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Napoli vendesi. Così svendono il sottosuolo
18 Agosto 2010
Articoli del 2010
C’è poco da meravigliarsi, molto da indignarsi. Riducono tutto a merce, perché loro stessi sono merce. La Terra, 18 agosto 2010

Gli scalini si scendono agilmente. Man mano che si procede, la luce si fa sempre più fioca. In fondo c’è il buio. In pochi secondi cessano i rumori del caos quotidiano. Il silenzio è rotto solo dalle voci dei visitatori, mentre il clima si fa d’improvviso da umido ed estivo in fresco e quasi invernale. Centoventuno scale, ed eccoci inghiottiti dal ventre dell’acquedotto greco romano, risalente al quarto secolo a. C., che si dirama per tutta la Campania attraverso un reticolato infinito.

Eccolo qui, il volto nascosto di Napoli: sopra la città caotica, affascinante e indaffarata; sotto, a trenta metri di profondità, si espande una superficie di circa 2 milioni di metri quadrati. Una città sotto la città. è lo scrigno pieno di meraviglia, suggestioni e leggende che si mostra al visitatore della Neapolis sotterranea: un mondo di cunicoli e cisterne, modellati in migliaia di anni dall’ingegno umano per ricavarne materiale da costruzione prima e un immenso acquedotto dopo. Che ora, almeno in parte, potrebbe essere svenduto. nelle schede pubblicate sul sito dell’agenzia del Demanio sono elencati i beni dello Stato in vendita nell’ambito del federalismo demaniale: a Napoli, ad esempio, ci sono l’Università in Corso Umberto (base inventariale 42.537.994,00 euro) e l’Orto Botanico in via Foria (16.735.476,00). Ed anche 23 cave della Napoli sotterranea (Codice scheda Bp 200223), molte ricadenti nella municipalità di Chiaia-Posillipo. Ciascuna ad un prezzo affatto esoso: un euro. Ambienti sotterranei di diverse decine di metri quadrati, scavati nel tufo, che, se affidati a mani inesperte o poco controllate, potrebbero essere usati potenzialmente per qualsiasi fine. anche i più imponderabili.

Ma per capire la portata di questa enorme rete di passaggi sotterranei, e i pericoli sottesi ad una progressiva e incontrollata svendita del sottosuolo napoletano, occorre ripercorrere un po’ di storia. L’enorme quantità di tufo, roccia morbida e resistente, presente nel sottosuolo della zona, fin dall’epoca dei greci (iV secolo a. C.) fu utilizzata per costruire case, mura e templi. e così si ottennero delle grandi cave, che vennero poi utilizzate per farne un grande acquedotto esteso in tutta la Campania. L’intera rete fu poi ampliata dai romani. e così napoli, sotto la quale arrivarono a sorgere 14mila cisterne e 6mila pozzi, fu una delle prime città ad avere l’acqua potabile direttamente nelle case: bastava calare nei pozzi un secchio per i propri approvvigionamenti. L’enorme rete di cunicoli, però, andava salvaguardata e manutenuta. ed ecco dunque comparire la figura del pozzaro, accompagnata anche da racconti leggendari: una sorta di idraulico d’altri tempi che, attraverso dei fori visibili ancora oggi, si calava nelle cisterne e rimuoveva i residui più ingombranti dalla superficie dell’acqua. Con il progressivo aumento degli abitanti, la situazione igienico sanitaria si fece sempre più precaria. La caduta di un animale morto in un pozzo sarebbe bastata a contaminare l’intero acquedotto. ed infatti nel 1885, dopo una tremenda epidemia di colera che fece 7mila morti in città, venne abbandonato l’uso del vecchio sistema di distribuzione idrica perché continuamente infettato dalle infiltrazioni nel tufo, per adottare il nuovo acquedotto che tuttora alimenta la città. nel sottosuolo, peraltro, c’erano anche numerose catacombe.

L’immenso cuore d’acqua cessò dunque di battere. I pozzi furono sempre più spesso utilizzati come discariche di rifiuti e materiale di risulta; in seguito a dei crolli alcune parti dell’immenso reticolato furono ricoperte per sempre. Fu solo il dramma della seconda guerra mondiale che, in parte, spinse il genio civile a riadattare parte di queste enormi cisterne come rifugi antiaerei. Napoli, infatti, fu tra le città più bombardate dagli alleati angloamericani. I rifiuti, sversati nel corso di circa mezzo secolo nel sottosuolo, furono rapidamente compattati e ricoperti da una nuova pavimentazione di fortuna. Furono allestiti in tutta la città 369 ricoveri in grotta e 247 ricoveri anticrollo. Il tutto, illuminato da due impianti di luce, i cui tralicci sono ben visibili ancora oggi. in quegli anni i più giovani salivano e scendevano quei 121 scalini (il cui ingresso ora si trova in piazza San Gaetano, visite a cura dell’associazione Napoli sotterranea; un altro ingresso, nella zona di Chiaia, è a cura dell’associazione Laes) più e più volte. ad ogni allarme, un fiume di migliaia di persone si precipitava nel sottosuolo per sfuggire ai bombardamenti. nella parte della Napoli sotterranea che abbiamo visitato (gestita dalla onlus omonima, attiva dal 1990, www.napolisotterranea.org), in periodo bellico la vita brulicava: qui sono nati persino 4 bambini. Il presidente dell’associazione, lo speleologo Enzo Albertini, che qui lavora da anni, è l’artefice di una ennesima scoperta: un nuovo frammento del teatro romano sotterraneo riportato alla fruibilità.

