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n.33. 22/09/2007 Piazze d'Europa
3 Febbraio 2009
Spazio pubblico

Oggi per portare la vita nelle piazze (quelle che si riesce a liberare dalle automobili, per sempre o, più spesso, per la durata dell’evento) bisogna lavorare, inventare, spendere, organizzare. Una volta non era così. Le piazze erano naturalmente il luogo nel quale tutti s’incontravano, quale fosse la loro età o il loro genere, il loro ceto e il loro mestiere: perché erano tra le case e le botteghe, punti focali delle città, dei quartieri e dei borghi di cui erano l’ornamento; perché ai loro margini o al loro vertice erano collocati i luoghi della vita pubblica; perché erano gli spazi, animati e tranquilli, di una comunità che in essi si riconosceva.

Non è difficile comprendere perché questa trasformazione è avvenuta, e perché la stragrande maggioranza delle piazze d’Europa è quella ereditata dal passato nelle parti più antiche delle città. La piazza era la cerniera tra le famiglie e la società; era il luogo in cui gli abitanti diventavano cittadini, in cui si vivevano gli interessi, le necessità, le emozioni comuni a tutti. Adesso tutto questo è cambiato. Le cerniere, se ci sono, sono altrove, e collegano una moltitudine (non una società, non una civitas) di consumatori (non di cittadini), sempre più priva d’identità, a delle “piazze”, reali o virtuali, sempre più massicciamente dominate dagli interessi mercantili della globalizzazione: dalla tv degli spot pubblicitari ai mall e ai “centri commerciali”, recintati ed esportati fuori dalle città.

Non illudiamoci. Non basta imporre la costruzione di piazze nelle periferie, non basta preoccuparsi del loro aspetto fisico, delle loro forme e dei loro arredi. Occorre al tempo stesso lavorare perché cambino i valori e le regole, gli interessi e i poteri, che caratterizzano la società, e la rendono capace di volere le piazze, e perciò anche di viverle.

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