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Fabrizio Bottini
Milano, Roma, sindaci, cani
5 Marzo 2012
Scritti ricevuti
Finalmente anche il cane che morde l’uomo fa notizia, ma c’è dovuto scappare il morto. Speriamo che almeno serva a qualcosa: a capire le città per esempio

Qualche anno fa, se lo ricordano benissimo tutti, il centrosinistra si giocò le elezioni comunali a Roma per via della questione sicurezza e periferie. Il povero Rutelli, candidato a succedergli e almeno per una volta incolpevole, fu in qualche modo vittima sia del caso che di una serie di gaffes straordinariamente infilate una dopo l’altra dal suo predecessore Veltroni. Ne cito un paio a memoria: la promessa di risolvere tutti i problemi di viabilità di un mega centro commerciale con la metropolitana, l’atteggiamento apparentemente fatalistico, quantomeno tentennante, sulle turiste straniere falciate in centro da un pirata della strada. In tutti i casi, in un modo o nell’altro, il sindaco (o il suo ufficio stampa, ma è la stessa cosa al giorno d’oggi) dimostravano platealmente di vivere sulla luna rispetto ai veri problemi dei cittadini, di non capire affatto la città, di averne un’idea astratta, in definitiva di disprezzare i bisogni dell’elettore.

Ad esempio nel caso del centro commerciale, lo sa chiunque (chiunque non viva fra sale riunioni e auto blu, intendo) come il mondo di svincoli in cui vengono progettati prima questi scatoloni, il modello di consumo a cui fanno riferimento, siano da mezzo secolo plasmati sull’automobilismo di massa. Per capirlo fin nelle ossa basta provare una volta o due ad andarci senza auto, e per capirlo ancor meglio osservare le tattiche di avvicinamento di chi (pochi e con poca voce di solito) l’automobile proprio non ce l’ha. Nel caso delle turiste travolte dall’auto a tutta velocità si parlava di persone che avevano alzato il gomito e si aggiravano barcollando per le strade, oppure di comportamento criminale di chi non rispetta i limiti guidando, scordandosi ad esempio che in tutto il mondo esistono anche le zone pedonali, o comunque quelle in cui anche volendo non si può lanciare la macchina grazie ai percorsi e agli arredi. Specie là dove appunto c’è passeggio turistico, si mangia, si beve, ci si diverte. Insomma il massimo rappresentante istituzionale (non solo lui, ovvio) dava l’idea di non capire bene ciò che rappresentava: la città fatta di spazi e di gente che ci sta dentro dalla mattina alla sera. Adesso tocca a Milano.

A Milano non ci sono le elezioni incombenti, perché ci sono appena state e la signora che ha dimostrato di non capire (o non voler capire, chissà) i suoi elettori su temi chiave come vivibilità, periferie, trasporti ecc. è stata educatamente messa alla porta. Fra le grandi notizie sulle trasformazioni urbane, i grattacieli più alti d’Italia, il piano regolatore in discussione, l’Expo 2015, in questi giorni se ne è imposta una piccola, che apparentemente con le trasformazioni urbane non avrebbe alcun rapporto: l’uomo sbranato da un branco di cani randagi mentre passeggiava in un campo. Ecco una possibile trappola per il sindaco, del tipo che alla fine, come centri commerciali, turiste travolte o peggio, si paga alle urne e non solo: cosa sta dicendo la città con questo fatto di cronaca nera, su cui giustamente i quotidiani si stanno soffermando anche nelle pagine nazionali? Per dirla in termini gergali giornalistici, come mai stavolta il cane che morde l’uomo ha fatto tanta notizia? Provo a dare una interpretazione allargata.