Nel cuore di Napoli, in vicolo Cinquesanti, appena a ridosso dell’agorà (oggi piazza San Gaetano), dove fino a qualche mese fa c’era la bottega di un falegname, tra qualche giorno aprirà alle visite un sito archeologico di grande fascino. Qui c’è quel che resta della “summa cavea”, l’anello superiore della gradinata di quel teatro dove nel 64 d. C. si esibiva Nerone, e che ora è stato quasi completamente inglobato dagli edifici costruiti sopra le antiche gradinate. Tanto che per accedere ai resti ritrovati di recente i visitatori devono entrare in una casa privata. Un lungo e strabiliante strato di opus reticolatum, fino a pochi anni fa ricoperto di moderno intonaco e utilizzato come parcheggio per motocicli. a breve, negli spazi del teatro romano, dove è allestito anche un antico presepe, aprirà “una notte al teatro”. Un bed and breakfast nel teatro di Nerone. nel ventre di Napoli. Ma ora, tutto questo potrebbe rischiare una clamorosa svendita. a un euro a cavità.

«Sicurezza a rischio»

«Cavità in vendita, peraltro a un euro? Un’operazione molto pericolosa». il geolo-go Franco ortolani, direttore del Dipartimento di Pianificazione e Scienza del Territorio dell’Università di Napoli Federico II, commenta con inquietudine le schede rese pubblicate dall’agenzia del Demanio. «Qui in ballo», dice, «c’è la sicurezza del territorio che potrebbe essere messa a repentaglio da operazioni come queste». Della vendita delle cavità, assicurano dall’ufficio Sicurezza geologica e Sottosuolo del Comune, «noi non sapevamo nulla. anzi: è un’operazione inconcepibile. non conosciamo i criteri che hanno portato a tutto questo. La logica avrebbe richiesto una nostra preventiva consultazione. e invece l’abbiamo saputo dai giornali...».

Non sono segnalati vincoli particolari per la vendita. il valore inventariale, in questo che è solo un primo elenco,è di un euro per ognuna delle cavità. e non è chiaro di chi sia l’esatta competenza: una nebulosa normativa che non aiuta. «La vendita», avverte ortolani, «deve essere riservata solo ad associazioni serie che da anni valorizzano le cavità con visite guidate e che garantiscono la manutenzione e conservazione, come tutti possono riscontrare. Ma le forze dell’ordine e i servizi di sicurezza hanno visionato la mappa delle cavità in vendita e di quelle esistenti nel sottosuolo nelle zone circostanti e hanno visto quali edifici, banche, uffici vari si trovano in superficie?». In città non sono infrequenti i colpi delle cosiddette bande del buco: rapinatori che spuntano dal sottosuolo sfondando i pavimenti di una banca, che poi si volatilizzano nel dedalo di cunicoli sotterranei. insieme a materiale di risulta, rifiuti e residui del “mondo di sopra”, nelle cavità sono stati ritrovati spesso pezzi di auto rubate, refurtiva, materiali provenienti da attività illecite.

Un territorio enormemente vasto, che ora rischia di far nascere nuovi appetiti speculativi difficilmente controllabili. «è semplicemente assurdo pensare di poter regalare un patrimonio di questo tipo agli “amici”», sbotta Riccardo Caniparoli, un altro geologo profondo conoscitore del sottosuolo napoletano. «Se fosse previsto l’obbligo di risanare le cavità e di metterle a disposizione della collettività con visite guidate allora la vendita si potrebbe pure fare. Ma se così non fosse si tratterebbe di un atto davvero grave.

Il pericolo di speculazioni sarebbe davvero altissimo. Bisogna fare subito il Piano regolatore del sottosuolo e individuare quali sono le esigenze, e poi pianificare il futuro. Se, infatti, in una determinata zona è prevista la costruzione del tracciato della metropolitana o di una condotta, e ci si ritrova davanti una cavità che nel frattempo è diventata privata, come si fa? a guadagnarci sarà solo il proprietario».

Qualsiasi tipo di intervento nel sottosuolo, precisa Caniparoli, «deve essere preceduto da una caratterizzazione ambientale e da una bonifica». allarga le braccia Enzo Albertini, speleologo tra i pionieri della scoperta delle meraviglie sotterranee di Neapolis: «Di fronte alla notizia della svendita c’è da rimanere sgomenti. Sarebbe stata auspicabile una pianificazione condivisa di progettualità. e invece...». il drammatico sacco edilizio denunciato dal film “Mani sulla città” potrebbe aver insegnato poco o nulla».

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