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”Mose e periferie”
16 Aprile 2004
Lettere e Interventi
Lodo Meneghetti (Milano), 29.09.2003

Caro Eddy, […]

1) Venezia - Mose. I complimenti per la pubblicazione su "la Repubblica" te li ho già fatti. Ora: condivido in pieno la tua posizione contra Mosem. Siamo in tanti, penso, a sostenere la scelta delle piccole opere, della cura (io dico certosina), dello "scuci e cuci", insomma di ritrovare, come scrivi, l'atteggiamento amorevole, pieno di consapevolezza e competenza, degli antichi. Venetiam studiose colere potrei dire parafrasando Cicerone ( suos agros studiose colere; colere artes et studia...). Potresti riproporre una campagna in questo senso. Nel cortile un breve tuo documento, preciso e definitivo dopo tante polemiche (e precedenti prese di posizione), da far sottoscrivere a centinaia di colleghi e tanti altri preoccupati del destino della più moderna città del mondo (mi pare giusto, ormai, non usare più il virgolettato per moderna). Dovresti però spiegare al meglio, a tutti noi tuoi interlocutori, la fattibilità dell'innalzamento della superficie cittadina, proprio il come si fa (forse qualcosa si è già fatto) materialmente, visto che non è possibile predisporre 500.000 martinetti sotto le fondamenta e dare il via al sollevamento!!

2) Periferia. Più leggo, più m'incazzo. Ti ho già scritto che l'improvviso interesse di tanti mi fa ridere. Vorrei rinunciare a intervenire. Se non si scrive oggi sui giornali qualche articoletto, si è fuori dall'attenzione. Nessuno fa caso ad altro magari molto meno superficiale. Le considerazioni e gli studi ormai "antichi", soprattutto provenienti dalla scuola, chi li ricorda se, lo ripeto, "nessuno legge nessuno"? salvo appunto gli articoletti dal Michele Serra in poi (a proposito: non hai osato pubblicare qualcosa dalla mia e-mail polemica del 29.8.03, dopo avermi chiesto il permesso (?) di farlo). In ogni modo il tuo pezzo del 19 scorso mi è piaciuto. Bravo bravissimo a notare ("singolare che...") il disinteresse di tutti verso un confronto fra certi aspetti di Rozzano e di altri insediamenti (il caso: un progetto di disegno urbano e architettonico eseguito nel mio corso nel 1985 e localizzato proprio a Rozzano reca il titolo Il riscatto di una periferia storica). Ciò che mi ha stufato è il giro e rigiro attorno ai Corviale, Vele, Zen, Laurentino 38, come se fossero quelli a rappresentare la questione delle periferie metropolitane. Per noi milanesi, poi, la nuova periferia al di fuori della città madre è tutta un'altra cosa: è lo sprawl di cui tratto nel pezzo di testo (La discussione) che hai pubblicato su eddyburg. Chi vuole, legga lì. Comunque coloro che odiano i citati spazi dovuti alla cultura moderna, non li troverà nell'hinterland milanese: troverà di peggio, un definitivo spappolamento del territorio causato da un'urbanistica e un'architettura per così dire non progettate o compiacenti verso la libera iniziativa. Semmai troverà mostruosità obese architettoniche nei "Monte Bianco" (V. in quel testo) del terziario. Purtroppo questo territorio non dispiace ad alcuni colleghi di qui (V. sempre là), per non dire del Massimiliano Fuksas (V. ancora là). Desideri non mi convince. La mia posizione circa "il soggetto metropolitano" che abita la città della "mediocre utopia liberista", è differente (V. ...); non si lascia irretire da un presunta "cultura abitativa" di quel soggetto. Desidera dimentica che il comune di Milano ha perso in trent'anni 540.000 abitanti residenti, la maggior parte dei quali sono stati cacciati dalla città a causa della distruzione di un buon sistema residenziale e industriale in funzione di una terziarizzazione irragionevole e spesso banditesca. Altro che scelta personale di un ritorno o di un'andata al "suo...paradiso individualista". Ma quali giardini, ma quali aree libere, ma quali spazi civili? Inoltre: perché, sempre riferendosi solo ai Corviale, Zen, ecc., si accenna al "pensiero dei grandi maestri del Movimento moderno come Gropius e Le Corbusier" dimenticando che, quanto alla questione delle periferie, rivolgendosi all'indietro, altro c'è da ricordare per non buttar via con l'acqua ritenuta sporca dei nominati Corviale, Zen... anche il bambino nato altrove negli anni Venti e primi Trenta. Come non ricordare Bruno Taut e le Siedlungen di Berlino, o anche Ernst May e le Siedlungen nella niddiana valle francofortese? Desideri le avrà visitate, di sicuro. Non gli pare che lì, per tipologie, per altezze (medie e basse, non alte - ripeto il linguaggio del Ciam 1930), per spazi esterni comuni e civili, per alberi, prati, pergolati (quest'ultimi Taut li voleva come punto originario di un sistema del verde che, partendo dall'aggrappo alla casa, diventasse giardino di vicinato, parco della comunità, infine campagna aperta), risiedano forme e contenuti almeno da citare mentre si sproloquia (non lui) di mostri della modernità eredi di un Movimento moderno in architettura-urbanistica quasi rappresentante di Entartete Kunst?

Ciao, Lodo

Ti rispondo su Venezia, per le periferie non ho nulla da aggiungere alla tua lezione. Da alcuni anni un’azienda del Comune (Insula) sta procedendo, secondo un’indicazione che demmo già negli anni Ottanta (nel PRG mettemmo come obiettivo la quota di 130 cm sul medio mare), a rifare le pavimentazioni stradali, isola per isola, a partire dalla pulizia dei canali (che era stata abbandonata da oltre un secolo), dal rifacimento degli argini, dalla ripavimentazione delle fondamenta, per far sì che i bordi delle isole vengano portati a un’altezza di sicurezza. Singoli edifici poi sono già stati posti, in gran parte, in condizioni di sicurezza: naturalmente relativa. Dove abito io, il piano terra è al sicuro dalle inondazioni se il livello sul medio mare non supera i 155 cm. Ma insomma, Venezia è costruita nell’acqua, e la convivenza non è affatto drammatica: finché non si manifestano eventi straordinari come quello del 1966. Ma questo è un altro discorso.

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