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Daniele Garnerone
Milano, livida e sprofondata per sua stessa mano
2 Ottobre 2008
Milano
Un grido di dolore per la Milano di oggi, e per le battute degli stilisti e degli altri modaioli. Scritto per eddyburg

Non vorrei sembrare irriverente nei confronti di alcuno, tantomeno di Giorgio Armani, titolando e poi così scrivendo. Ma le motivazioni che mi spingono a scrivere valgono bene il rischio, anche di apparire privo di certa supposta qualità (la qual cosa pure mi crea fastidio, io che non vesto mai a caso).

Da tempo siamo abituati a (dover) considerare il pensiero degli stilisti e invitati a coglierne i suggerimenti per migliorare la qualità dello spazio che viviamo. Non che questo corrisponda ai miei desiderata, è semplice constatazione derivata dalla lettura della stampa quotidiana, quando non anche dalla tele-visione.

Già qualche mese fa, il tra il 23 e il 25 giugno, sul tema in questione, le griffe più blasonate avevano avuto spazio nel Corriere della Sera, dalle cui pagine si era appreso dell’entusiastico Tom Ford all’inaugurazione del nuovissimo negozio in via Verri: “E’ fantastico essere di nuovo a Milano… quando sono qui mi sembra di viverci da sempre…” e della cauta Mariuccia Mandelli-Krizia, cui piace, di Milano, “la sua ricchezza di talento e la sua capacità di offrire molte possibilità: di lavoro, di svago, di cultura. Non piace il suo disordine, la sua sporcizia che è niente in confronto ad altre critiche situazioni”.

Complimenti. Non solo a loro ma anche alla redazione. Non avremmo mai osato pensare il contrario, ma leggerlo sul glorioso quotidiano è stato rassicurante.

In quella occasione, da Armani la denuncia raccolta dal Corriere: “E’ in Montenapo il vero suk”.

Il 17 settembre 2008, si è tornati nuovamente sulla questione, e nuovamente interpellato è stato Re Giorgio, per il quale, non strabuzzate occhi!, “Il centro storico muore e via Montenapoleone sembra un luna park”. Ma da quale pulpito! Verrebbe da dire, ricorrendo a un detto popolare, gallina che canta ha fatto l’uovo!

Devo sottolinearlo, se penso a Milano mi viene in mente la bruttezza. E già, a me che amo Milano, da subito questo viene in mente; non certe atmosfere, certi suoni, certe immagini, ma anche certi dati ed elementi oggettivi di spazio e di architettura, di funzioni e di relazioni, che tornano alla mente se ripenso a Copenhagen, a Praga o a Vienna. Per pensare alla bellezza di Milano devo congelare nella mente, come si fa con un layer di Autocad, la negazione della sua storia a partire dal rapporto con l’acqua, l’alterazione dell’equilibrio tra la città del risiedere e la città del lavorare, il traffico che soffoca, la perforazione del sottosuolo come fosse gruyère, il mercatone immobiliare che seleziona ed esclude, il centro storico da decenni solo commerciale e finanziario, l’immensa boutique che lo pervade e anche un po’ più in là invade. Per Milano, le sue risorse consumate come si fa spremendo un limone, non c’è spazio per un progetto che contrasti l’abbruttimento, per una idea diversa di città e di territorio.

Milano sull’acqua, se non come Copenhagen, almeno come Bruges? Illusione. Nient’affatto. Il piacere di veder riflesse cortine edilizie, giardini, ringhiere e ponticelli è tramontata da tempo e ciò che resta, al Ticinese, è diventato poco più che buono per una cartolina. Milano, caposaldo territoriale di un sistema idrografico, dall’acqua ha tratto la propria forma urbis, dal rapporto con la campagna la prima ricchezza, non solo materiale. Poi l’affermazione industriale, il ruolo di capitale morale, il primato economico e il terziario.

La folle specializzazione commerciale del centro storico a scapito dei negozi del non-lusso è andata di pari passo alla terziarizzazione delle funzioni a scapito della residenza. Espulsione degli abitanti-classi meno abbienti a favore delle attività terziarie, uffici, uffici, uffici.

Sottolineare i conseguenti movimenti pendolari significa mettere in evidenza il disastroso bilancio tra la città del giorno (due milioni e mezzo di persone) e la città della notte (a riportare il valore dei residenti, circa un milione e trecentomila persone).

Solo una classe di governo priva di lungimiranza e incapace di progetto ha potuto elevare a modello questo tipo di città, avverso ai più scontati parametri di vitalità e vivibilità. Milano, “livida e sprofondata per sua stessa mano” , tra i versi di un cantautore amato.

