formazione politica». Insomma, «cosa vogliamo?» «Vogliamo essere gli abitanti di un nuovo spazio pubblico liberato dalle presenze ingombranti dei vecchi monopolisti della decisione. L'embrione di una nuova cittadinanza, (...) una forma organizzata che raccolga la testarda domanda di partecipazione di quella parte di cittadini che (oggi in Francia, domani in Italia) non vogliono rassegnarsi al cappio del fiscal compact e alla dogmatica feroce di Berlino e di Bruxelles, alla riduzione dei diritti sociali in costi da tagliare e sacrificare sull'altare dei mercati, allo smantellamento del modello sociale europeo e alla mercificazione sistematica della vita individuale e collettiva». In sintesi: «Riappropriazione dello spazio pubblico e indisponibilità alla delega». E, in cima all'agenda, la questione della democrazia e dei «possibili antidoti» alla sua crisi.

Postilla

Persone che stimo sono critiche rispetto all’ampio impiego che si fa ultimamente a proposito dell’espressione “beni comuni”. In effetti, è un termine che oscilla tra due destini: diventare un luogo comune, e quindi una coperta per contenuti diversi, oppure essere un’espressione significativa che esprime realtà e speranze, aspirazioni e traguardi capaci di unificare pensieri e azioni di soggetti diversi. Tra i contributi al suo chiarimento mi limito a ricordare Rodotà, Mattei, Ricoveri.

E’ un’espressione che personamente adopero da tempo a proposito di città, anche perché riecheggia la più antica espressione “consumo comune”, che adoperai ampiamente per il mio
Urbanistica e società opulenta (1969). Per il presente rinvio a un mio scritto, La città come bene comune pubblicato nella collana di Baiesi “Ogni uomo è tutti gli uomini”, che riprende relazioni svolte nel 2008 all’European Social Forum di Malmö e a un successivo convegno organizzato dalla rete Camere del lavoro-CGIL a Venezia.

Il termine “bene” nella lingua italiana è facilmente comprensibile in opposizione a “merce”, ed è soprattutto in questo senso che lo adopero. Mentre “comune” lo adopero come distinto da “collettivo” e da “pubblico” ma non in opposizione con questi; in relazione all’uomo, poi, lo assumo come integrativo rispetto a “privato”.

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