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Vezio De Lucia
Napoli e non più Napoli
27 Febbraio 2014
Venezia e la Laguna
Trent'anni di storia napoletana. Dal Rinascimento del primo Bassolino, via via fino alla decadenza e al degrado dei nostri anni

Trent'anni di storia napoletana. Dal Rinascimento del primo Bassolino, via via fino alla decadenza e al degrado dei nostri anni. Il manifesto, 27 febbraio 2014. Alcuni riferimenti in calce

Giu­sto vent’anni fa, quando Anto­nio Bas­so­lino divenne sin­daco vin­cendo il duello con Ales­san­dra Mus­so­lini, per l’urbanistica napo­le­tana comin­ciò un’indimenticabile età dell’oro. Quando fu restau­rata e pedo­na­liz­zata la piazza del Ple­bi­scito, Donata Righetti, su La Voce diretta da Indro Mon­ta­nelli scrisse: «Napoli la deforme, Napoli l’incurabile, la dispe­rata, il recinto ribol­lente, ama­ris­simo del degrado. E adesso, di colpo, Napoli la rinata, Napoli la sfol­go­rante. La sue ster­mi­nate dif­fi­coltà soprav­vi­vono, tutte. Ma da qual­che set­ti­mana que­sto luogo di fastose mera­vi­glie ritro­vate sem­bra somi­gliare pochis­simo alla patria dei De Lorenzo e dei Pomi­cino. Si intui­scono le emo­zioni di un riscatto non solo di super­fi­cie ma di coscienze».

Furono rag­giunti in effetti risul­tati straor­di­nari: la migliore tutela del cen­tro sto­rico; la sal­va­guar­dia e la valo­riz­za­zione di ogni resi­duo spa­zio verde; la defi­ni­zione del pro­getto Bagnoli, dove era stata chiusa l’acciaieria dell’Italsider; il mas­simo poten­zia­mento della rete metro­po­li­tana; la for­ma­zione di un uffi­cio per la pia­ni­fi­ca­zione urba­ni­stica di eccel­lente qua­lità che curò la for­ma­zione del nuovo piano regolatore.

Ma non durò molto. Già all’inizio del secondo man­dato comin­ciò lo sban­da­mento. In Napoli non è Ber­lino, Isaia Sales ha cer­cato di deci­frare l’enigma Bas­so­lino. Era stato il sin­daco ita­liano più cele­bre nel mondo, can­di­dato cari­sma­tico alla pre­si­denza del Con­si­glio, ma per ingra­ziarsi gli ambienti che con­tano a un certo punto comin­ciò a cedere a un medio­cre oppor­tu­ni­smo, e finì tra­volto dalla ver­go­gna dei rifiuti. Ben oltre le sue respon­sa­bi­lità, fu addi­tato come “emblema del mal­go­verno” e coin­volto in un giu­di­zio cata­stro­fico sulla città. Lo stesso giu­di­zio esteso a Rosa Russo Ier­vo­lino, dopo di lui dal 2001 sin­daco per dieci anni.

Poi è stata la volta Luigi De Magi­stris. Alle ele­zioni ammi­ni­stra­tive del 2011, il can­di­dato del cen­tro­de­stra Gianni Let­tieri indicò fra i primi obiet­tivi del suo pro­gramma l’eliminazione del piano rego­la­tore, che per De Magi­stris invece non andava toc­cato. E sor­pren­den­te­mente vinse De Magi­stris, con più del 65 per cento dei con­sensi. Ne fui felice, pen­sai che a Napoli tor­nas­sero le belle gior­nate. Il nuovo sin­daco partì con l’idea di “scas­sare”, cioè di libe­rare la città dal con­so­cia­ti­vi­smo e dalla sta­gna­zione degli anni tar­gati Bassolino-Iervolino.

Ma è stata una breve illu­sione, sono comin­ciati subito i passi falsi e in due anni è stato sper­pe­rato un impor­tante patri­mo­nio di dispo­ni­bi­lità alla par­te­ci­pa­zione e al cam­bia­mento. Le cro­na­che gior­na­li­sti­che hanno dif­fu­sa­mente rac­con­tato: a) l’irrisolta crisi dei rifiuti inviati agli ince­ne­ri­tori del Nord Europa o alle disca­ri­che di altre regioni, in cro­nica carenza di impianti, con la rac­colta dif­fe­ren­ziata che a dispetto dei pro­clami non rie­sce a decol­lare; b) lo scan­dalo del pro­getto Bagnoli, dove è con­ti­nuata una gestione sepa­rata e incon­clu­dente, e un’interminata boni­fica, fino a quando la magi­stra­tura ha seque­strato le aree dell’ex Ital­si­der, ipo­tiz­zando il reato di disa­stro ambien­tale; c) il lun­go­mare fret­to­lo­sa­mente pedo­na­liz­zato, non soste­nuto da un’idea di com­ples­siva rior­ga­niz­za­zione della Riviera di Chiaia; d) la man­cata dismis­sione delle società par­te­ci­pate che con­ti­nuano impro­dut­ti­va­mente a dre­nare risorse.

A tutto ciò vanno aggiunte la dis­so­lu­zione degli uffici urba­ni­stici e, a un certo momento, addi­rit­tura la dispo­ni­bi­lità a pri­va­tiz­zare un brano del cen­tro storico.