Ecco dunque, l’amaro calice. Milano sfigurata, Milano bevuta e digerita, vomitata mille volte da chi s’è affrettato al tavolo delle libagioni. Torta spartita, commensali satolli. Rimangono briciole, dappertutto.

E qualcuno s’indigna. Molti si indignano, e hanno ragione da vendere. Ma almeno qualcuno di questi non ha partecipato al banchetto.

Con che coraggio, cari stilisti, osate parlare di qualità dello spazio urbano, voi che avete invaso la città con ogni mezzo e con ogni mezzo invadete ogni spazio mediatico, ben supportati, peraltro, da pubblicisti che sanno (farvi) ben vendere e collocare il prodotto, dappertutto, senza esclusione alcuna, manco per la piazza, per il duomo, per il castello?

Perdonate la franchezza, ma sono ben lieto nel sapervi impegnati “con tante cose da fare” , sicché non vi resta tempo per disegnarci la città ideale.

Perbacco, quanti argomenti, scrive Paola Bulbarelli, con Armani. Milano, su tutto, ovviamente. E ovviamente, leggiamo che per Re Giorgio “l’Expo rappresenterà un momento particolare, molto positivo così come è giusto che una torta [sì, proprio così, non invento nulla, parla proprio di torta, pensa te] del genere venga controllata da un consiglio di amministrazione. Se non fossi tanto impegnato mi sarebbe piaciuto far parte della partita”. Ah, la grammatica, questa sconosciuta! Ma chi se ne frega, conta il concetto, il pensiero (unico). Del resto, non voglio mica mettere i puntini sulle i, mica punto il dito sulla pagliuzza quando di fronte c’è una trave enorme!

“Degrado e rumore di giorno, deserto di sera. Ma l’isola pedonale è un danno”. Così, nella Cronaca di Milano del Corriere della Sera, 17 settembre 2008, sotto il titolo “Armani: il centro storico muore. E Montenapo è un luna park”. E nel sommario, voce a “Maiolo, assessore al Commercio: organizziamo insieme nuovi eventi. Cadeo, Arredo urbano: pianificazione condivisa”.

Assessore, da oggi ex, ma di che eventi parla? Ma di che eventi ha bisogno Milano? Ma Milano ha bisogno di eventi? E più oltre, che dire della pianificazione condivisa (dell’arredo urbano, figurarsi).

Che miseria. E che presa per i fondelli, oltre al danno la beffa. Ci tocca anche di leggere che, foto dinamica dello stilista e catenaccio “Non si può pensare a un’isola pedonale nel quadrilatero. Figuriamoci se non ci fossero le auto: bisogna dar vita alle strade, un passeggio utile”.

Poi, “Il centro di Milano è morto, questa è la realtà”. Pensa un po’, si lamenta perché, fermandosi a seguire i lavori della nuova boutique sino alle undici di sera, constata l’assenza di persone, “Il nulla”, dice, dopo le otto, quando chiudono i negozi.

Bisogna ridere? No, tutt’altro. C’è di indignarsi pensando all’abusato cliché di fronte all’uso e consumo di tanta parte della città notturna, sin troppo viva da divenire assalto a luoghi ben identificati dai riti della movida, strampalata versione milanese del movimento sociale ed artistico nato nella Madrid che si lasciava alle spalle la dittatura franchista. Dall’aperitivo ai tour nottambuli la Milano che ama esserci si guarda bene dal frequentare certi luoghi mortificati e fagocitati dalla moda, madre ripudiata dai suoi stessi figli. Che ci dovrebbero andare a fare, nel vostro quadrilatero, i nottambuli? Parafrasando i madrileñi, Milán me mata.

Sono passati venticinque anni, il tema della vitalità degli spazi urbani era argomento di lezione in università: imparai a comprenderne il valore da Lodovico Meneghetti, con tanto di esempi, circostanziati. Tra i materiali, Lo spazio nella storia. 177 immagini in 14 capitoli; da questo, tra gli altri, i tema della piazza, della strada, dei rapporti spaziali, degli equilibri-disequilibri tra residenza e terziario, tra abitazioni e uffici, tra il pieno e il vuoto, l’affollato diurno e il deserto serale.

Anche se avessero assistito alle lezioni, certi imprenditori se ne sarebbero bellamente infischiati di fronte agli amministratori del capoluogo. Avanti, c’è posto, c’è da mangiare oltre che da bere.