Quando leggiamo, ormai un giorno si e uno pure, quelle statistiche sul pianeta urbanizzato, la nostra mente di sicuro evoca delle immagini, a commentare quei numeri, magari anche parecchio diverse dalla classica panoramica della foto redazionale (di solito grattacielo o baraccopoli). Ecco, è su questa immagine che si può giocare un’idea di città coerente, oppure più o meno campata per aria. Ed è sperabile che la smetta di essere quella che emerge dai giornali a proposito del poveraccio sbranato dai randagi “nei campi fra Muggiano e Baggio”, come ripetono ossessivi gli articoli citandosi l’uno con l’altro. Perché fra Muggiano e Baggio di campagna non ce n’è più da diverse generazioni, cerchiamo di capirlo una volta per tutte. Così come non ce n’è più, di campagna, in tutte le cerchie metropolitane in un modo o nell’altro scampate all’edilizia, parchi agricoli ufficiali o spontanei e temporanei. Greenbelt,termine bellissimo ed evocativo ma a cui bisogna dare molta più sostanza, se non vogliamo fare tutti collettivamente la fine dei sindaci, e poi ritrovarci di nuovo a piangere “sorpresi” nuovi guai.

La permanenza di attività agricole in area urbana non la trasforma automaticamente in campagna, soprattutto nel senso che l’uso sociale degli spazi tende ad essere altamente urbano. In campagna ci sono forse ricoveri di fortuna per poveracci senza il becco di un quattrino che non possono permettersi di meglio? In campagna pullulano forse ad ogni piè sospinto carcasse di auto incendiate, piccole discariche abusive, e tutti gli infiniti segnali che il 99,9% dei frequentatori di quei posti non ha mai munto una mucca, né piantato un seme in vita sua? Persino quel tizio che vediamo caracollare col trattore in fondo al fosso di irrigazione, magari lo fa solo part-time per via di legami familiari, mentre in realtà è titolare di un’agenzia di servizi per il turismo. In campagna con gli animali ci si sa comportare, in città no, soprattutto davanti ai mostri sconosciuti lontani discendenti delle mansuete bestiole abbandonate da qualcuno in fondo alla strada asfaltata. Certo, su un viottolo fangoso, ma da cui si distinguono ancora benissimo le insegne al neon dei supermercati, dove vanno a fare la spesa normalmente i contadini metropolitani. Solo, non chiamateli contadini, per favore.

Una volta c’era un modo solo per distinguere la città dalla campagna: dove c’è costruito e dove no, dove si coltiva e dove no. Il famoso pianeta urbanizzato oltre il 50% ci insegna almeno una cosa, ovvero che quella distinzione oggi è carta straccia, superata dagli eventi, insieme alla ideologica poesia agreste (inventata probabilmente da un latifondista). Esattamente un secolo fa il segretario della Garden Cities Association pubblicava un bilancio critico a pochi anni dalla fondazione (*), spiegando che il senso della “terza calamita” di Howard pareva in qualche modo travisato, che tutti parevano aver imboccato la via delle lottizzazioni di villette con giardino, invece di cercare un equilibrio territoriale diverso. Oggi siamo ancora allo stesso punto. Giusto a Milano, fra i primi vagiti progettuali per l’Expo era anche saltata fuori l’idea (non del tutto abbandonata) dei cosiddetti borghi rurali, che sotto sotto sottintendevano una sub-urbanizzazione a bassa densità. Mentre invece il concetto di greenbelt correttamente interpretato è davvero un margine invalicabile di sviluppo edilizio, a cedere il passo a spazi aperti e produzione agricola.

Ma appunto, spazi aperti e produzione agricola non significa discutibile miracolo urbanistico-sociale, ovvero la transustanziazione della popolazione urbana in allegri villici, che si aggirano a proprio agio fra animali domestici e selvatici, mucchi di letame, solchi bagnati di servo sudor. Significa l’idea di trasformare quelli che oggi sono residui di un’epoca finita (cascine, campi, sistemi di irrigazione, alberature)nei segni di un’epoca nuova, e soprattutto spazi neo-urbani. Dove urbana è la mentalità, urbano l’uso, urbane vigilanza e sicurezza. Dove i branchi di mostri almeno non possono nascondersi, e le istituzioni sono presenti tanto quanto fra i sussiegosi palazzi del centro. In definitiva, se capiamo questo, almeno si sarà fatto un passo avanti, e l’ennesima emergenza sicurezza avrà avuto uno sbocco positivo.

(*) Nota per veri appassionati: Ewart G. Culpin, The Garden City Movement Up-To-Date, London 1912

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