Per quanto possa valere, ma qual­cosa vale, la pro­gres­siva degra­da­zione di Napoli è stata cer­ti­fi­cata dall’indagine del dicem­bre 2013 de Il Sole 24 Ore sulla qua­lità della vita. La pro­vin­cia di Napoli sta all’ultimo posto, il cen­to­set­te­simo, l’anno scorso era penul­tima. Le pro­vince delle altre grandi città sono clas­si­fi­cate come segue: Bolo­gna terza, Firenze set­tima, Milano decima, Roma ven­te­sima, Genova ven­ti­quat­tre­sima, Torino cin­quan­ta­due­sima, Bari novan­te­set­te­sima, Palermo cen­to­seie­sima. All’inizio degli anni 2000, quando ancora rilu­ce­vano gli effetti del primo Bas­so­lino, Napoli stava a metà clas­si­fica. Da allora è comin­ciata la discesa verso l’abisso.

Alla più recente rovina di Napoli ha cer­ta­mente con­tri­buito la cre­scita pato­lo­gica della conur­ba­zione che si estende a tutta la pro­vin­cia e a parti delle con­fi­nanti pro­vince di Caserta e Salerno. Era la corona di spine descritta da Fran­ce­sco Save­rio Nitti nel 1903, che dopo un secolo ha assunto con­no­tati spa­ven­tosi. Più di cento comuni con den­sità inse­dia­tiva senza con­fronti, una fram­men­ta­zione ammi­ni­stra­tiva che ha favo­rito situa­zioni di inso­ste­ni­bile spreco di ter­ri­to­rio (basti pen­sare alla dis­sen­nata sovrab­bon­danza di aree per atti­vità pro­dut­tive) unite al per­ma­nere di insod­di­sfatti biso­gni di alloggi, di attrez­za­ture e ser­vizi. Qui si è con­su­mata la tra­ge­dia della terra dei fuo­chi che negli ultimi tempi ha assunto valenza nazionale.

Su la Repub­blica di Napoli, Anto­nio di Gen­naro ha descritto «l’improvvisa, dolo­rosa con­sa­pe­vo­lezza del sac­cheg­gio ter­ri­to­riale, dei cri­mini che sono stati com­messi con­tro l’ecosistema e il pae­sag­gio, la non tol­le­ra­bile incer­tezza circa gli effetti sulla salute delle per­sone; tutto que­sto ha finito per fun­zio­nare come cro­giuolo di nuove espe­rienze sociali e poli­ti­che». Ma anche come fomite di risen­ti­mento e di rivolta pro­prio di chi si sente tra­dito dalla città (la città come il Palazzo del potere e del privilegio).

Forse è que­sto l’aspetto più grave della crisi che tra­volge Napoli: l’essere negata come capi­tale. I comuni della cin­tura non sono più in sud­di­tanza ma ten­dono ad assi­mi­lare il capo­luogo in uno sce­na­rio di ille­ga­lità e di bar­ba­rie. Men­tre non c’è trac­cia di una cul­tura pub­blica, napo­le­tana o nazio­nale, capace di far fronte alla rovina.

Qual­cuno si illude che una solu­zione possa tro­varsi nella Città metro­po­li­tana, rife­ren­dosi alla pro­po­sta del governo appro­vata a fine dicem­bre per l’istituzione del nuovo ente, che dovrebbe sosti­tuire le pro­vince di Torino, Milano, Vene­zia, Genova, Bolo­gna, Firenze, Bari, Napoli e Reg­gio Cala­bria. A parte il caso di Roma Capi­tale. Nell’insieme, circa un terzo della popo­la­zione ita­liana. Ma quella in discus­sione non è una riforma. La Città metro­po­li­tana non può nascere come una Fenice dalle ceneri delle pro­vince con­dan­nate a morte con giu­di­zio som­ma­rio, fra cori di giu­bilo insen­sato. Non è una riforma, è un guaz­za­bu­glio deter­mi­nato dall’unico obiet­tivo del con­te­ni­mento della spesa pub­blica, e del tutto indif­fe­rente all’efficienza dei poteri locali nell’erogazione dei ser­vizi o alla qua­lità della rap­pre­sen­tanza delle comu­nità interessate.

La pro­po­sta gover­na­tiva pre­vede che a capo della Città metro­po­li­tana sia il sin­daco del comune capo­luogo, e un con­si­glio metro­po­li­tano for­mato dai sin­daci dei comuni della pro­vin­cia. Tutti a titolo gra­tuito. Un espe­diente inu­tile (anche dal punto di vista del rispar­mio), anzi dan­noso, che soprat­tutto a Napoli agi­rebbe come acce­le­ra­tore della disgre­ga­zione. Ben diversa la filo­so­fia ispi­ra­trice della legge di riforma degli enti locali del 1990, una riforma auten­tica, bloc­cata dalla man­canza di coraggio.

Si pre­ve­deva una città metro­po­li­tana gene­rata dalla scom­po­si­zione del comune capo­luogo e dalla for­ma­zione di un una nuova figura isti­tu­zio­nale – con nume­ro­sis­sime com­pe­tenze, dalla pia­ni­fi­ca­zione del ter­ri­to­rio ai tra­sporti, dalla tutela dell’ambiente alla difesa del suolo, dalla valo­riz­za­zione delle risorse idri­che alla distri­bu­zione com­mer­ciale – e con poten­zia­lità di riforma non solo ammi­ni­stra­tiva ma poli­tica e sociale. Le sole con­di­zioni che a Napoli potreb­bero con­sen­tire il recu­pero di una decente normalità.

Con­cludo con Gior­gio Bocca: «Napoli muore: ma sic­come muore da troppi anni, nes­suno ci fa più caso»

Riferimenti
Molte informazioni e documenti sulla città nella cartella "Napoli" su eddyburg. Qui, anche su eddyburg, i recenti articoli pubblicati da il manifesto su Milano, Sassari, Venezia.
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