Quanto poi all’isola pedonale, nel quadrilatero della moda, bene inteso, mi sembra un déjà vu. E non sbaglio. Che pena tornare ad argomenti come la presenza necessaria delle auto per dar vita alle strade. Che strazio tornare al corso Vittorio Emanuele di trent’anni fa, al tira e molla decisionale sulla pedonalizzazione. Potrei ricordare Vittorio Korach, assessore al traffico tra gli anni Settanta e Ottanta, o l’incompresa posizione del caro Aldo Rossi. Mi limito a citare ancora una volta Lodo Meneghetti, Milano uno spazio in sfacelo, lettera aperta ai colleghi e agli studenti di architettura, scritta su “polinewsia”, numero 13, aprile 1984. Lì, cari stilisti del “Figuriamoci se non ci fossero le auto” e cari giornalisti del “Non può essere smentito lo stilista”, un sacco di buoni argomenti.

Che dire, ancora, delle due pagine del “Corriere” di ieri, come di quello di oggi (come anche del resto, de “la Repubblica”). Che è scandalosa la reiterata tribuna offerta alle griffe per pontificare sullo spazio urbano. Da Armani, c’è di che trasecolare, apprendiamo che il Comune “doveva essere molto severo, troppe licenze di moda. bisognava diversificare” o che sulcorso Vittorio Emanuele, “lo struscio non sempre è di qualità”.

Ma per cortesia, si occupi se proprio vuole “dei tre-quattro russi vestiti male” visti nelle più famose vie del centro. Quanto all’autrice dell’articolo, eviti la precisazione che “non è la moda protagonista dell’Expo”, giacché a qualcuno potrebbe suggerire qualcosa, soprattutto se accompagnata dalla proposizione che “personaggi alla Armani avrebbero potuto portare notevoli contributi” (ancora, l’italiano, questo abbandonato, ma l’Expò sarà nel 2015 o si è già svolto?).

E già, si tranquillizzi pure, gentile Paola Bulbarelli, perché Re Giorgio non manca di iniziative per la sua città, a partire dal suo albergo di via Manzoni, “quello che verrà aperto fra circa un anno e mezzo, ci sarà un ristorante di altissimo livello ma solo di cucina italiana e direi milanese. Si potrà mangiare una cotoletta secondo tradizione”.

“Già l’hotel, ce n’era bisogno”? Ma che risposta avrebbe potuto avere simil domanda?

Siamo davvero soddisfatti, complimenti vivissimi e tutto va ben, madama la marchesa. Che bello esser rassicurati che non mancherà di stile, il nuovo hotel di Armani, “a cominciare dagli spazi. Riprendiamoci un senso di civiltà”.

Già, lo stile, mica è materia per soli addetti ai lavori, l’argomento attrae come api sui petali di fiore. Incauta, l’ormai ex-assessore Maiolo alle Attività Produttive esprime piena solidarietà e condivisione ad Armani e alla sua denuncia e, constatata la morte della città della moda, o del centro storico, morto pure lui, ci rimette le deleghe. Il sindaco Letizia Moratti ha un bel daffare. E non solo lei, l’Armani-pensiero sollecita le iniziative anche dell’assessore all’Arredo urbano Maurizio Cadeo che, per la nostra buona pace, assicura che “nella nuova pianificazione degli arredi del centro storico siamo impegnati nella ricerca di soluzioni condivise”.

Che ci rimane, di fronte alla pianificazione degli arredi del centro storico? Dagli architetti richiesti di un parere (Botta e Fuksas) solo conferme.

Di più, oggi si è potuto leggere qualcosa che definire rivoltante è un eufemismo. Da Achille Colombo Clerici (Assoedilizia) apprendiamo che “La città e il quartiere [della moda] vivono grazie a un mix di funzioni che non può prescindere dalla componente fondamentale dei residenti (sono un migliaio) o dai lavoratori che esercitano attività professionali e artigianali (ammontano a circa cinquemila)”. Ci spiegano, dall’associazione, che è meglio “la spontaneità della vita urbana”, con solidarietà insospettata, “per rilanciare la via e proteggere i più deboli”. Il Presidente proprietari di immobili chiosa: “Se si chiude la strada al traffico chi farà visita alla vecchia signora o al professore di italiano che abitano in quelle case”? Poi, più oltre, ciliegina sulla torta: “Certo, anziani e impiegati possono spostarsi al Lorenteggio”.

Non ci sono parole. Dall’ammutolimento non ci scuote neanche la bella e giusta lettera di Giulia Borgese sotto il titolo “Non chiamatelo quadrilatero della moda”.

A noi l’amara constatazione della ragionevolezza gettata alle ortiche, sminuzzata nel tritacarne come in un macello.

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